Bar(n)Out duepuntoniente, il corto che racconta la periferia

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Foto dal set di Bar(n)out duepuntoniente

Foto dal set di Bar(n)Out duepuntoniente

Valerio Nicolosi è un videomaker italiano che attualmente vive e lavora a Bruxelles. Teso verso ovest oltre i confini del Paese natio, resta però con le radici ben ancorate a est, o meglio a nord-est di Roma, nella periferia. È dal Tufello, infatti, che parte non solo il suo viaggio, ma anche quello dei personaggi da lui creati.

Nel 2009 pubblica con Paolo Verticchio Bar(n)Out, una raccolta di storie ambientate (o meglio, vissute) nella periferia romana e raccontate davanti a un bicchiere di vino bianco al bancone di un bar. Da queste pagine nasce il corto Bar(n)Out duepuntoniente, distribuito mediante una campagna su produzionidalbasso.com, grazie a cui è possibile ricevere libro e DVD autografato con una semplice donazione.

Parlando con Valerio, siamo riusciti a scoprire qualcosa di più riguardo al corto, a cominciare da quell’assenza di colori che accomuna gli scatti di Bar(n)out e il progetto che ne è derivato. Una scelta che inevitabilmente sembra essere diventata la firma di Nicolosi, memori del lavoro fatto per Be Filmaker a Gaza.

L’uso del bianco e nero da cosa è dipeso?

Quello che Bar(n)Out duepuntoniente racconta è uno spaccato di una società attuale, ma che sembra essersi fermata a qualche decennio fa. Il bianco e nero è un modo per decontestualizzare il racconto e togliere i riferimenti temporali. Anche il libro da cui è tratto è tutto in bianco e nero, io e Paolo Verticchio volevamo che fosse più realistico possibile e il bianco e nero era il modo migliore.

I protagonisti dei racconti hanno qualche connessione con i soggetti degli scatti contenuti nel libro e con quelli del corto?

Le fotografie fanno parte di un racconto sui bar di notte della periferia romana, alcune sono connesse con i personaggi dei racconti altre no. La sceneggiatura invece è tratta da tre racconti del libro; alcuni personaggi sono identici alla loro versione letteraria, alcuni sono stati leggermente modificati mentre altri sono nati con il corto. È il giusto mix per adattare un libro di racconti a cortometraggio.

Inevitabilmente temi e ambientazioni ricordano la produzione di Caligari. È stato un punto di riferimento per la realizzazione del corto?

Caligari è un punto di riferimento sempre. Con Amore Tossico e L’odore della notte ha raccontato benissimo uno spaccato di società di quegli anni. Purtroppo abitando all’estero non ho avuto ancora la possibilità di vedere Non essere cattivo, però me ne hanno parlato bene. Detto questo, Bar(n)Out duepuntoniente racconta storie vere, storie tratte dal quartiere dove sono nato e cresciuto quindi se dovesse esserci qualche somiglianza è solo perché anche io cerco di raccontare in modo crudo quello spaccato di società.

Come e in quanto tempo si è svolta la realizzazione del film?

Con Paolo Verticchio ci pensavamo da molto tempo, però la sceneggiatura vera e propria abbiamo iniziata a scriverla nella scorsa primavera. Il set è stato brevissimo ma molto intenso. Due giorni, 28 ore di riprese e siamo riusciti a chiudere tutte le scene. Per questo devo ringraziare tutta la troupe che è stata fantastica.


Bar(n)Out duepuntoniente è un lavoro collettivo perché c’è dentro la passione di tante persone


Chi sono gli interpreti e i filmmaker che ti hanno accompagnato in questo progetto e cosa li ha spinti a lavorare a Bar(n)Out?

Benedetta Rustici, Daniele Pio, Alessandro Cremona, Enrico Epifani sono gli interpreti dei quattro personaggi principali. Sono dei bravissimi attori professionisti e per me, che non mi sento un regista, è stato un privilegio poter lavorare con loro.

La troupe è ampia ma è giusto citarli tutti: Valerio Cesaroni alla fotografia, Lorenzo Ferrillo al suono in presa diretta insieme a Marco Antonelli, che si sta occupando della post-produzione audio, Giuseppe Foderaro alle riprese aeree, Lorenza Gentileschi al trucco, Jessica Granato e Lorenzo Pierno, rispettivamente aiuto regia e produzione, che si sono fatti in quattro anche prima delle riprese. Ilaria Turrini, Marco Scali e Marina Bonifacio, rispettivamente assistenti alla fotografia, al suono, alla produzione.Lorenzo Casadio alla postproduzione, Fabio Gabucci al ciak e in ultimo il mio amico Emilio Stella, cantautore che ci ha regalato una canzone per la chiusura del corto e che e ha fatto un cameo molto apprezzato.

Credo che li abbia spinti la passione che io e Paolo Verticchio abbiamo messo in questo progetto. È qualcosa fuori dal comune e che voleva raccontare perché sentivamo nostra. Questo le persone a cui chiedi di collaborare lo sentono e si fanno coinvolgere più volentieri. Bar(n)Out duepuntoniente è un lavoro collettivo perché c’è dentro la passione di tante persone.

Per quanto riguarda le musiche, invece, come nasce la collaborazione con Manolo Macrì?

Manolo è nato e cresciuto nello stesso quartiere mio e di Paolo Verticchio. La collaborazione potremmo dire che nasce dalla strada. Lui è un bravissimo chitarrista blues e cantautore e dopo aver letto la sceneggiatura ha scritto una musica da brivido che credo che sia l’arma in più di Bar(n)Out duepuntoniente.

In che modo vivere nella quotidianità simili situazioni di degrado ha influenzato la tua vita?

In quel quartiere ci sono nato e cresciuto e mi piace nonostante ci siano ancora molte situazioni di difficoltà sociale. Crescere nei quartieri popolari ti dà una marcia in più, impari a saper stare per strada, impari cos’è la dignità. Per me il Tufello è un posto importante a cui sono molto legato e per questo avevo voglia di raccontarlo.

In alcuni quartieri romani, ad esempio Tor Marancia, ci si è serviti della street art per riqualificare il territorio. Pensi sia un’idea efficace?

Potrebbe essere un’idea efficace ma solo se seguita da un intervento reale da parte delle amministrazioni locali.

Quali altre iniziative pensi che aiuterebbero quartieri come Tufello a rinascere e che ruolo hanno le istituzioni e le scuole nella rieducazione delle nuove generazioni?

Il problema vero è l’abbandono scolastico, bisognerebbe intervenire per evitarlo. Non ho numeri a portata di mano ma sarebbe interessante vedere quanti sono gli under 30 senza il diploma di licenzia superiore e addirittura anche di licenza media.

Quando facevo le scuole medie c’era un insegnante di tecnica che spronava molti miei compagni di classe a prendere la licenza media perché stavano rischiando l’ennesima bocciatura. In quel caso il loro destino sarebbe stato andare a lavorare da qualche parte e lasciare la scuola a 15 anni senza nemmeno aver preso la licenza media. Il professor Rampini (l’insegnante di tecnica) un giorno entrò in classe e ci disse: “Secondo voi a Roma ci sono le riserve indiane?” noi un po’ perplessi rispondemmo di no e lui arrabbiandosi benevolmente disse: “Lo capite che voi siete dentro una riserva indiana? Guardatevi attorno, siete circondati, vi stanno fregando e ne uscirete solo studiando”. Quella discussione andò avanti per due ore e per me è stato il miglior sprono che potessi ricevere.

Oltre alla scuola c’è lo sport, altro fattore fondamentale. Io ho giocato tanti anni a calcio e oggi vedo che per iscrivere i bambini in una società di calcio ci vogliono centinaia di euro. Secondo me è assurdo e il comune dovrebbe garantire luoghi di sport gratuiti o a prezzi calmierati. Per fortuna al Tufello c’è anche un grande spirito di autorganizzazione e proprio grazie a questo da qualche anno c’è una realtà meravigliosa di cui mi sento parte nonostante la lontananza. È la Palestra Popolare Valerio Verbano, che riesce a fare sport di qualità a prezzi bassissimi e soprattutto dando una possibilità ai ragazzi di fare attività sportiva in un ambiente sano invece di frequentare sempre e solo lo stesso muretto sotto casa.

Nonostante la situazione critica descritta, quali credi siano gli elementi positivi della periferia, specie quella romana?

C’è ancora un tessuto sociale, c’è umanità. E questo credo che sia una cosa molto importante.

Intervista curata da Lucia Liberti ed Elvira Petrarca

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