Periferia romana: il riscatto passa dal cinema

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Cinema e periferia romana

Cinema e periferia romana

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Così scriveva Cesare Pavese nel 1950. Quest’estratto de La luna e i falò mi è tornato alla mente recentemente, apprezzando diversi film riguardanti la periferia romana. Lato di Roma non sempre evidente a chi non la vive, per essere familiare necessita di un rapporto verace con la città e, più specificatamente, con la sua identità più autentica.

È trascorso più di un decennio da quando Michele Placido, con il suo Romanzo Criminale, ci ha offerto una lucida rappresentazione della malavita che ha spadroneggiato nella Capitale dalla fine degli anni Settanta. In assenza di eroi salvifici, tale pellicola insegna che la condanna sociale non può ricadere unicamente sui criminali più efferati. Ciò risulta oggi più che mai evidente.

Se, tuttavia, le grandi città hanno sempre offerto l’anonimato e la varietà, appare innegabile come negli ultimi anni sia in atto una rivoluzione cinematografica volta a convertire lo squallore dell’hinterland in qualcosa di ineffabilmente migliore. E così, mentre l’immondizia marcisce sotto la canicola estiva, questi film assumono valore, rendendo fruibile a tutti un mondo che in molti non vedranno mai.

Periferia romana. Per cogliere a pieno in cosa consista effettivamente bisogna avere questa città nelle ossa. Essere cresciuti con il dialetto romano nelle orecchie. Avere gli occhi pieni della sua contraddittoria bellezza; allora la si conosce senza bisogno di esplicitarla.

Una differente concezione di cinema

Il successo di un’opera cinematografica pari a La grande bellezza, specialmente all’estero, era pronosticabile. Un film in cui l’incontenibile splendore della Città Eterna pare quasi fungere da fondale per la dissacrazione della vacua borghesia capitolina è indubbiamente meno audace di lungometraggi come Non essere cattivo di Claudio Caligari o Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (e ciò è testimoniato dalla difficoltà incontrata dai registi nel reperire i fondi da destinare alla loro produzione). La poesia che si cela dietro comuni storie di periferia pare essere offuscata dall’estasiante bellezza della Roma bene. Ciò induce a chiedersi quale possa essere il peso del cinema in queste situazioni: esso può al massimo servire a denunciare il degrado in cui versano le periferie o addirittura spronare le coscienze a svolgere un ruolo attivo nella riqualificazione di tali aree?

Risulta innegabile che Enzo, il delinquente timido, egoista per necessità, il quale in seguito al contatto con scorie radioattive abbandonate nel Tevere diviene un supereroe ignorantemente anarchico (che Alessia, ragazza con problemi psichici, identifica con Hiroshi Shiba) possa rappresentare l’archetipo dell’opportunità di migliorarsi, indipendentemente dal proprio sostrato socio-culturale. Per tale motivo, Jeeg Robot è stato assunto come emblema della lotta alle ingiustizie che si consumano nelle nostre città. Una sua gigantografia ha campeggiato sul Campidoglio durante le proteste per la chiusura degli spazi sociali. Sono in molti ad augurarsi che il film di Mainetti possa fungere da kryptonite contro la tangibile rassegnazione. Un monito, dunque, a non sottostare a un destino che pare già segnato per chi nasce in ambienti difficili.

Anche Caligari ha scelto di ambientare il suo ultimo film nel microcosmo dei quartieri popolari. Ostia è un omaggio a Pier Paolo Pasolini, primo celebratore della periferia romana. In Non essere cattivo manca il desiderio di condannare duramente chi vive ai margini e campa di espedienti. Si sceglie di mostrare la parabola dell’amicizia fraterna di Cesare e Vittorio, sempre più divergenti. Vittorio, nel suo processo di redenzione, nei suoi continui tentativi di elevarsi da un contesto sociale che asfissia, offre agli scettici un’altra prova di come sia sempre possibile affrancarsi da un pregiudizio che troppo spesso ci schiaccia.

Il futuro della periferia romana

Se risolvere la situazione è complesso, ci si augura che almeno la notorietà del disagio di chi risiede in questi quartieri possa un giorno apportare miglioramenti concreti. Così, tra blitz delle forze dell’ordine che sgominano le bande che controllano “senza nessuna pietà” (per citare solo un altro dei film ambientati nella periferia della Capitale) il traffico di droga e l’abbandono ormai insostenibile, il cinema può catalizzare per due ore lo spettatore e conferire dignità a una realtà invisibile che grida per farsi conoscere.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Vent'anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora studia Lettere, ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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