Da quando tutto è più pop

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Foto legata al video #WhatIReallyReallyWant, che usa la hit pop delle Spice Girls come inno femminista

Foto legata al video #WhatIReallyReallyWant, che usa la hit pop delle Spice Girls come veicolo per l’uguaglianza di genere

Siamo la generazione delle gif. Siamo sì quelle persone inclusive e connesse di cui si parla, ma anche quelli che certi valori li hanno acquisiti passivamente, come una semplice conseguenza di un’evoluzione a cui non abbiamo partecipato; per osmosi col circostante. Siamo quelli che condividono articoli online ma che ne leggono solo i titoli, che preferiscono una notizia semplificata in un video di trenta secondi piuttosto che un approfondimento degno di questo nome. Siamo, in sintesi, una generazione pop, figlia degli anni Novanta, che non rigetta i contenuti ma che li preferisce rivestiti di una patina glitterata. Il nostro linguaggio è quello dell’estetica, della vivacità, dell’intermediazione.

Se pensate che tutto ciò sia negativo, dovrete ricredervi: ovviamente questo tipo di comunicazione ha dei contro, ma dalla sua parte vi sono dei pro che è impossibile ignorare, primo fra tutti la possibilità di rendere di interesse massivo temi socio-politici di grande urgenza. Lo hanno capito i media e lo ha capito anche il marketing, che con il politically correct oggi riesce a incidere sulle vendite. Soprattutto, il pop è arrivato fino alle istituzioni. Senza scomodare (per ora) la politica americana, basti pensare a Barbara D’Urso che dà del tu al presidente del Consiglio come farebbe con Valeria Marini e al successivo bagno di folla con tanto di selfie concessi dallo stesso Renzi. Non è però solo l’affermazione della cosiddetta star politics a fornirci un esempio di comunicazione pop; non ci si serve di questo linguaggio semplicemente per spostare voti, ma anche per educare e divulgare a macchia d’olio.

Le recenti iniziative dell’ONU ne sono un esempio. Forti del sostegno dell’ambasciatrice Emma Watson – attualmente l’unica non diplomatica a rivestire questo ruolo, se non consideriamo Wonder Woman – è stato infatti possibile dare visibilità a campagne dedicate alla sensibilizzazione sulla disuguaglianza di genere a livello globale. L’attrice stessa ha lanciato l’iniziativa #HeForShe (e, ovviamente, l’hashtag era d’obbligo), ma non solo: è ancora l’ONU che, per diffondere informazioni sui Global Goals, cioè gli obiettivi di cambiamento economico, sociale e climatico sottoscritti da 193 leader globali, usa lo slogan: «Crediamo che gli Obiettivi saranno raggiunti solo se possiamo renderli celebri». È ormai chiaro che il cambiamento passa sotto i riflettori (e, di conseguenza, sotto la pressione dell’attenzione collettiva).

Matteo Renzi e i selfie col pubblico di Domenica Live (ansa, 2014)

Matteo Renzi e i selfie col pubblico di Domenica Live (ansa, 2014)

Uno degli obiettivi promossi dalle Nazioni Unite è l’uguaglianza di genere, un tema che d’ora in avanti ci fornirà moltissimi esempi su come una comunicazione pop possa riuscire a generare visibilità. Approfittando di una combinazione curiosa di ricorrenze (il 26 giugno di quest’anno avrebbe compiuto vent’anni la hit Wannabe delle Spice Girl e l’11 ottobre avremmo tutti finalmente scoperto della Giornata internazionale delle bambine per la prima volta nelle nostre vite), il canale YouTube ufficiale dei Global Goals ha lanciato il video #WhatIReallyReallyWant – di nuovo, l’hashtag – che fa della canzone emblema del pop anni Novanta l’occasione perfetta per promuovere la campagna.

Il remake del video musicale, ambientato tra favelas e scuole mediorientali dai piacevoli colori pastello, viene farcito di slogan come “End violence against women”, “End child marriage” e “Quality education for all girls“, con in sottofondo il motivo orecchiabile e catchy (gli inglesi ci hanno visto lungo quando hanno coniato questo aggettivo, che deriva dal verbo to catch: prendere, raggiungere, attirare) che tutti conosciamo. Protagoniste un gruppo di ballerine, tutte di etnie ed età differenti, che a ritmo di danza ci impartiscono lezioni sul femminismo e, ammettiamolo, ci riescono anche. Giunto poi l’11 ottobre, giornata chiave per la campagna di divulgazione dell’ONU, anche Facebook si sarebbe occupato della ricorrenza, invitando i propri utenti a cambiare la loro immagine del profilo.

L’attivismo si fa sempre più social. Succede allora che Victoria Beckham riesca a far arrivare il femminismo alle nuove generazioni con più efficacia di Judith Butler e con una semplice condivisione sulla sua pagina ufficiale. Succede anche che Beyoncé si esibisca ai VMA con la scritta a caratteri cubitali FEMINIST alle sue spalle e un brano che cita un intervento e saggio di Chimamanda Ngozi Adichie. Succede poi, come in una successione di eventi consecutivi alla cui origine è impossibile risalire, che un anno dopo H&M metta sul mercato una t-shirt con su scritto, appunto, Feminism e ne faccia praticamente un marchio come era già disgraziatamente riuscita a fare con i Ramones. Se infine anche la rivista di moda Elle lancia l’hashtag (aridaje) #ELLEFeminism, raccogliendo le adesioni di Tom Hiddleston e Benedict Cumberbatch, allora siamo definitivamente di fronte a un fenomeno pop, ormai più di costume che socio-politico e sicuramente molto più di massa.

INGLEWOOD, CA - AUGUST 24: Beyonce performs onstage at the 2014 MTV Video Music Awards at The Forum on August 24, 2014 in Inglewood, California. (Photo by Jason LaVeris/FilmMagic)

INGLEWOOD, CA – AUGUST 24: Beyoncé performs onstage at the 2014 MTV Video Music Awards at The Forum on August 24, 2014 in Inglewood, California. (Photo by Jason LaVeris/FilmMagic)

I rischi? Esistono. Come nel caso di Beyoncé, può accadere che il tutto resti troppo superficiale e che rimanga di conseguenza incompreso. Perché ascoltando quel breve estratto del discorso della scrittrice inserito in ***Flawless potremmo anche esserci tutti finalmente accorti che le donne sono oppresse (alla buonora!), ma non ci siamo resi conto che quella di Queen B non è la sola voce nera contenuta nel brano e che forse, ma dico forse, potrebbero esserci delle donne che sono più oppresse delle altre. Non accorgersi di questo significa non essere riusciti ad andare oltre l’apparenza pop di cui stiamo parlando e significa, ancora peggio, fare white feminism, cioè quel tipo di femminismo che parla soltanto alle e delle donne che hanno maggiore potere e rappresentazione mediatica: quelle bianche (anche per questo è fantastico che il video #WhatIReallyReallyWant renda protagoniste ragazze di diverse etnie).

Un rischio ulteriore è che oltre quella apparenza ci sia il nulla e una dimostrazione ci viene fornita proprio da H&M. Un anno dopo il lancio sul mercato delle magliette di cui sopra, infatti, il marchio d’abbigliamento ha fatto parlare di sé per uno spot che si propone di far riflettere su cosa voglia dire oggi essere femminili (ladylike), trovando come risposta semplicemente tutto. Le testimonial sono diversissime tra loro e vanno dalla modella transgender Hari Nef all’attrice ultrasettantenne Lauren Hutton, passando per una schiera di donne che mostrano con fierezza le loro teste calve, le forme abbondanti, i muscoli e… i peli delle ascelle! Il che è grandioso, davvero, ma lo sarebbe ancora di più se non fosse che l’azienda svedese non è affatto dalla parte delle donne. Sono infatti noti i numerosi i casi di licenziamento delle dipendenti in gravidanza e le testimonianze di molestie sessuali. Inoltre, l’inserimento di una modella plus-size nello spot non servirà a farci dimenticare che la grandissima maggioranza dei negozi H&M non è fornita di un reparto per le taglie forti.

Quello pop è un linguaggio delicato: può essere la chiave perfetta per dare visibilità a contenuti importanti oppure una grandissima paraculata. È fondamentalmente questa la differenza sottile tra un film come In guerra per amoreLa vita è bella. Di recente è stato pubblicato su Il Foglio un articolo (consigliatissimo) in cui Andrea Minuz “accusa” l’antimafia di Pif di essere “pop” – se di accusa si può parlare, di fronte a un’evidenza. Il suo è un linguaggio semplice, televisivo (non come quello di Michael Moore, ma comunque televisivo) e all’apparenza tanto disimpegnato da essere perfetto per essere proiettato in una classe gremita di adolescenti annoiati dalle lezioni cattedratiche. Verissimo, come è vera la vicinanza tra il linguaggio dei due film citati.


LEGGI ANCHE: IN GUERRA PER AMORE, UN FILM… GENDERLESS


Quelle su cui vorrei soffermarmi io sono però le differenze, anzi, la differenza che rende il lavoro di Diliberto più riuscito (non da un punto di vista mediatico, ma nel rapporto forma-contenuto) di quello di Benigni, ossia la veridicità dei fatti. Se In guerra per amore, ridendo e scherzando, ci fa scoprire l’esistenza del rapporto Scotten – che, ammettiamolo, era pressappoco sconosciuto alla totalità dei comuni spettatori, compresa la sottoscritta –, La vita è bella resta invece un omaggio non tanto alla storia quanto all’Academy e agli americani. O forse sono gli storici a mentirci, quando ci dicono che a liberare il campo di concentramento di Auschwitz sono state le truppe sovietiche, e in realtà Benigni non ha fatto altro che rivelarci la verità occultata da decenni? Chissà perché, non credo sia andata così. Credo invece che La vita è bella sia un film terribilmente pop, che usa un argomento doloroso per vincere facile con lo spettatore in lacrime; il classico lungometraggio che “se non ti piace, sei un mostro insensibile” e alla fine resta per questo inattaccabile. Peccato che si pianga sul nulla, sul falso, sullo scenico. Funziona, allora, finché resta un film, così come funziona lo spot H&M finché resta un video. Smette di essere efficace se lo si classifica come un’opera storica, allo stesso modo in cui il valore della pubblicità si annulla quando è il logo dell’azienda in questione a venire fuori.

Se però i recenti risultati delle elezioni americane ci hanno insegnato qualcosa è che la comunicazione pop non sempre è infallibile e qualche volta neppure questa basta a prendere tutti al lazo. A nulla sono serviti i video sulla pagina Facebook di Hillary, il sostegno alla candidata delle grandi star della musica americana e il fatto che gli stessi abbiamo pubblicamente rifiutato di fare altrettanto per Trump. C’è chi ha tacciato gli americani di essere stati stupidi, ma in realtà sono stati molto più svegli di quanto sembra. Perché la Clinton ha approfittato delle scivolate del candidato rivale per vestire i panni della paladina delle donne e della comunità LGBT, cosa che non è mai stata. Quello che dunque ha permesso a Trump di vincere è il suo essere autentico, in tutto il suo becero populismo, nel momento in cui dietro agli slogan progressisti della Clinton si nascondeva una menzogna. Chi sarebbe stato dei due il presidente migliore non ci interessa, ai fini di questa riflessione, ma le loro campagne elettorali ci dimostrano quanto sia importante riscontrare il vero – anche se semplificato – dietro al glamour.

Allora viva il pop, quando porta sul palco i contenuti e li fa brillare sotto gli occhi di tutti. Altrimenti, restano soltanto paillettes da quattro soldi e senza riflettori la loro luce si spegne.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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