Che ragazza scegli di essere?

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Alcuni degli slogan del #FertilityDay

Alcuni degli slogan del #FertilityDay

C’è stata una fase in cui non parlavo di alcuni film visti, anche con una certa trepidazione, se non con le mie amiche, per via della convinzione di poter incrinare l’immagine di ragazza indipendente, ambiziosa, affatto svenevole e imperturbabile che mi proponevo di essere. Solo il fatto di fare quelle considerazioni mi rendeva poco più di una stupida, però è un dato di fatto che quell’idea per cui dev’esserci una certa equazione tra determinati gusti o comportamenti e corrispondenti modi di essere ragazze non sia poi lontana dall’immaginario collettivo o comunque che si tratti di una mini forma di pregiudizio frequente, che appartiene anche alle stesse ragazze: è noto che le donne sono molto severe nel giudicare le altre donne – altro pregiudizio, oppure no –, rimane il fatto che esistono tipologie di donne preconfezionate nella nostra cultura piuttosto vincolanti, nelle quali cerchiamo di identificarci, cascandoci anche là dove crediamo di rappresentare tipi di piccole sovversive nel sistema.

Metti una settimana come questa in cui sono capitati due eventi di diversa portata, che probabilmente hanno generato questa riflessione: da una parte l’uscita nelle sale di quello che è stato definito, con voce apocalittica dal narratore del trailer, “il film più romantico dell’anno” (Me Before You con Emilia Clarke e Sam Claflin), dall’altra l’annuncio del #fertilityday con tanto di slogan atti a sponsorizzarlo. Per quest’ultimo, reazioni come se piovesse. La Ministra Lorenzin ha affermato che “il messaggio è da riformulare” e ora attendiamo il secondo round.

Il sentimentalismo e il femminismo nello stesso ordine del giorno, l’uno da imbrigliare con perseveranza, l’altro da rivendicare.

Benché fermamente convinti che esista una certa maniera universale di essere donne, vicina a una figura quasi epica dotata di aneliti di beltà e temperanza, ogni contesto temporale e spaziale produce e riproduce un modello verso cui tendere, bello impregnato della cultura di appartenenza.


Onestamente non so se sceglierò di avere bambini e contribuire in questo processo di “fertility”, quello che conta però è che vorrò continuare a scegliere e non sentirmi chiamata a una specie di servizio per la mia nazione


Tanto di quello che viene spacciato come tappa naturale, che in una certa fase della vita si presenta con tanto desiderio, rappresenta una tappa del percorso che in quella comunità fa parte del proprio bagaglio. Per molto tempo il matrimonio e la filiazione hanno rappresentato l’obiettivo ultimo che ogni ragazza possedeva, il mito della famiglia, del focolare, contribuivano a rendere tutto più coerente e parte di un piano sistematico ben delineato. Non si trattava di una specie di incapacità di ambizione o determinazione o indipendenza: tra la media delle signorine, questo era il giusto modo di adempiere al proprio essere donne, perché in quel modo si era sempre fatto e in quel modo era giusto fare, moralmente e culturalmente.

Ma i decenni hanno portato tra le altre cose uno spirito diverso, che in parte ha riformato quel modello, accentuando l’importanza della affermazione della propria persona, del successo delle proprie aspettative, enfatizzando l’idea che la realizzazione personale sia il primo passo verso una vita soddisfacente. Il fatto che le mie nonne non abbiamo proseguito con gli studi o che alla mia età fossero già madri mentre io studio e dipendo materialmente dalla mia famiglia di origine ci rende solo figlie di tempi diversi e affatto appartenenti a modi sbagliati o giusti di essere donne.

Io sono contenta di appartenere ad un’altra generazione e quindi vivere questo sesso femminile come oggi è possibile viverlo – che comunque non rappresenta neanche l’ideale – ma lo sono perché è in questi anni che sono nata e mi sono formata. Possiamo credere di esserci solo evoluti sul piano sociale, ma il modo di vivere di alcune donne degli anni ‘50 non le rendeva meno emancipate o indipendenti di chi oggi crede di esserlo di più. Questo, tanto semplificato, però spassionatamente scritto, per sostenere che non c’è modo di essere donne e non c’è “campanello naturale” che tenga là dove una donna ritenga che spetti solo a lei decidere del proprio modo di vivere.

Quindi eccoci, da una Ministra mi sarei aspettata maggiore capacità di recepire i messaggi della gente e delle donne, non per una particolare sensibilità sensitiva, ma perché nel suo ruolo, coadiuvata da chi la attornia in questo suo ruolo, immagino fosse più importante insistere sulle cause per cui di questa fertilità “si usufruisce” poco e non mi riferisco unicamente al contesto socio-economico, che comporta nella maggioranza dei casi una scelta tra la propria realizzazione professionale, là dove non risulti un miraggio viste le attuali condizioni, e quella personale, ma non vedo neanche il motivo per cui dover essere considerati in qualche modo estranei alla “naturale catena dei desideri” se tra le proprie scelte di vita non c’è quella di diventare madri.

Ho pensato a diversi motivi per cui una donna come tante potrebbe non voler un bambino: potrebbe non volere che un bambino nasca in un mondo come il nostro. Potrebbe non dover dire al proprio bambino che non potrà assicurargli il proseguimento dei suoi studi o che dovrà accettare una versione molto rimaneggiata dei suoi sogni. Potrebbe non volerne per non dovergli spiegare come mai la famiglia che ha creato, andando altrove, per quel bambino, non riscontri il sostegno della comunità. Potrebbe non volerne perché non ne desidera, perché tiene più ad altro perché i suoi obiettivi sono altri e perché avere un bambino non è nei pensieri di tutte.

Onestamente non so come andranno le cose da qui a una settimana o da qui a dieci anni e non so se sceglierò di avere bambini e contribuire in questo processo di “fertility”, quello che conta però è che vorrò continuare a scegliere e non sentirmi chiamata a una specie di servizio per la mia nazione.

About author

Cecilia Lena

Cecilia Lena

Sono Cecilia, ho 21 anni e studio per diventare un'assistente sociale. Credo nel valore di chi affronta le battaglie quotidiane con dedizione e coraggio, non mi piace chi ne fa motivo di vanto. Credo nel bene, nell'energia creata dalla condivisione e nella dose di fiducia che genera guardarsi negli occhi di chi ci ama. Tutto quello che mi auguro e vi auguro si riassume in una massimissima tratta dal film Kung Fu Panda: «Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora».

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