Non solo Regeni: ecco cosa accade in Egitto

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Flash mob di Amnesty International contro le sparizioni forzate in Egitto

Flash mob di Amnesty International contro le sparizioni forzate in Egitto

«Ancora questo Giulio Regeni?». In genere chi mi fa questa domanda non si ferma qui: manifesta la propria insofferenza per l’attenzione dedicata al caso facendomi presente che lo studente italiano era un membro dei servizi segreti inglesi (fatto da verificare, ufficialmente Giulio era in Egitto per preparare una tesi di dottorato sui sindacati locali) e che questo ne fa un “traditore della patria”, per cui il nostro Paese non dovrebbe preoccuparsi tanto. «Poi se l’è cercata, no?», continuano. «Si sa come vanno le cose lì» e così via. Tutta una serie di dissertazioni a cui io generalmente non rispondo, perché le considero, quando non totalmente fuori luogo, per lo meno irrilevanti. Ora però è venuto il momento di mettere le cose in chiaro.

Che Giulio fosse italiano non è importante. O meglio, sì, evidentemente lo è, perché è proprio il suo essere un giovane occidentale che ha permesso di attirare tanta attenzione sul tema dei diritti umani in Egitto. Il punto, però, non è Regeni; non è solo Regeni. Prima di lui, tantissimi egiziani – per cui ci si è interessati poco o nulla – hanno subito la stessa sorte: Mazen Mohamed Abdallah (rapito a 14 anni), Aser Mohamed (14), Atef Farag (48), Yehia Farag (22), Islam Khalil (26)… Sono solo alcuni dei nomi che potrei elencare, nomi diventati sempre più numerosi dopo che Magdy Abd el-Ghaffar, ex membro della polizia segreta di Mubarak (Ssi), è stato nominato ministro dell’Interno. La Ssi è stata sostituita dall’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa), principale autrice dei rapimenti in Egitto e di cui el-Ghaffar è il diretto responsabile. Con la tortura, vengono strappate confessioni false che portano a processi irregolari, in cui è totalmente assente la difesa.


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Regeni nei servizi segreti? Improbabile, ma non impossibile. Se ciò fosse vero, può giustificare quanto gli è accaduto? Decisamente no. Il punto non è cosa stesse facendo lo studente in Egitto. Il punto è invece che l’Egitto è un membro dell’ONU e in quanto tale è soggetto alla Dichiarazione universale dei diritti umani, che sancisce il diritto di ogni individuo “alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona” (art. 3), a non “essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti” (art. 5) e “arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato” (art. 9).

Dopo il colpo di Stato del 2013 e l’elezione di Abd al-Fattah al-Sisi, nessun miglioramento è stato fatto nel rispetto dei diritti umani. Il ministro dell’Interno stesso ha dichiarato di aver già fatto arrestare circa 16.000 oppositori politici o presunti tali, negando però che vi siano mai stati casi di “sparizioni forzate” in Egitto, e non sembra voglia fermarsi qui. Chiunque si opponga al governo viene accusato di terrorismo e rischia di essere condannato a morte.

Chiedere verità per Giulio significa chiederla per ognuna delle vittime di questa violazione indebita perpetuata dal governo di al-Sisi. Non si può tacitamente accettare ciò che quotidianamente subiscono i cittadini egiziani, liquidando semplicemente il tutto con un “Lì le cose vanno così”. È una questione di uomini, non di nazioni né di culture. Ecco perché bisogna parlarne.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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