Viaggio: come, quando e perché ci migliora

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Illustrazione di dabilee.tumblr.com

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L’estate ormai conclusa lascia spazio al grigiore invernale. Il cervello fatica a riabituarsi allo studio e al lavoro. Ci si abbandona all’ansia e alla malinconia. Tutti i propositi procrastinati nei tre mesi precedenti (che tendenzialmente vengono disillusi) vanno ripresi. Improvvisamente ci si ritrova subissati da impegni, responsabilità e dalla pressione che da essi deriva. «Voglio andare via!» è il pensiero più frequente, accompagnato da sbuffi e alzate di occhi al cielo. Si vagheggia su quanto la nostra esistenza sarebbe migliore se fosse condotta in un microcosmo popolato da soggetti a noi più affini con cui condividere idee, passioni e progetti. E allora si immagina un viaggio.

Il bisogno di evadere, anche solo psicologicamente da una routine opprimente, è una necessità collettiva. L’uomo è istintivamente proclive a sottrarsi a situazioni in cui si sente inappagato e insofferentemente insoddisfatto. Ciò lo porta inevitabilmente al viaggio. Perché, è assodato, il modo migliore per cercare di comprendere il mondo è vederlo dal maggior numero possibile di angolazioni.

“Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie…”

“…ma la risposta che dà a una tua domanda”, scrive Italo Calvino ne Le città invisibili. Raramente si ha consapevolezza di quanto sia eccezionalmente edificante viaggiare, finché non si torna a casa e non si poggia la testa sul vecchio e familiare cuscino. Non sarei chi sono se non mi fossi fermata estasiata ad ammirare i canali di Amsterdam, se non avessi mangiato un gelato lungo la Rambla o non avessi passeggiato nel Tiergarten.

Fortunatamente ho avuto la possibilità di ammirare senza filtri città meravigliosamente vere. Il contatto con il loro ammaliante fascino scotta e costringe a mutare pelle, a sforzarsi di essere degni di tanta meraviglia. In quest’epoca contraddittoria, il fast food intellettuale propina idee sterilmente preconfezionate e urge uscire dalla comfort zone per recuperare capacità critica e mentalità aperta al confronto.

Il viaggio non si limita ad allargare la mente, la plasma. L’uomo fin dai suoi albori ha compreso come l’evoluzione fosse indissolubilmente connessa al movimento. I numerosi viaggi di scoperta nel globo palesano l’insoddisfazione universale a cui l’individuo statico è condannato. Ogni volta che si incammina, il novello Ulisse intraprende due percorsi opposti ma complementari. Il primo è il viaggio in senso proprio, quello in estensione, che conduce all’esplorazione delle bellezze che ci circondano ed è destinato a concludersi in un tempo finito. L’altro, speculare, è in profondità e, scavando nella nostra interiorità, consente di formare la nostra personalità e non può essere soggetto a scadenza.

Quando l’individuo è posto a lungo a contatto con un ambiente, identificato non solo dal luogo in sé, ma anche dalle persone che lo vivificano, diventa cieco.  L’assuefazione derivata dalla banale quotidianità induce a non osservare più la realtà con occhio vigile e reattivo. Cogliere la straordinaria bellezza che si cela in tutte le cose è una peculiarità che raramente non ci appartiene. Continuare a stupirsi, tuttavia, è l’imperativo categorico per non annegare nello squallore contemporaneo. «Chi si ferma è perduto» è, dunque, una gran bella verità.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Diciannove anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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