Icons: la visione di McCurry

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Steve McCurry - Icons a Palermo

Steve McCurry – Icons a Palermo

Se mai avete sentito parlare di Steve McCurry vi basterà qualche semplice click per avere a disposizione centinaia di articoli che ve lo presentano come uomo e fotografo. Io mi limiterò a parlarvi della visita alla sua ultima mostra Icons, filtrata dalle parole che sceglierò di usare e dalla mia interpretazione.

Arrivata da mera spettatrice mi sono subito sentita un’ospite attesa. Ad accogliermi sono stati i volti ritratti negli scatti di Mccurry con quei occhi che fremevano dal desiderio di raccontarmi le loro storie, e allora, pian piano, mi sono avvicinata a ognuno per farmela raccontare.

Il fotografo statunitense è un appassionato di colori, la sua fotografia è una cerimonia cromatica in cui toni intensi e saturi si sposano in magnifici accostamenti. L’armonica disposizione delle linee e delle curve ci rimanda a una realtà altra. L’Oriente torna in quel mondo delle mille e una notte: fiabesco ed emozionante. Un po’ come il Milione di Marco Polo, che affascinò tutto l’Occidente con le sue storie dai toni a tratti fantastici e irrealistici su questo mondo lontano e mistico, a distanza di secoli, le foto di McCurry ci fanno lo stesso effetto. Tuttavia il mondo che ci racconta è tutt’altro che splendido.

Le ambientazioni degli scatti del nostro fotografo sono di guerre, scontri, esodi, armi chimiche, ma quello che lui documenta è altro: le conseguenze che le azioni umane hanno su altri uomini. Ama l’India e mostra le difficoltà del vivere in un Paese dove si amalgamano in un fragile equilibrio tradizione e sviluppo.

La ragazza afgana (nonché il suo scatto più famoso) ritrae una profuga del Peshwar, scappata dall’invasione russa in Afghanistan del ’79. Non c’è disperazione o tristezza nel suo sguardo, non so cosa dice quel volto, ma molti (e non a caso, a mio parere) l’hanno paragonata alla Gioconda di Da Vinci in quanto a enigmaticità.

La sua bravura è data dalla capacità di rivelare tutto questo attraverso un solo volto, e in effetti cosa più dello scatto a Aung San Suu Kyi rappresenta la Birmania? O, ancora, chi meglio di Robert De Niro può rappresentare New York?

Ero cinica nell’ammettere che un ritratto avrebbe potuto comunicarmi tanto ed ero cinica nel pensare che la disperazione della guerra potesse essere trasmessa con i colori.

Vedere la realtà attraverso i suoi occhi ha, senza dubbio, modificato un po’ anche la mia visione. Il più grande potere della fotografia è farci osservare da una prospettiva più accorta cose a cui, normalmente, non destiamo attenzione e i grandi fotografi hanno il potere di rubare il nostro interesse senza preavviso.

È una mostra che consiglio appassionatamente a tutti. Lasciatevi attrarre e incuriosire dai volti e i paesaggi di McCurry, che vi trasporteranno dalle strade di New York fino all’altopiano del Tibet.

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