Pop (un Manuel Agnelli pop)

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Manuel Agnelli a X Factor

Manuel Agnelli a X Factor

Non ricordo bene quando mi arrivò la notizia, ma di sicuro mi arrabbiai. Prima delle voci, poi le conferme sui titoli di giornale: “Manuel Agnelli sarà uno dei quattro nuovi giudici di X Factor Italia. Da non crederci. Fu come guardare un punto nero su una tela bianca: spaesante. Inutile spiegare nel dettaglio cosa sia X Factor, talent show musicale ormai alla decima edizione italiana. E neppure ci sarebbe da soffermarsi troppo sulla figura di Manuel Agnelli. Ma ahimè, non avendo questa macchia il grado di popolarità che possono avere cantanti del mainstream radiofonico come Arisa, Fedez e Alvaro Soleir (gli altri giudici del talent) bisognerà soffermarcisi.

Cantante fisso degli Afterhours, band milanese nata nell’85, Manuel Agnelli è forse uno degli artisti italiani contemporanei con più carisma ed esperienza. Dirigendo per più di vent’anni il gruppo rock, tra vari cambi di formazione e 11 dischi pubblicati, è stato l’interprete di una generazione che a stento è riuscita “uscire viva dagli anni ’80” creando un’alternativa musicale, una voce fuori capitolo, assieme a band come i Marlene Kuntz o i Verdena. Afterhours come ironia, come sguardo corrosivo verso la realtà, come susseguirsi di album mai scontati, mai svuotati di senso o di vissuto. Un percorso che arriva all’ultima fatica (Folfiri o Folfox) pubblicata a giugno e al loro tour che si è concluso lo scorso mese, a ridosso dell’inizio della nuova edizione di X Factor. Coincidenze? Uno sguardo superficiale la potrebbe definire come una mossa di semplice marketing. Ma non un loro fan, da tempo, come me. Un loro fan prima si incavola, e poi cerca di capirci meglio.

Cercai subito di districarmi tra le varie stupide interviste che trovavo in rete, giustificazioni scritte, prime banalità di titoli da gossip come Chi è la moglie di Manuel Agnelli?. Volevo arrivare alla fonte. Così l’11 giugno andai alla presentazione del nuovo CD alla Feltrinelli di Bologna. Correvo, ovviamente in ritardo, mentre mi riecheggiavano in testa le parole di Non si esce vivi dagli anni ’80: “Dentro o fuori la televisione? / meglio artefatto e volgare / o meglio coglione?” – Manuel, come ti sei ridotto!.

Dopo aver risposto a varie domande sul CD, ecco che arrivò la domanda che aspettavo, forse un po’ ruffiana: «Credi che riuscirai a portare del cambiamento dentro X Factor? Perché ci vai?». Arrivò la stessa risposta che avrei poi letto anche nelle varie interviste: «Prima di tutto il potere, con quel tipo di visibilità ho un potere della madonna. Potrò dire delle cose a mio avviso importanti e promuovere un certo tipo di musica». Mh, un po’ banale come risposta. Puoi fare di meglio, dai! «E poi sarò chiaro: lo faccio perché mi pagano un sacco e perché credo che me lo merito pure». Finalmente riconobbi un po’ del Manuel di una volta: un po’ coglione, sì, ma un coglione puro e schietto, sincero.

Eppure i dubbi non mi si risolsero del tutto nemmeno quella volta. Perché nonostante i soldi più che meritati (seppur non gli manchino), la sua intenzione di portare musica nuova e idee nuove in TV non la credevo molto efficace (e continuo a non crederlo). Premettendo lo strumento mediatico, che in una sua stessa canzone (Televisione) assume un ruolo negativo, predisponendosi ad appiattire la realtà (“come un assassino / giuro che ti uccido dentro”), è il format stesso del talent show a lasciare un’ombra di dubbio negli ultimi anni: programmi televisivi di questo tipo riescono a valorizzare i veri talenti artistici in gara, a dargli la giusta visibilità? Perché se mancasse questa prerogativa di base allora la sfida di Manuel Agnelli sarebbe già persa in partenza (e ovviamente non parlo di quella dei soldi).

Ecco, io sono scettico. Non dell’artista, ma proprio del sistema. E certe vicende recenti non hanno contribuito a farmi cambiare idea.

Qualche settimana fa innanzitutto si è diffuso in rete il video di protesta di Danilo D’Ambrosio, un ragazzo che ha partecipato al contest di quest’anno e che, riguardando il suo provino come trasmesso in TV, lo ha trovato “truccato” rispetto all’originale. «X Factor non solo ha deciso di tagliare completamente la mia esibizione ma ne ha falsato anche il risultato, facendo credere che io fossi stato eliminato la prima sera, cosa assolutamente falsa», dice il ragazzo nel video. Sia chiaro, successivamente il concorrente è stato effettivamente eliminato, ma ciò non gli ha evitato «la figuraccia a livello nazionale che hanno deciso di farmi fare»: risatine collegate al suo look metallaro, sguardi perplessi dei giudici, assenza dei complimenti che invece quest’ultimi gli avevano realmente rivolto. Questo il messaggio di protesta del concorrente. E la risposta della produzione? La precisazione recita: “L’esibizione di Danilo è stata montata all’interno di un segmento di programma dedicato ad alcuni dei concorrenti più originali che si sono presentati alle audizioni, un momento di intrattenimento e alleggerimento il cui racconto prescinde dall’esito della singola performance” per concludere “è impossibile valorizzare e accontentare tutti”.

Come fare a non essere scettici? Perché se non è possibile valorizzare tutti (data la costruzione scenica) come ci si può fidare che siano valorizzate le persone veramente meritevoli? Ed è palese che vengono messe lì delle “caricature” strambe o stonate per far ridere il pubblico e rendere più fruibile lo “spettacolo”, in mezzo a tanta gente talentuosa che ci ha messo il sudore e l’impegno giornaliero per partecipare a una gara del genere. Non è forse ingiusto? Non è forse sbagliato che molto spesso ci si debbano ritrovare persone con un minimo di talento musicale come Danilo? Di sicuro non è corretto, seppure sia il business. E chi decide di mettersi in gioco per partecipare a un programma del genere se lo dovrebbe anche aspettare.

Ma torniamo a parlare del format, e di un secondo evento. Il cosiddetto “caso Jarvis”, che ha riguardato l’ultima puntata del programma televisivo: la band, tra le scelte del gruppo di lavoro di Alvaro Soleir, ha deciso di ritirarsi prima della serata dei Live facendo così ripescare un’altra band eliminata in passato, i Soul System. Ma per quale motivo? Alessandro Cattellan, conduttore dello show, ha giustificato la vicenda come una “scelta personale”. Ma il commento dei quattro ragazzi su Facebook (poi misteriosamente eliminato) precisava: “Nessun motivo personale, faremo chiarezza sul perché ci è stato impedito di continuare”. Secondo molte voci per accedere al serale la Sony (casa discografica proprietaria di X Factor) avrebbe chiesto alla band di firmare un contratto per cinque album. Nonostante Sony abbia cercato di smentire queste voci, il polverone si è ormai alzato e addirittura anche il Codacons ha chiesto un’indagine della Procura per controllare la correttezza del “sistema dei talent” nei confronti dei propri concorrenti.

La “questione del contratto” e della libertà vigilata che le etichette discografiche concedono agli artisti emergenti, costretti a pubblicare un tot di album e a vendere immagine, nome e voce, non è un dibattito recente ma più che altro un dubbio ormai comune che va a completare il quadro dello scetticismo. C’è chi come Morgan, che un anno fa ai microfoni de Il Fatto Quotidiano dichiarava «X Factor è la tomba della creatività», sputa sul piatto dove ha sempre mangiato (è stato giudice del talent per ben sette edizioni e ora è in procinto di esserlo nel programma Amici di Maria De Filippi). C’è chi come Red Ronnie, conduttore televisivo e critico musicale, in un’intervista a Fanpage.it dichiara: «I talent non valorizzano i cantautori, […] sono una gara di karaoke. La musica non c’entra niente». E poi c’è chi come Manuel Agnelli fa sorprendere. Perché in realtà non è la prima volta che gli Afterhours cercano di abbattere i confini dell’underground: basti pensare alla loro partecipazione del 2009 a Sanremo con la canzone e l’omonimo progetto Il paese è reale, che ha coinvolto e promosso molti gruppi emergenti, così come il tour Tora! Tora! negli anni Novanta o il festival Hai paura del buio? del 2013.


Ma un conto è dare ascolto anche alla facciata pop della musica italiana, un altro è quello di utilizzare il suo stesso mezzo di comunicazione


Sicuramente è sbagliato segregare una cultura di nicchia per semplice diffidenza nel mainstream: «La cosiddetta scena “indie” o buona parte di essa dal mio punto di vista oggi fa schifo, è autoreferenziale, chiusa completamente su se stessa» dice il cantante in un’intervista a La Repubblica. Ma un conto è dare ascolto anche alla facciata pop della musica italiana, un altro è quello di utilizzare il suo stesso mezzo di comunicazione. La politica dei tour per promuovere gruppi emergenti era efficace perché diretta, non c’era l’intermediazione della TV. Un conto è un concerto live, un conto è un talent show (e vorrei sottolineare la parola “show”). E dunque, sapendo ciò che si dice sui talent, sapendo come funzionano, cosa offrono al pubblico, cosa cercano di impacchettare, perché alla fine Manuel Agnelli ha deciso di utilizzare proprio questo mezzo per diffondere la sua idea di musica? Forse sono veramente i soldi.

E ormai mi è impossibile vedere X Factor senza notare quell’enorme macchia nera, fuori luogo, fuori schema, palesemente imbarazzata per il contesto in cui si trova, tra risatine e trovare di scena, scambi di battutine tra Arisa e Fedez, urli di quattordicenni negli spalti per Alvaro Soleir. Per carità, le macchie nere non sempre sono qualcosa di negativo, forse ci sembrano così solo perché sono di un colore sconosciuto. Ma ci sono troppe sbavature nel quadro, e seppure quella più scura e disturbante di Manuel potrebbe essere lo stimolo per un cambio di colore, di contenuti, rischia di non macchiare. Rischia di sbiadire in tutto quel bianco, e diventare innocua.

E allora come dovrei vedere ormai “un Manuel Agnelli Pop”? Come dovrei pormi di fronte a questo quadro, di fronte a quella macchia sbiadita? Ci penso. E giungo a credere che me lo suggerisca lui stesso in Pop (una canzone Pop): “Muore la forma, il verbo e il sapore / muore il desiderio, la voglia e lo stupore / muore l’idea di me che c’è nella tua mente / perciò è meglio che tu non pensi a niente”.

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Ariele Di Mario

Ariele Di Mario

Nato nel lontano 1996 vicino Roma, emigrato in Umbria, ora è a Bologna per studiare Lettere Moderne. Nei vagheggiamenti di un lavoro sogna di fare qualcosa legato alle sue due maggiori passioni, la musica e la scrittura. Fosse per lui spenderebbe soldi unicamente per libri e concerti. Crede fermamente che ogni persona abbia una storia di vita da raccontare.

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