Lasciamoci travolgere dai libri e saremo persone migliori

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Libri su scaffali

Libri su scaffali

Un libro può conoscerci più a fondo di quanto possiamo immaginare. Lasciamoci travolgere dalle sue parole e saremo persone migliori.

Sono sempre stata fermamente convinta che sia il libro a scegliere il Lettore e non viceversa. Quando scegli un libro, uno qualunque di quelli che hai accumulato nel tempo sulla tua libreria, ti metti comodo, lo apri e inizi un nuovo viaggio, non sei tu ad aver scelto la meta, ma è il libro ad averla scelta per te. Si dice che un libro sia il mezzo di trasporto ideale per chi non può prendere un treno. Ma cosa succede se quel libro, che afferri al volo, all’ultimo secondo, prima che sia passato, parla di te, delle tue paure e dei tuoi sentimenti? Continui il viaggio o abbandoni le pagine per lidi più sicuri dove non riaffiorano ricordi e pensieri vicini e lontani? La scelta non è semplice e rispondere a questa domanda lo è ancora meno.

Io mi sono trovata di fronte a questo quesito leggendo Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov (Voland Edizioni). Fin dalle prime pagine avevo l’impressione che il narratore stesse parlando di sé, ma anche di me, e forse un po’ di tutti noi. Ero agitata, non sapevo se volevo tirare fuori da quel cilindro che è la mia mente sensazioni e riflessioni. Volevo scappare, ma la curiosità che mi contraddistingue mi ha fatta restare. Mi sono fatta cullare dalle parole, ho incontrato il Minotauro, ho ascoltato le storie di Sharàzad, ho visto la materia scomporsi in elettroni per poi ricomporsi in un lento rewind di sofferenza e malinconia. Possibile e impossibile, passato e futuro, reale ed immaginario. Ho vissuto tutto questo o forse nulla, mi sono lasciata travolgere dall’empatia per un narratore di se stesso e di vite, fino a non sapere più se si stesse parlando di altri o di me.

Prendete per esempio questo passaggio:

“Ho smesso di uscire, non rispondo al telefono, ho cambiato i negozi dove andavo a far la spesa per non consolidare le conoscenze triviali di tutti i giorni. Ho riflettuto a fondo su come formulare risposte in difesa. Avevo bisogno di un nuovo scudo di Achille contro la stupidità. Di trovare una riposta che non moltiplichi l’inettitudine e non slitti a vuoto come un cliché. Una risposta che non ti costringa a usare frasi fatte, una risposta che non menta, ma che al contempo non riveli cose che non vuoi rivelare. Una risposta che non presupponga l’avvio di una lunga e insensata conversazione. Quale falsa tradizione di etichetta l’ha mai preparata, come si è fatta largo nei secoli questa domanda ipocrita? “Come stai?”, questo è il problema. That is the Question. (Il sublime “Essere o non essere” si è trasformato in questa domanda insignificante, ecco la dimostrazione della decadenza.)

Come stai?

Come stai?

Come stai?

Cosa rispondere a una domanda del genere?

Vedi, gli inglesi si sono fatti furbi e la hanno trasformata in un saluto. La hanno disossata, le hanno tolto il pungiglione inquisitorio. “Come stai?” è la buccia di banana, sistemata con la massima gentilezza sotto le tue scarpe, il formaggio che ti adesca nella trappola del cliché.

Come stai? – il debole e spossante veleno della quotidianità. Non c’è una risposta aperta a questa domanda. Non c’è. So le risposte possibili, ma mi ripugnano, capite, mi ripugnano… Non voglio essere così prevedibile da rispondere “bene, grazie” oppure “così così, siamo ancora vivi” o anche “be’, ci stiamo ancora riprendendo”, o…

Non so come sto. Non posso essere categorico. Per rispondervi in maniera adeguata dovrei passare notti, mesi, anni, leggere torri di Babele di libri, scrivere, scrivere… La risposta è un intero romanzo. Come sto?

Non sto. Punto.

Questa è la prima riga. E da qui in poi cominci la vera risposta.”

(Fisica della malinconia, Georgi Gospodinov – Descrizione di una fobia, Corridoio laterale)

Di chi si sta parlando? Del narratore? Di altri? In realtà sembra si stia parlando di me. La domanda “Come stai?” sortisce su di me lo stesso effetto che fa sulla me-studentessa la domanda “Quando ti laurei?”. Mi mette a disagio, non so mai se devo rispondere sinceramente e quindi dare il via ad un monologo che potrebbe durare dai cinque minuti a delle ore, oppure se rispondere con un cortese ma non sincero “benino” e chiudere la faccenda. Nel descrivere il suo disagio il narratore descrive anche il mio e questo mi ha sconcertata. Quanti di noi temono nel profondo la domanda “Come stai?”, che sembra fatta apposta per destabilizzare e insinuare il dubbio? Quanti di noi preferirebbero non sentirselo chiedere, per non scoperchiare quel vaso di Pandora che ciascuno di noi, nel suo grande o nel suo piccolo, rappresenta? Se un libro riesce a farti interrogare su questioni importanti e personali, allora è un buon libro, difficile ed indagatore, ma sempre un buon libro, di quelli che si trovano troppe poche volte, ma che lasciano un segno indelebile nell’animo del Lettore.

Ecco perché sarebbe stato più facile chiuderlo questo libro, riporlo sulla mensola e prenderne un altro, meno profondo, più sicuro e meno invasivo. Farsi delle domande, cercare le risposte, scavare nei pensieri, fa sempre paura. Ma non serve forse anche a questo la Letteratura? La Letteratura non è solo evasione, distacco dalla realtà e divertimento, deve provare ad essere anche ricerca di sé e introspezione. E’ per questo che ho voluto parlavi di questo romanzo, per invogliarvi all’introspezione. Fate come ha fatto Gospodinov, come ho provato a fare io, immedesimatevi nel Minotauro, raccontate storie con Sharàzad, scomponetevi in miliardi di particelle elementari e ricomponetevi lasciando spazio ai sentimenti che affiorano.

Solo così facendo riconoscerete una parte di voi stessi e potrete riporre il libro sulla mensola, perché soltanto in quel momento il libro vi avrà donato il suo insegnamento e la sua essenza, sarete arrivati alla fine del viaggio che il libro stesso aveva pensato per voi e sarete persone migliori.

About author

Antonella Beozzo

Antonella Beozzo

Blogger, Bookaholic. Appassionata di libri, musica, film e natura, colleziono libri, istantanee e ricordi. Classe 1989, aspirante storyteller e clarinettista per diletto.

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