Tra modernità e tradizione: vi racconto la mia Istanbul

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Instanbul © partedeldiscorso.it / Melissa Vitiello

Istanbul © partedeldiscorso.it / Melissa Vitiello

Quando nomino Istanbul o la Turchia in generale solitamente nessuno si mostra particolarmente incline a fare domande o a informarsi. Da poco tempo a questa parte, pare che le cose siano cambiate. “Turchia? Dove c’è l’Isis?”, “Non hai paura della guerra?”, “E se si fanno esplodere dove vai tu?”, “Capisci l’arabo?”, “Non ti arrestano se non ti copri?”, sono solo alcune delle (assurde) domande che mi sono sentita rivolgere.

Quello che scriverò, però, non sarà un articolo volto a illuminare e informare a proposito della situazione politica, sociale o religiosa: chi ha voglia di capire come stanno davvero le cose può farlo in qualunque momento, i mezzi non mancano di certo.

Realizzare questo articolo sarà difficile perché ho sempre trovato difficile scrivere di quello a cui tengo, per paura che non venga esattamente come voglio, per paura che non sia all’altezza di come mi sento. Spero che questa volta lo sia.

Avere una madre turca non è sempre stato facile e non mi è sempre piaciuto ma in realtà quella che mi è toccata è una fortuna gigantesca.
Ogni estate, da quando sono nata, passo più di un mese in quella che per me è gradualmente diventata la città più bella e magica del mondo.

Bisanzio prima, Costantinopoli poi e infine Istanbul, con i suoi 15.000.000 di abitanti, è il centro municipale più popoloso d’Europa nonché unica metropoli al mondo ad appartenere a due continenti. È stata capitale dell’Impero romano, di quello bizantino, di quello latino e naturalmente di quello ottomano; l’ho vissuta molte volte da turista ma sono decisamente più abituata a viverla come casa.

I principali luoghi di interesse turistico sono Piazza Sultanahmet (che ospita la Basilica di Santa Sofia con la sua cisterna sotterranea, la Chiesa di Giustiniano, la Moschea Blu e l’Ippodromo romano), il Palazzo Dolmabahçe e quello di Topkapı, la Torre di Galata, quella di Leandro e naturalmente il Gran Bazar.

Ma ci sono infinite altre cose da sperimentare. Il traffico mattutino e pomeridiano sul Bosforo, tanto per cominciare. Macchine piene di uomini e donne d’affari che vanno e tornano dai loro uffici, passando dall’Europa all’Asia e viceversa.
La tranquillità di una passeggiata sul lungomare di Bebek, luogo di ritrovo pieno di ristoranti, negozi e locali dove incontrarsi per un aperitivo o un caffè.

Il quartiere di Ortaköy è invece l’ideale per un giro tra le bancarelle e un assaggio dello street-food turco.
Tra i parchi più belli dove sedersi a bere un tè, passeggiare o leggere un libro, quello di Gezi, quello di Emirgan (che in primavera ospita il Festival dei Tulipani) e quello di Maçka, pieno di salici e alberi da frutta. Per chi invece ha voglia di fare shopping i centri commerciali non mancano e, anzi, il Cevahir Mall, con i suoi 343 negozi, è il più grande d’Europa.

Ogni volta che sono a Istanbul ci sono dettagli che registro mentalmente e mi riprometto di non dimenticare una volta tornata in Italia. Le luci dei negozi al crepuscolo, mentre torno a casa dalla stazione della metro, lungo la strada costeggiata di ristoranti che di sera si riempie di odori deliziosi. La vista sul Bosforo da un locale in cui siamo andati a cena. Il ponte illuminato di rosso che si vede dalla finestra della mia camera da letto, insieme ai tetti di mattoni delle case che circondano il quartiere. Le colazioni infinite preparate da mia nonna e da chiunque altro, ovunque, ogni mattina.

Il fatto che così come noi italiani a momenti neanche chiediamo agli ospiti se hanno voglia di un caffè e mettiamo direttamente la caffettiera sul fuoco, qui si preparano quantità industriali di tè a ogni ora del giorno e della sera. Il cibo, che non è solo kebab come piace pensare ai più, e il modo in cui dal momento in cui arrivo cambio automaticamente modo di mangiare (n.b., l’idea dello yogurt sulla carne o del pepe sul riso potrebbe ragionevolmente farvi schifo ma vi assicuro che dovreste provare).

Più di tutto, negli anni, ho imparato ad apprezzare le persone. Persone intelligenti, fiere del proprio Paese e della propria libertà, gentili e solidali come pochi altri popoli, sospesi a metà tra modernità e tradizione.

La ricchezza di Istanbul sta nella gente, nell’aria, nei profumi, nella sua anima che passa dalle moschee ai grattacieli e alle case diroccate, nel richiamo alla preghiera fatto dai muezzin cinque volte al giorno.

Sono tempi duri per la Turchia? Siamo spaventati? Siamo arrabbiati? Sì.
Sono vent’anni che passo qui ogni mia estate e ho assistito a cambiamenti che hanno sconvolto tanto me quanto la mia famiglia e i nostri amici. Dovremmo quindi arrenderci alla paura, all’indignazione, e perdere di vista la bellezza e l’umanità che ci circondano? Non esiste.

La mia Istanbul è bella, lo era la settimana scorsa con il sole accecante e i quaranta gradi all’ombra, lo è oggi con i nuvoloni grigi e gonfi di pioggia. Lo capisco se attualmente non morite dalla voglia di visitarla, ma per i viaggiatori il tempo, si sa, è illimitato.

Nel suo I volti della Turchia, l’antropologa Adriana Destro scrive: “La Turchia è davvero un paese pieno di impulsi e slanci che vengono da lontano, che esaltano, inquietano o liberano. Istanbul contiene tutto, produce realtà e fantasmagorie. In modo pittoresco ed enigmatico, accoglie e inizia il visitatore attraverso processi antichi e misteriosi: lo sonda, lo disorienta, lo investe e alla fine lo travolge. Lo lascia senza fiato e alla ricerca di spiegazioni”.

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

21 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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