I Live Footage e il loro tuffo nel deserto

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I Live Footage

I Live Footage

La storia dei Live Footage, duo di Brooklyn (Topu Lyo violoncello/fx, Mike Thies batteria/tastiere), è iniziata nel 2007 componendo musica per un centro di arti performative a Soho. La loro arte li ha portati a essere richiesti da famosi brand di moda per esibirsi durante i loro show, a far parte di colonne sonore di film fino ad andare in tour lungo Europa, Asia e Stati Uniti. Con il loro stile acido, etereo e profondo allo stesso tempo, molto simile a quello di Olafur Arnalds, i Live Footage ci presentano il loro primo concept album, in uscita il sette luglio, chiamato Moods Of The Desert.

Ascoltarlo è come perdersi in un’arida e calda distesa di sabbia, ma senza paura. Una rassegnazione pacifica e malinconica nell’accettare ciò che succederà, senza chiedersi perché. Il duo di Brooklyn con Moods of the Desert non cerca significati o messaggi specifici per indottrinare l’ascoltatore. Cerca invece il contatto umano e con la vita. Con una certa componente noise, il loro ultimo lavoro risulta comunque diretto e melodico, curato nei minimi dettagli, e svela l’amore per la musica dei due artisti.

Li abbiamo intervistati per scoprire di più sul loro ultimo lavoro.

Il vostro nuovo album è una breve ma coesiva storia riguardo a un viaggio nel bel mezzo del deserto. A cosa vi siete ispirati?

Mike Thies: Per me l’ispirazione è arrivata durante il processo di mixing. Nel momento in cui riascoltavamo una delle canzoni, Nolan (tecnico mixing) faceva partire alcune scene riguardanti il deserto. Non è stato solo quello, il deserto ha un posto speciale in entrambi i nostri cuori perché siamo cresciuti non troppo lontano da deserti molto famosi.

Topu Lyo: Durante il processo di registrazione facevamo partire dei video scenografici per poi ascoltare ciò che avevamo prodotto. In questo caso, ognuno di noi associava la musica al deserto. Penso che i ritmi lenti dell’album e le imperfezioni della registrazione si siano mescolati in modo tale da farti credere di guardar lontano e riuscire a vedere un miraggio mentre la tua vista si offusca.

Mettendo da parte il tema principale dell’album, le tracce individuali sono basate su una storia – una scena che avete visualizzato nella vostra mente – o un sentimento?

M.T.: Non c’è una trama specifica, ma ogni canzone ha avuto un nome basato sulle immagini che abbiamo visualizzato nella nostra mente durante la fase finale.

T.L.: Traccia dopo traccia ci sono stati aspetti diversi del deserto, per esempio una notte nel deserto nel bel mezzo dell’estate ha una sua sensazione specifica. Abbiamo guardato un sacco di video di elicotteri che volavano sul Grand Canyon per questo motivo.

Moods of the Desert

Moods of the Desert

L’album inizia lentamente. Parte da toni delicati ma profondi e finisce con sonorità forti e quasi amare (come in View From A Desert Helicopter). Qual è stato il processo di composizione?

M.T.: Come buona parte del nostro nuovo materiale, improvvisiamo in studio. Durante questo progetto particolare è passato un po’ di tempo prima di riascoltare le tracce che abbiamo creato e ci siamo resi conto successivamente che avevamo tra le mani del buon materiale. Una volta trovato i pezzi di improvvisazione migliori, abbiamo iniziato a trasformarli in canzoni. Infine ci aggiungiamo delle sovraincisioni, se necessario, e la maggior parte delle volte riproduciamo le tracce in un registratore a nastro per aggiungere un effetto saturato ai suoni.

T.L.: Ricordo di aver portato un sacco di strumenti e il registratore a nastro nello studio del nostro tecnico. Abbiamo ascoltato [le tracce] per poi iniziare ad aggiungerci dei crescendo con il violoncello, mentre Mike ha aggiunto dei synth. Infine abbiamo incluso tutto nel registratore e manipolato la cassetta per ottenere un suono traballante.

Suoni eterei e glitch scorrono meravigliosamente attraverso la vostra musica: a meno che qualcuno non ascolti con molta attenzione, è assai difficile descriverli. Avete impiegato molto tempo per perfezionarli o è stato un processo naturale e scorrevole?

M.T.: Penso che il processo sia stato naturale e scorrevole. Per quanto riguarda i suoni eterei e i glitch, è uno stile con cui abbiamo lavorato costantemente negli ultimi otto anni.

Siete entrambi compositori. Come vi siete approcciati al progetto nella sua interezza? Ci sono stati lavori individuali?

M.T.: Se c’è qualcosa di sicuro, è che non ci siamo approcciati al progetto pensando “questo diventerà Moods of the Desert”. Il titolo e la parte visiva sono arrivati alla fine del processo di montaggio. Generalmente lavoriamo al materiale insieme, però ascoltare nuovamente le lunghe improvvisazioni ci spinge a dare un’occhiata alle tracce individualmente, per poi trovare le parti su cui lavorare.

La vostra musica è veramente simile a colonne sonore importanti rilasciate recentemente. Ci sono alcuni compositori con cui vi piacerebbe lavorare?

M.T.: Sì, per quanto riguarda le colonne sonore, mi piacerebbe lavorare con Ryuichi Sakamoto, Jon Brion e Johnny Greenwood.

T.L.: Amo Ennio Morricone (Cinema Paradiso), Yann Tiersen (Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain), Shigero Umebayashi (In the Mood for Love), Nicola Piovani (La Vita è Bella), Ryuichi Sakamoto (The Revenant) e Bryce Dessner.

La vostra musica ci ricorda band come i Cluster e i Neu dalla scena ambient/progressiva tedesca degli anni ’70. Siete stati artisticamente influenzati da questo stile?

M.T.: Sì! Sicuramente dai Tangerine Dream e i Kraftwerk.

Se poteste comporre la colonna sonora di un film rilasciato negli ultimi dieci anni, quale sarebbe? Perché?

M.T.: Per me, il lungometraggio Samsara. È un film incredibilmente bello che non ha alcun dialogo, ma le immagini parlano da sole. Penso che la nostra musica possa andarci molto bene per questo film.

T.L.: Direi qualsiasi cosa che Ron Fricke abbia diretto. In genere la sua scenografia è stupenda e ti fa entrare in un mondo che molte persone non riusciranno mai a vedere con i propri occhi. Nei suoi lavori non c’è solitamente dialogo e le immagini sono forti ma sentimentali allo stesso tempo.

Intervista di Denni Galliussi e René Colzi Rodal
Traduzione di Denni Galliussi

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