Sigur Rós: uomini, natura e poesia

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In foto, i Sigur Rós

In foto, i Sigur Rós

Secondo un recente sondaggio dell’Università di Reykjavík, l’80% della popolazione islandese crede alla presenza di esseri e spiriti sovrannaturali quali fate ed elfi. Se la costruzione di un edificio si prolunga più del previsto, per l’islandese medio non c’è alcuna domanda da porsi: sicuramente si sta importunando la dimora di qualche elfo e, di conseguenza, si provvede rapidamente a spostare la zona dei lavori. La magia è dunque parte integrante della vita nella “Terra del Ghiaccio”, traduzione letteraria di Ísland, termine con cui gli islandesi chiamano la propria terra.

È dai tempi di Ingólfur Arnarson, primo colonizzatore normanno dell’isola, che nell’immaginario collettivo l’Islanda rappresenta una terra lontana e inaccessibile, dove sono più numerosi i vulcani e i geyser piuttosto che gli insediamenti umani. Non è un caso che Giacomo Leopardi nelle sue Operette Morali abbia scelto un’islandese come simbolo dell’uomo esistenzialista che rimane solo di fronte agli orrori della Natura.

“Sono un povero Islandese, che va fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa”. Jón Þór Birgisson probabilmente avrà pronunciato queste parole presentandosi a Björk, la più celebre artista islandese nel mondo, quando nel dicembre del 1994 aveva tra le mani Fljúgðu, la copia del primo singolo dei Sigur RósAi più noto come Jónsi, il frontman, chitarrista e cantante del gruppo, allora formato anche dal batterista Ágúst Ævar Gunnarsson e dal bassista Georg Hólm, diede così alle stampe la prima canzone del gruppo, che in islandese significa “volare”.

Fljúgðu, pur essendo rudimentale in taluni suoi tecnicismi, rivela quelle che sono le caratteristiche principali della musica dei Sigur Rós e in particolare la fascinazione dei tre giovani musicisti per determinate atmosfere psichedeliche e spaziali tipiche del canzoniere progressive rock degli anni ’70.

I Sigur Rós e il linguaggio della Speranza

La crescita graduale del gruppo continua tre anni dopo con la pubblicazione del loro primo album, Von, dal titolo emblematico (letteralmente vuol dire “speranza”). Troviamo infatti per la prima volta i timidi solfeggi di Jónsi abbinati a melodie sospese e caratterizzate da quello che diventerà il loro marchio di fabbrica: l’utilizzo dell’hopelandic, o vonlenska, un linguaggio inventato privo di messaggi, che Jónsi è solito utilizzare reputando la voce come uno strumento musicale. Inoltre, per suonare la chitarra, Jónsi utilizza un archetto di violoncello, consuetudine nata quando Àgúst ne ricevette uno per il suo compleanno e Georg provò a usarlo per il suo basso; poiché il suono era pessimo, Jónsi lo provò sulla sua chitarra, il che diede risultati migliori.

Von ottenne uno scarso successo di pubblico, ma ha il merito di far circolare il nome dei Sigur Rós al di fuori dell’Islanda, permettendo al gruppo di pubblicare, nel 1999, il loro secondo album nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Ágætis Byrjun ha un titolo casuale ma anche in questo caso fortemente simbolico: letteralmente significa “buon inizio”. Ed è proprio una nuova partenza quella dei Sigur Rós, intrapresa sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi dell’Islanda con la quale avranno sempre un rapporto viscerale, elevandola a rifugio e principale fonte di estro.

Come nella loro terra natia il ghiaccio diventa un tutt’uno col fuoco e vulcani e geyser si mescolano ai ghiacciai, la musica dei Sigur Rós è frutto di un’unione tra generi e influenze musicali diverse, che produce melodie caratterizzate da una delicatezza angosciata e una maniera tipicamente scandinava. Il gruppo islandese si distingue da tutto ciò che la discografia musicale offre al giorno d’oggi poiché nelle loro canzoni, apparentemente prive di significato e impenetrabili per via del linguaggio misterioso adottato, l’emozione assume un suo suono caratteristico, permettendo all’ascoltatore di proiettare le proprie gioie, angosce, inquietudini, eccitazioni, trepidazioni.

Il vulcano Eyjafjöll, ricoperto dal ghiacciaio Eyjafjallajökull

Il vulcano Eyjafjöll, ricoperto dal ghiacciaio Eyjafjallajökull

Il rifiuto di vendersi e la voglia di restare indipendenti

La preziosissima aggiunta del polistrumentista Kjartan Sveinsson a partire da Ágætis Byrjun amplifica le atmosfere oniriche già presenti nei precedenti lavori dei Sigur Rós, permettendo trovate geniali come il complemento in Ný batterí di un cembalo trovato per strada, probabilmente schiacciato da un’automobile. Al primo ascolto di questa pietra miliare del rock contemporaneo non si potrà che rimanere stupefatti dallo stile alieno di Svefn-g-englar, dall’escalation incantata di Viðrar Vel Til Loftárása (“bel tempo per bombardamenti aerei”, ispirato da un notiziario sulla guerra del Kosovo) e dai magnifici archi della palindroma Starálfur. Suoni celestiali, mutanti, che introducono a un clima di tensione e coinvolgimento sentimentale e trasformano i Sigur Rós nella band più ricercata del neonato nuovo millennio, grazie anche agli elogi pubblici di colleghi quali i Radiohead e Coldplay o di celebrità come Brad Pitt e Tom Cruise che si dichiarano loro fan. I quattro però non perderanno mai la loro identità originaria e a tal proposito non si non può non citare il loro rifiuto di partecipare al David Letterman Show, poiché la durata media di un loro brano, all’incirca sette minuti, era troppo lunga per lo spazio concesso dal conduttore americano, ovvero tre minuti.

Con i primi soldi ricavati dai guadagni di Ágætis Byrjun essi costruiranno uno studio di registrazione a Mosfellsbær, nei dintorni di Reykjavík, che diventerà per due anni il loro nido fino alla pubblicazione del loro terzo album, comunemente noto come ().

I Sigur Rós estremizzarono le idee che avevano avuto successo nel precedente lavoro producendo un’opera dove la musica è la sola e unica padrona: i testi sono infatti unicamente scritti in hopelandic e le canzoni non hanno neanche un titolo, scelto poi per ogni pezzo tramite un sondaggio indetto sul sito ufficiale del gruppo.

() si divide in due parti, divise da trentasei secondi di silenzio, di cui la prima è più positiva e speranzosa, mentre la seconda è maggiormente mesta e malinconica. In apparenza ancora più imperscrutabile di Ágætis Byrjun, l’album presenta un crescendo di emozioni che passa dal piano semplice e armonico di Untitled #3, priva di batteria e percussioni, e dalle sensazioni visionarie di Untitled #1 e Untitled #4 (quest’ultima utilizzata nel film Vanilla Sky) fino agli ultimi due brani, lunghi oltre dieci minuti, che rappresentano una sintesi di tutta la musica del gruppo islandese. L’urto emotivo di Untitiled #7 e Untitled #8 (rispettivamente note come “Canzone della Morte” e “Canzone Pop”) è infatti estremamente potente, entrambe presentano un inizio scarno e sommesso per poi deflagrare nel finale, allo stesso modo delle sorgenti di acqua bollente del Geysir che divampano nella valle di Haukadalur. Melodie indimenticabili rese possibili anche grazie all’ingresso nel gruppo del nuovo batterista Orri Páll Dýrason al posto dello storico Ágúst Ævar Gunnarsson.

I Sigur Rós sempre più sperimentali

In seguito alla sbornia di Ágætis Byrjun e (), veri e propri capolavori del gruppo islandese, i Sigur Rós pubblicheranno album maggiormente sperimentali distaccandosi leggermente dalle atmosfere da sogno che avevano caratterizzato il loro inizio di carriera. Il processo di rinnovamento della band comincia con Takk… (“Grazie”), prosegue con Með suð í eyrum við spilum endalaust (“Con un ronzio nelle orecchie suoniamo all’infinito”) e si conclude con due album pubblicati in simultanea, Valtari (“Rullo compressore”) e Kveikur (“Stoppino”), ad oggi gli ultimi lavori editi dal gruppo di Reykjavík.

La voce bianca, quasi elfica, di Jónsi convive ancora meravigliosamente con le distorsioni delle chitarre e le percussioni armoniche, ma a distinguere questa “trilogia” è lo squarcio di luce primaverile che si lascia intravedere nel freddo inverno scandinavo. Messaggi di speranza sono posti qua e là dai Sigur Rós, come in Hoppípolla (“Saltando nelle pozzanghere”), canzone sulla difficoltà di crescere e abbandonare la spensieratezza della gioventù e nel cui video sono ripresi due gruppi di adulti che giocano per la città progettando scherzi agli abitanti del luogo: il loro unico intento è divertirsi, senza rinnegare il loro spirito fanciullesco.

Per chi volesse farsi un’idea ancora più precisa dell’identità che lega i Sigur Rós all’Islanda non si può non prescindere dal docu-film Heima (“A casa”), registrato durante il tour nella Terra del Ghiaccio nell’estate del 2006. In Heima il gruppo islandese è posto ancora una volta sullo sfondo. Troviamo infatti una nuovo protagonista accanto alla musica: le persone, e dando un’occhiata al documentario è evidente come esse, con le loro emozioni siano la vera fonte di ispirazione della band, accanto ai paesaggi islandesi.

La forza del documentario è proprio questa: ricordarci che, in un mondo globalizzato come il nostro, la coscienza del vivere deve divenire percezione collettiva, varcando i confini dell’individualismo. I Sigur Rós sulla scia della Ginestra di Leopardi, insomma: agli intellettuali come loro spetta il compito di facilitare questa consapevolezza, incoraggiando l’unione tra tutti gli uomini che devono impegnarsi a costruire una rete di solidarietà e di soccorso reciproco. Nella speranza che il volo intrapreso ventidue anni fa non venga interrotto e che Jónsi non venga sbranato improvvisamente dai leoni o collocato nel museo di non so quale città d’Europa.

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Matteo Pelliccia

Matteo Pelliccia

Musicofilo, cinefilo, sport addicted, devoto a Roger Federer come esperienza religiosa.

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