Quando la vita da cani diventa invidiabile

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Immagine tratta dal film Io & Marley

La vita da cani, oggi, dal film Io & Marley

Da adulto razionale, oculato osservatore di una certa economia dei propri affetti, sai che stilando una graduatoria (non so fino a che punto utile, ma orientativa) delle situazioni e dei destinatari per cui valga la pena impiegare un certo capitale di sentimenti, riconoscerai che cani e gatti, “amici” non appartenenti al genere umano, dovrebbero ricoprire gli ultimi posti di questa scala.

Lo riconoscerai, ma non ne sarai convinto, perché nonostante fino a qualche decennio fa la maggior parte dei genitori o magari dei nonni attribuiva al mondo animale l’unica funzione di ottenere un vantaggio rispetto all’investimento che il loro mantenimento comportava, che poteva essere rappresentato da prodotti alimentari o da un ausilio proprio strumentale nel lavoro di fatica, oggi con alcuni dei membri della stessa categoria animale si instaurano veri e propri legami.

Non serve un censimento per capire che la maggior parte delle famiglie trova tra i propri componenti anche cani, gatti, pesci rossi, uccellini, anche iguane se si è particolarmente propensi, il tutto con il bagaglio di croccantini, veterinari che – forse per lapsus freudiano – si chiamano pediatri, vaccini, gadget, viaggi con mezzi specializzati, insomma spese non del tutto residuali e a alle quali non badiamo se non per l’attimo breve di presa di coscienza delle ricevute salate, presto cestinate di fronte a occhi pieni di venerazione canina o a slinguazzate che, a pensarci bene, senza badare all’affetto che potremmo provare per un ipotetico Lucky o Rex, non è esaltante l’idea della saliva al profumo di crocchette sulla propria guancia.

A casa mia ci sono tanti cani quante figlie, i gatti in giardino rappresentano la maggioranza della popolazione di questa mini-società e la gatta domestica è forse il capo indiscusso. La parte inferiore dei carrelli della nostra spesa è occupata da mega sacchi che non riesco neanche a sollevare e da scatolette che devono soddisfare i palati fini di tutti questi “familiari”; non è raro che io scelga lo shampoo in offerta e che invece a loro spetti il prodotto meno conveniente perché li rende più felici.

Il punto è: io, come tutti quanti nella mia situazione, provo un affetto incondizionato per queste piccole compagnie, ma il mutamento radicale, che ha caratterizzato quantomeno la mia zona di campagna rispetto all’idea che si aveva in un passato non lontanissimo della vita che gli animali in famiglia dovevano condurre, a cosa è stato dovuto?

È esemplificativa di questo passaggio la risposta che mio nonno mi diede alla mia richiesta di ricevere un criceto sulla scia del successo che il cartone animato Hamtaro aveva riscosso tra i miei coetanei, mi disse precisamente: “Dà sutta sulici ci nnè tanti”, che equivale a dire “Laggiù topi ce n’è quanti ne vuoi”.

Sempre più vegetariani per motivi etici

Per carità, non si tratta dell’unico mutamento che ha coinvolto la nostra società, ma sicuramente di uno bello consistente: i Pet shop sono presenti in numero superiore rispetto ai consorzi, il veterinario si chiama più per la congiuntivite felina che per la salute di un maiale che diventerà altro. A proposito, anche il numero dei vegetariani spinti ad aderire a questa filosofia da ragioni etiche è destinato a crescere.

Il mondo degli allevamenti di cani con genitori campioni e pedigree stellati penso sia sempre più rilevante sul mercato. Esistono specialisti per la salute psicologica di questi animali, gli stessi cani vanno registrati, rappresentano un bene, hanno zone riservate, una vera e propria rivoluzione, sono destinatari di norme e diritti. Non è un cambiamento da nulla. Diventano realmente soggetti nella società e il tutto in pochissimi decenni.

A volte ho considerato se cani, gatti, pesci, tartarughe siano i supplenti delle relazioni umane che instauriamo in minor misura o se siano la rappresentazioni di un ritorno a un’idea più panteistica del mondo. In realtà credo di non essere convinta di nessuna delle due idee, la prima poiché anche in situazioni in cui i vincoli solidali sono particolarmente rilevanti, vi sono presenze animali; la seconda poiché per un trattamento tanto premuroso riservato a certe specie non ne corrisponde uno paragonabile per altre o per altri aspetti del mondo naturale.

Questo nuovo paradigma umano-animale è tipico delle nostre società, a volte in misura ipocrita, a volte esagerata, a volte dominato dalla moda. Ma nella mia personale microrealtà è un fatto che di fronte a un lutto felino sto affrontano le cinque fasi della perdita secondo Kubler-Ross ed è allo stesso modo un fatto che di fronte a questa mia affermazione ci si dividerà tra chi mi comprende e come me cerca di non manifestare questa consapevolezza, riconoscendo che può essere giudicata forse infantile e poco razionale, e chi la giudicherà una sciocchezza.

Posso dire che l’assoluta fiducia che i cani dimostrano prostrandosi supini per essere riempiti di carezze, o l’amore dei gatti in uno stato di fusa che potrebbe produrre energia elettrica, con le conseguenti voci discutibili che riescono a evocare nei loro padroni, sono scene che vivo in prima persona e che mi regalano dosi di amore incondizionato, anche se a volte sospetto che quegli sguardi siano rivolti alle ciotole che ho in mano piuttosto che alla mia persona.

Al di là degli scherzi è quasi una massima ancestrale: “Il cane è il migliore dell’uomo” ed effettivamente, in quanto a fedeltà in dosi massicce, questi esseri a quattro zampe riescono a far instaurare relazioni durature e sincere, ti regalano momenti di terapia. Questa forse è una delle ragioni che ci spingono a investire tanto, anche economicamente, nel loro benessere ed è la stessa per cui ci ripromettiamo di non adottarne più uno nel momento in cui perdiamo qualcuno di loro e seppur giudicati esagerati, soffriamo per questo.

Forse ci sfuggirà di mano questa situazione e si invertiranno i ruoli dando vita a rapporti asimmetrici tra animali e umani o forse no, comunque già sono diventati i sovrani indiscussi dei social e Instagram è il loro trono.

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Cecilia Lena

Cecilia Lena

Sono Cecilia, ho 21 anni e studio per diventare un'assistente sociale. Credo nel valore di chi affronta le battaglie quotidiane con dedizione e coraggio, non mi piace chi ne fa motivo di vanto. Credo nel bene, nell'energia creata dalla condivisione e nella dose di fiducia che genera guardarsi negli occhi di chi ci ama. Tutto quello che mi auguro e vi auguro si riassume in una massimissima tratta dal film Kung Fu Panda: «Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora».

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