Una linea italiana all'interno del contorto mondo dell'immigrazione

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Immigrazione: a sinistra, Matteo Salvini.

Immigrazione: a sinistra, Matteo Salvini

Itaker, carcamano, tschinggali, magnaramina, shitalian, italiashka, tanos, babi. Tranquilli, cari lettori, non sono parole di origine astrusa o di mia invenzione, né sono affetto da fenomeni deliranti. Sono nel pieno delle mie facoltà critiche e cercherò di tracciare una linea italiana all’interno del maxi fenomeno dell’immigrazione. Mi sento in dovere di fare ciò perché purtroppo, indicando fin troppo volte quell’Africa come l’origine dei mali del panorama italiano, ci si è dimenticati di guardare al passato e in quelle navi colme di noi italiani in partenza verso l’America o altri luoghi. Quelle parole, prive di senso per voi, sono invece intrise d’odio e diffidenza. Significano “Zingari”, “Vagabondi”, “Rospi”, ancora riduttive per interpretare il sentimento di repellenza espresso nei nostri confronti.

Greaseball: storia del “negro” per un italiano

Così gli Americani e non solo ci identificavano, con nomignoli simili a quel “negro” che noi oggi spesso utilizziamo; simili a quel “rom” che con disprezzo pronunciamo quotidianamente. La mia “preferita” però è greaseball. Deriva dalla moda diffusa tra gli italo-americani di usare la brillantina, con un riferimento offensivo alle condizioni igieniche di questi ultimi.

La gente aveva paura di noi. Ci considerava un popolo di ignoranti che stuprava le loro figlie e loro mogli. Nelle pagine nere della storia italiana, possiamo ritrovare il terribile eccidio di New Orleans del 14 marzo del 1891. Nell’anno precedente, il 15 ottobre 1890, l’allora sovraintendente della polizia di New Orleans, David Hennessy, fu ucciso. Subito si pensò che fossero stati gli italiani “mafiosi”, ma la corte li assolse perché priva di prove. L’odio e la rabbia allora si propagarono come onda d’urto, si andava a caccia dell’italiano, fino ad arrivare al giorno in cui poliziotti e civili entrarono nelle carceri americane e presero 11 italiani, due dei quali vennero impiccati mentre gli altri brutalmente uccisi. Il sindaco della cittadina americana, Joseph Shakespeare, commentò in tal modo: “Questi furtivi e codardi siciliani, i discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato a questo Paese le passioni senza legge, le pratiche spietate e la società legata da giuramenti del loro Paese di origine, sono per noi un parassita, senza attenuazione”.

Noi italiani: prima accusati e poi giudici

Queste parole ovviamente provocano in noi sgomento e incredulità. Noi, cultori del mondo, popolo tra le cui fila emergono nomi di uomini che hanno cambiato la storia, delineati poi in tal modo. Definiremmo questo comportamento come osceno, razzista e intollerante. Oggi, a distanza di più 200 anni la ruota della storia continua a girare ma non è cambiato nulla. Solo i ruoli. Infatti, se prima sedevamo sul banco degli imputati, adesso invece sentenziamo con il martelletto in mano, giudizi che non differiscono da quello di New Orleans.

Se trasportate all’Italia di oggi, cambiando il soggetto, queste parole diventano un’oscena attualità e sembrerebbero quasi essere pronunciate da un grande demagogo, che oggi contrasta gli immigrati, colui il quale alla domanda di Enrico Mentana se il tema dei ministeri a Roma potesse costituire il casus belli, rispose: “Quanto belli, quanto grandi, quanto splendenti siano i ministeri a Roma onestamente mi interessa molto poco”. Inutile però mi sembra questa dissertazione se non si risponde ai grandi quesiti che l’immigrazione ci pone.

Rispedire al mittente il proprio pacco?

Il grande demagogo, di cui già prima ho scritto, disse al ministro dell’integrazione durante il governo Letta Cecile Kyenge: “Inutile e chiacchierona, vada a difendere gli africani in Africa, se vuoi difendere i profughi torna al tuo Paese”. Osservazione che potrebbe risultare anche giusta, se non fosse che per anni l’Africa è stata ed è tuttora ingranaggio del grande sistema capitalistico. I continui soprusi sulle loro ricchezze e “l’aiuto” dato alle lotte intestine hanno impedito al Paese di emergere nel contesto mondiale. Per porre fine al grande flusso migratorio bisognerebbe proporre, a mio avviso, un valido piano economico per far riemergere dalle ceneri il continente africano, una stretta collaborazione che permetta al suo popolo non di sfuggire a morte e devastazione, bensì di ritrovare nel loro Paese la loro vera casa.

Sono pericolosi? Gli immigrati rubano, stuprano, sono criminali

Le carceri italiane sono composte dal 32% di stranieri, una percentuale elevata, però solo una minima parte, il 5%, ha commesso reati quali omicidio, stupro, violenze. Gli altri invece sono in galera o per piccoli furti o per documenti irregolari. La restante percentuale di reati gravi è sempre connessa agli italiani.

Gli immigrati che arrivano in Italia sono troppi? Ci rubano il lavoro?

Anche qui purtroppo, secondo i dati dell’Istat, ci sbagliamo. Il flusso migratorio è un ¼ di quello del 2007, mentre Inghilterra e Germania accolgono molti più immigrati di noi. Sul piano del lavoro, invece, gli immigrati regolari costituiscono l’8,3% del Pil italiano, cioè 123 miliardi di euro. Dobbiamo poi sempre far attenzione a non usare “due pesi due misure”, poiché molte volte gli immigrati che arrivano nel meridione vengono sfruttati, usati come raccoglitori di arance, arance che poi arrivano sulle nostre tavole. Questi lavori ovviamente non vengono accettati da noi italiani, però allo stesso tempo c’è un velo di omertà sulle condizioni dei clandestini, perché alla fine è sempre utile risparmiare sugli stipendi dei lavoratori. Inoltre lo stesso made in Italy, le grandi aziende italiane, preferisce dislocare le proprie industrie o licenziare i propri operai per poter avere una manodopera meno costosa.

È impossibile una riconciliazione tra noi e loro?

Sempre di più poi si dà forza all’impossibilità di una conciliazione tra noi e gli immigrati, poiché dotati di due sistemi sociali differenti, di due modi di pensare opposti. In parte questo è vero, infatti l’Occidente reputa il nostro retaggio culturale così influente da poter perfino far tramutare una pena a un condannato. Nel 2007, in Germania, il Tribunale di Bückeburg ha ridotto la pena da otto a sei anni a un cameriere accusato di aver stuprato una ragazza. Nella motivazione della corte giocava una parte fondamentale la sua origine sarda, attenuante poiché la sua visione della donna differiva da quella tedesca.

Alla fine quindi forse non si è così diversi, così lontani. Bisognerebbe solo per un istante guardare al passato, pensare che la stessa tratta della morte la affrontavano anche i nostri nonni, i nostri bisnonni. Però l’uomo ha sempre il solito difetto; come diceva il grande Seneca: “abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro”.

Ultimamente ho anche letto una frase che mi ha molto colpito: “L’Italia agli italiani, ma quelli veri”. Porre una domanda è lecito. Quali sono gli italiani veri? Mafiosi, artisti o ignoranti del casus belli? A voi la scelta.

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Taysier Roberto Mahajnah

Taysier Roberto Mahajnah

Nato a Napoli. 18 anni. Frequenta il liceo classico alla Scuola Militare Nunziatella. Appena può, tra punizioni e marce, coltiva le sue passioni, come il pianoforte, la lettura e soprattutto la scrittura, in particolare la poesia. Ama viaggiare e detesta coloro che appaiono indifferenti alla vita. "Ogni minuto è una scelta. Essere o non essere”.

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