La Bellissima Noia di Carnesi. Il ritorno al loco natio alla ricerca della produttività nell'ozio

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In foto, Nicolò Carnesi

In foto, Nicolò Carnesi

A poche settimane dall’uscita del suo terzo lavoro, Bellissima noia, il cantautore siciliano Nicolò Carnesi si confida telefonicamente con noi e ci racconta del percorso che l’ha portato a cambiare tante cose da Galassia a oggi, ma anche come ritornare alle piccole e semplici cose possa essere lo strumento ideale per ritrovare anche se stessi.

Nicolò lo ha fatto, non solo riscoprendo la calma del suo paesino siciliano, lontano dalla frenesia milanese, ma anche attraverso i libri, i film e la nonna.

Come ci arriva Nicolò a questo album? Insomma, c’è già l’esperienza di quelli precedenti che, per motivi diversi, erano entrambi un salto nel vuoto. Con Bellissima noia è diverso.

Sì, erano due salti nel vuoto. Io nel primo scrivevo perché avevo un’urgenza, per comunicare qualcosa fuori da me. Questo qualcosa, poi, è diventato un disco e per fortuna è andata bene. Il secondo l’ho scritto con una responsabilità ed è stato un limite, forse mi frenava. Sentivo una sorta di responsabilità verso il pubblico e pensavo a cosa potesse aspettarsi da me. Il terzo, invece, l’ho vissuto cercando il sentimento che mi aveva portato a scrivere inizialmente. Non ho pensato al fatto che sarebbe stato ascoltato, da chi e cosa avrebbero pensato. Non mi sono posto mai più quel problema che diventa solo un freno alle emozioni. Ho cercato la condizione giusta e l’ho trovato in Sicilia, sono tornato a casa lasciando Milano. Mi sono abbandonato all’ozio e alla scoperto tra libri, film. E alla fine ho scoperto anche me stesso.

Bellissima noia è in linea con l’idea di album che era già Ho una galassia nell’armadio, rispetto a Gli eroi non escono il sabato sera. Questa è la strada che vuoi percorrere.

Non lo trovo molto in linea dal punto di vista musicale. Non ci trovo molte assonanze, forse avendoci lavorato conosco fin troppo bene le differenze del dietro le quinte rispetto a te che lo ascolti. Sì, hai ragione che hanno una coerenza stilistica e scorrono in una certa maniera, ma non ci trovo molto in comune se non qualche sprazzo di elettronica ed elettro acustico. Ma già in partenza nasce con una filosofia diversa perché Galassia è un disco che ho suonato io, nel dettaglio anche canzoni come Il disegno sono suonate esclusivamente da me. Con Bellissima noia è stato tutto diverso. Sono andato in studio, portando le mie canzoni e le hanno suonate altri. Da lì poi è nato il lavoro. È un approccio più da band che da cantautore. Galassia è un disco minimalista nei suoni, questo è quasi progressive: ci sono percussioni, cambi di tempo, da un pezzo all’altro cambia la cifra stilistica.

Entrando di più nel merito della scrittura, la tua “noia” è una via d’uscita nietzschiana ai patemi della vita?

Proprio oggi parlavo di Nietzsche con mia nonna nel paese. Lei è grandiosa perché è l’emblema del disfattismo, vive una sorta nichilismo partiarcale, c’è pure qualcosa di Leopardi e il pessimismo cosmico. Ecco, questo è il peggior esempio di come canalizzare la noia nell’ossessione che diventa ansia, alienazione e produce solo depressione. Io ho vissuto al limite tra questi due mondi: mi sentivo depresso e non ero contento degli anni a Milano; allo stesso tempo però avevo voglia di creare, di fare un disco. Quindi altalenavo in questi limbo e molto spesso la noia, quella lucida, positiva, mi aiutava a canalizzare la parte migliore in quel momento. Mi portava a scrivere e produrre. Ma è una continua battaglia, è difficile far uscire il lato bellissimo della noia. Tornando al disco: le canzoni partono male, c’è solitudine, singolarità e poi durante lo svolgimento c’è una sorta di svolta, dove ognuno trova il suo microcosmo, nelle piccole cose. Come la speranza de Lo Spazio vuoto.

Lo scherzo infinito è un po’ come Telefonami tra vent’anni, è il me sessantenne che scrive al me ventottenne. Il titolo è un omaggio a Infinite jest di David Foster Wallace, mi ha portato un nuovo ottimismo.

Con questa ci ricolleghiamo benissimo alla prossima domanda. Nonostante non sia un album proprio ottimista, l’ascolto ti prende bene. È merito del sarcasmo che contraddistingue tutta la tua produzione?

Il miscuglio tra sarcasmo e ironia, sicuramente. Anche se è un’arma molto spesso contraddittoria, bisogna usarla senza esagerare perché finisci per diventare parte della tua ironia, diventi il tuo personaggio. In ogni caso, però, non è solo quello perché c’è un vero punto di vista ottimista anche se poco realistico. Penso a Mia, Fotografia, Lo Spazio vuoto… c’è questa vena ottimistica che non è dovuta solo allo scherzarci su che è il mio modo di prendere la vita, non solo nelle canzoni. Tutto questo però deve essere solo l’antidoto, non la via maestra. L’ironia e il sarcasmo sono palliativi.

A mio parere la perla di tutto l’album è Lo scherzo infinito. Ce la racconti? A chi è diretta?

È una di quelle canzoni difficili da spiegare. Non stavo molto bene in quel periodo. Quando la scrissi la immaginavo come un racconto di un sessantenne che scrive una lettera-racconto a un figlio immaginario o un amico che non vede da tempo. È uno sfogo anche con se stessi, un po’ come Telefonami tra vent’anni, dove il protagonista scrive a un lui in un altro periodo della vita. Ecco, il me sessantenne che scrive al me ventottenne e dice: prendi tutto quello inatteso, scopri quello che non ti hanno detto. Meglio trovare la propria strada nonostante gli ostacoli, le frane, le cadute. Imparerai di più rispetto che a seguire la strada asfaltata.

Il titolo, poi, è un omaggio a David Foster Wallace e al suo Infinite jest, che mi ha portato un nuovo ottimismo. Mi ha aiutato e l’ho finito appena prima di registrare. Con l’ingresso in studio finivano la noia e l’isolamento e il mio mondo iniziava a scontrarsi con quello di altre persone come musicisti, produttori…

A proposito di Wallace: in una recente intervista De Gregori ha dichiarato che i suoi modelli non erano musicali ma cinematografici. Antonioni e Fellini su tutti. I tuoi riferimenti musicali li conosciamo, ci dici invece quelli cinematografici.

Amo il cinema. Molto spesso prendo tanto dalle immagini. Lynch è il mio preferito, mi piace come racconta l’inconscio, gli incubi, i sogni. È unico. Perché non è solo cinema, è qualcosa che arriva in profondità, in spazi di te stesso che non conosci. Un talento pazzesco.

Per passare a uno diametralmente opposto mi piace Scorsese. Il lato che amo, però, non è quello gangster. Mi piace vedere come racconta i rapporti personali tra questi criminali. Come in Casino tra De Niro e Sharon Stone. Lo trovo molto profondo, quel lato di Scorsese.

Ovviamente Fellini, mi regala molto spesso delle immagini pazzesche, scrivo sempre appunti dopo i suoi film. Ti fai i viaggi. Tra i contemporanei mi piace molto Sorrentino, Nolan e adesso mi fermo che potrei continuare fino a domani.

Curiosità personale. Sarebbe divertente sapere qual è “l’ultimo ballo di quel film” o “l’ultima pagina” del tuo brano L’ultima fermata.

È difficile dirlo con precisione. Quando lo scrissi ad esempio “l’ultimo ballo di quel film” pensavo a Ultimo tango a Parigi, ma scrivo di getto mentre suono e l’immagine che mi viene in mente diventa parola. Poi dopo rifletto su quello che volevo dire, ci lavoro su. Però è molto di pancia. Per quanto riguarda “l’ultima pagina del libro” mi sa che stavo leggendo La casa del sonno di Jonathan Coe, non lo so per certo. Non ci avevo mai riflettuto in maniera così dettagliata. È difficile ricordare il sentimento di quel momento.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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