Giffoni Experience (ovvero la straordinarietà dell'esistenza)

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Giffoni. Foto di Giada Nardi

Giffoni. Foto di Giada Nardi

Chi mi conosce sa che odio le smancerie e le melensaggini, ma in questo caso mi sembrano doverose, soprattutto se un’implacabile nostalgia ti assale già due giorni dopo il ritorno a casa. Tuttavia, ora la tristezza per la fine della magnifica esperienza del Giffoni lascia spazio a un altro sentimento, più forte e duraturo: la gratitudine. Se, come scriveva il regista francese François Truffaut nel 1982, «Di tutti i festival, quello di Giffoni è il più necessario», mi sento ancora più fortunata per essere stata tra i quattromila giurati che hanno avuto la possibilità di trascorrere dieci giorni nel Paese delle Meraviglie, sentendomi parte di qualcosa di più grande; non ero solo io, eravamo noi, una cosa sola, in una condivisione che travalica qualsiasi diversità, che unisce davanti a una pizza o su un prato assolato.

Giffoni non è solo poter apprezzare film che fanno riflettere, discuterne con i coetanei, conoscere altri punti di vista, cogliere nuovi spunti, ma è anche e soprattutto incontrare persone eccezionali (facenti parte del mondo dello spettacolo e non), che arricchiscono anche con una semplice chiacchierata e ti rendono una persona diversa, migliore. Poter cambiare aria induce a riflettere anche sulla straordinaria bellezza che c’è in tutte le cose, che spesso non percepiamo perché assuefatti dalla banalità della quotidianità; una bellezza che si specchia nei sorrisi dei ragazzi, nel battito di mani emozionato, nei cuori che esplodono di felicità, nella vibrante voglia di vivere percepibile in ogni angolo. Sono io, siamo noi.

Solo chi c’è stato può comprendere l’atmosfera che vi si respira, la palpitazione che si avverte prima dell’incontro con ogni ospite, quando i ragazzi sono elettrizzati all’idea di confrontarsi alla pari con i loro beniamini, senza il filtro dello schermo o del palcoscenico. Questa eccitazione non si può spiegare, indubbiamente non è razionale e ha a che fare con una parte di noi che è costretta a restare latente, ma che si rivela di fronte a tanto entusiasmo.

Il Giffoni Film Festival è un miracolo in una nazione rassegnata alla noia e allo squallore, è un sogno frutto dell’impegno disinteressato di tante persone che continuano a crederci nonostante le inevitabili difficoltà, è la palese dimostrazione che anche l’Italia può fare cose molto grandi, può portare divi di Hollywood come Jennifer Aniston a contatto con una realtà a loro del tutto sconosciuta. È dove si intessono legami tra persone differenti che condividono le stesse passioni ed emozioni, dove ci si sente realmente apprezzati e valorizzati per ciò che si è, dove la solitudine è bandita. È ridere, pensare, indignarsi, mangiare, cantare, ballare, essere felici, vivere. È condividere una stanza con persone che non avevi mai incontrato ma che diventano come familiari, è il profumo dei dolci che la mattina ti danno la carica per una giornata intensa, sono i piedi doloranti che implorano pietà, i momenti di riflessione che ti colgono sulla navetta diretta all’hotel.

Era la prima volta che mi allontanavo da casa per cosi tanto tempo, ma non l’ho mai rimpianta, mi sono sempre sentita nel posto giusto al momento giusto, come se io, misantropa incallita, potessi essere davvero qualcosa di così diverso.

Nonostante quando fossi arrivata non conoscessi nessuno, ciò non ha mai rappresentato un problema. Ho trovato sorelle che non sapevo di avere, che mi aspettavano a braccia aperte. È più di spirito di adattamento, è necessità di nutrirsi di tutta la meraviglia che si condensa in poco più di una settimana in un anonimo paese della provincia salernitana, è tenere gli occhi spalancati per immagazzinare quanto più mondo possibile, è restare a bocca aperta davanti all’immensità della vita.

Sapevo sarebbe stato interessante, ma nessuno mi aveva preparata a questo viaggio pazzesco, alla felicità infinita che implica e che ti aggredisce ad ogni passo. Anche a chilometri di distanza, questo posto mi sarà sempre ad un millimetro di cuore.

Grazie immensamente a tutti coloro che in questi dieci giorni mi hanno concesso di entrare in punta di piedi nelle loro esistenze, che nonostante il caldo asfissiante e la stanchezza non mi hanno mai negato un sorriso sincero, che fiduciosamente e coraggiosamente mi hanno aperto il loro cuore e si sono esposti senza maschere, che come me si sono goduti senza riserve un’esperienza indimenticabile che spero di replicare l’anno prossimo.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Vent'anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora studia Lettere, ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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