«La scuola dovrebbe lasciarci liberi di esprimerci»

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Dal Rushmore, di Wes Anderson

Dal Rushmore, di Wes Anderson

Cinque anni di vita pochi non sono, si stringono forti amicizie e si diventa consapevoli delle proprie possibilità e alla fine di tutto rimane comunque un sentimento di nostalgia verso quel periodo tutto sommato felice e spensierato.
La scuola sarà sempre parte di noi, che ci piaccia oppure no, in fondo essa altro non è che il nostro Bildungsroman.

Personalmente mi ritengo fortunato per aver scelto l’indirizzo giusto nel posto giusto e posso affermare di essere pienamente soddisfatto di tutto quello che mi è stato insegnato e trasmesso dai miei insegnanti e del mio intero percorso in generale. Tuttavia ciò non toglie che alcune cose possano essere migliorate. Da semplice diplomato quale sono esprimo il mio giudizio personale, che non rappresenta in alcun modo un rimprovero bensì un punto di vista e magari un punto su cui riflettere.

Non entrando troppo a fondo nei discorsi più banali sulle ingiustizie commesse dalla meritocrazia così come sulla questione delle preferenza verso alcuni alunni, argomenti di cui non adoro parlare dato il terribile utilizzo che noi studenti ne facciamo per autogiustificarci. Mi soffermerò sul problema della scrittura. Partendo dal presupposto che la libertà di stile in Italia, così come in altre parti del mondo, non è illegale fortunatamente, l’ente scolastico si arroga in più casi il diritto di poter giudicare i compiti e le prove di uno studente in base allo stile utilizzato.

Finché si tratta di errori ortografici e morfosintattici non si può ovviamente considerarli corretti, ma nel momento in cui, dopo aver studiato i romanzi di Cesare Pavese e il loro stile semplice e quotidiano o ancora James Joyce, nelle cui opere la successione dei pensieri dei personaggi non è sempre chiara da seguire, come si può incolpare e soprattutto valutare negativamente un allievo solo perché esercita negli scritti uno stile semplice e quotidiano o talvolta anche non logico? Se la scuola insegna che grandi autori, come quelli citati, hanno mantenuto uno certo stile, non è improbabile che gli allievi prendano come riferimento ciò che loro viene proposto, in fondo siamo quello che studiamo.

La scuola dovrebbe spingere a essere inventivi, a creare qualcosa di nuovo e più in generale a essere liberi nell’espressione di noi stessi (indubbiamente con un’adeguata correttezza), non inquadrarci dentro dei limiti prefissati e convenzionali per renderci tutti uguali. Non siamo per fortuna sotto dittatura.

Mi auguro che questa semplice opinione personale possa essere utile per contribuire al miglioramento del sistema scolastico.

Antonio Oliva


Hai anche tu un’esperienza da raccontarci? Scrivi a partedeldiscorso@gmail.com con oggetto “Vita da liceale”. La tua storia potrebbe essere pubblicata.

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