In risposta a chi crede che “il web” non c'entri nulla

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Illustrazione di Roman Muradov (bluebed.net)

Illustrazione di Roman Muradov (bluebed.net)

Nelle ultime 24h uno degli articoli più condivisi (o che almeno io ho ritrovato più spesso sui social network) sul caso della donna di 31 anni suicidatasi a seguito della diffusione virale di un suo video privato è stato quello di Matteo Lenardon per Medium, intitolato Perché non è stato il web a uccidere Tiziana Cantone. Dopo averlo letto, non me ne voglia l’autore, ero onestamente arrabbiata e pur avendoci provato non ho potuto trattenermi dal commentarlo. Infatti, eccoci qui.

Mi sono stupita del fatto che così tante persone si siano ritrovate ad applaudire (virtualmente parlando) l’articolo come se prendesse una posizione netta e controcorrente, quando in realtà mi sento di dire che non ne prende proprio nessuna. L’impressione conclusiva che ne ho avuto, infatti, è che l’autore si fosse lanciato in una sorta di supercazzola traboccante di incoerenza solo per uscirne con le mani pulite e con lui chi lo sosteneva. Ora però procediamo con ordine.

Dopo aver elencato una serie di posizioni molto spesso travisate o eccessivamente semplificate, Lenardon scrive che queste “sono state condivise e discusse con passione perché si basano tutte sulla realtà”, salvo poi però screditarle una per una con sarcasmo nel resto dell’articolo. Aggiunge infatti che secondo la sua opinione il video di Tiziana è diventato virale perché si distingue dai soliti amatoriali; perché lei non si mostra passiva, anzi, impartisce ordini e che per questo la “viralità” del video non può essere connessa alla persecuzione della libertà sessuale femminile. Il punto è: siamo davvero sicuri che nella diffusione del filmato non vi sia una forma di condanna? Condivisione, sul web, è sempre sinonimo di approvazione?

Cosciente del fatto che la pubblicazione del sex tape non fosse consensuale, quando divenne “famoso” semplicemente mi rifiutai di guardarlo. Eppure anche io so cosa accade; so perfettamente, secondo dopo secondo, cosa le immagini mostrano e cosa i due si dicono. Perché? Perché in quel periodo ero al liceo e, indovinate un po’, non si parlava d’altro e di certo non lo si faceva in modo lusinghiero. «Che faccia da zoccola» era forse il commento più ricorrente, fatto sia da uomini che da donne, e con annessi scimmiottamenti degli ordini di cui sopra, dunque della non-passività della ragazza.

Il problema, dal punto di vista pratico più che etico, è che questi commenti non sono stati fatti soltanto nell’aula di una scuola o tra due amici al bar, lontano dalle orecchie della diretta interessata, ma anche su quel web che l’autore deresponsabilizza, dove erano accessibili a tutti, dove anche Tiziana poteva leggerli e dove lei, una volta, aveva un profilo Facebook che chissà perché ha cancellato. Troppi messaggi “lusinghieri”, forse?

“Tutte le grandi testate internazionali seguono un codice etico interno che impedisce la pubblicazione di nomi e foto di vittime di abusi sessuali, di bullismo e attacchi alla privacy”, continua Lenardon, affermando una sacrosanta verità: l’identità di Tiziana non sarebbe dovuta essere riportata da alcuna testata. Rincara però dando dei “vigliacchi ipocriti” ai giornalisti, che ora non fanno altro che moralizzare. Qual è il punto, allora, che a uccidere Tiziana non è stato il web ma il giornalismo (come se le testate online non facessero anch’esse parte di questo fantomatico web)? Che i giornalisti devono prendersi delle responsabilità e chiedere scusa, ma non devono farlo gli utenti che per mesi l’hanno umiliata, parodiata e minacciata?

La stampa non è la sola responsabile della notorietà del video, anzi, si può dire che abbia semplicemente cavalcato l’onda (ingiustificabilmente). È tanto vero che una vittima ha il diritto di non veder scritto il proprio nome in un articolo così come è vero che il suo volto non dovrebbe neppure apparire in ridicoli meme “ironici”. Non si possono assolvere gli utenti dei social network per poi puntare il dito contro i giornalisti, perché gli articoli sono un effetto e non la causa della circolazione del video.

Ci stiamo dimenticando che “il web” non è una cosa astratta, un non-luogo. Quello che troviamo su Internet c’è perché qualcuno di reale lo scrive, pubblica, carica e tutto questo è accessibile a delle persone in carne e ossa. Che cosa rende diverse le offese ricevute su Internet da quelle fatte di persona? Nulla, se non il meccanismo di deumanizzazione che c’è dietro. Stiamo infatti parlando di una ragazza caduta in depressione, perseguitata, che ha vissuto in totale isolamento e che ha compiuto numerosi tentativi di suicidio precedenti alla sua morte. Questo semplicemente perché il virtuale non si scinde dalla vita “vera”. Intanto, da Il Fatto Quotidiano sono arrivate delle scuse, eppure non ho visto fare lo stesso sulle pagine Facebook e i canali YouTube che hanno ironizzato sul filmato come un tormentone, “come un divertente fenomeno di costume”.

“Non andiamo a prendere il tipo che ha spezzato la fiducia di Tiziana Cantone. Scriviamo che è morta perché “è una donna”. Avete ragione, fosse stata un uomo non si sarebbe ammazzata, infatti noi uomini abbiamo una ghiandola sotto la prostata che ci impedisce di provare vergogna quando veniamo visti nudi da milioni di persone contro la nostra volontà”. Questo passaggio – soprattutto perché si contraddice subito dopo, quando Lenardon specifica che le ineguaglianze esistono – ha a parer mio davvero pochissimo senso. Se si è parlato anche di discriminazione di genere riguardo a questo caso non è perché si sta accusando Il Patriarcato, mostro ambulante a tre teste, di aver strangolato con le sue stesse mani la vittima, ma perché guardando la storia nel suo complesso è effettivamente un fattore influente.

Se Tiziana fosse stata Tiziano si sarebbe ugualmente vergognato, non stiamo parlando di “pudore”, ma non avrebbe ricevuto minacce e offese, non avrebbe dovuto cambiare identità e infine non si sarebbe ucciso, non perché qualche innata caratteristica maschile lo avrebbe reso inscalfibile, ma perché a nessuno sarebbe importato nulla di delegittimare la sua sessualità.

Nel video era presente anche un ragazzo, eppure nessuno si è preso gioco di lui e il nome che è stato diffuso, come Lenardon stesso nota, è quello di lei, non dell’uomo, e sappiamo tutti perché.

Tiziana si è uccisa per via delle spese legali, perché non c’è una legge che la tutela? Beh, , ma questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stata la beffa che si è aggiunta al danno. È vero che Tiziana non si sarebbe uccisa se fosse stato possibile tutelarla meglio, ma è anche vero che non ci sarebbe stato bisogno di nessuna legge se non fosse stata una vittima e a renderla tale è stato, pragmaticamente parlando, il ragazzo che ha postato il video. Il suicidio, però, non ha a che fare con il processo legale, ma è il frutto sofferto di una totale mancanza di solidarietà e quella, sì, è una questione sociale.

Questo non significa dare la colpa ultima a qualcosa di astratto. Significa analizzare il fenomeno nel suo complesso. Legalmente parlando, la responsabilità dell’atto è tutta dell’uomo che ha pubblicato i filmati. A contribuire al suo crollo emotivo, però, sono tutti i giornalisti, gli utenti, i compaesani che l’hanno messa alla gogna. Se “il web” (e con questo termine mi riferisco alle persone che lo popolano) non avesse fatto bullismo su Tiziana Cantone, il tutto si sarebbe fermato molto, molto prima.

In una società sana, Tiziana non sarebbe morta perché nessuno avrebbe parlato del suo abuso come di una campagna di marketing.

In una società sana, nessuno l’avrebbe pubblicamente presa in giro per qualcosa di cui era la sola vittima.

In una società sana, la reazione al filmato non sarebbe stata “Guarda tu ‘sta troia, ora invio tutto ai miei amici e la sputtano”, ma “Perché questo stronzo mi ha mandato un video del genere? Se fossi in lei, non vorrei che altri lo vedessero, lo cancello subito”.

In una società sana, a essere screditato sarebbe stato chi ha dato il via a una storia tanto orribile e non chi ne è stata vittima.

In una società sana, nessuno starebbe ancora ridendo di lei.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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