È solo la fine del mondo, giusto il tempo di una sigaretta [ANTEPRIMA]

2
Marion Cotillard sul set di È solo la fine del mondo

Marion Cotillard sul set di È solo la fine del mondo

Cominciamo con qualche formalismo: Xavier Dolan è un regista oggi molto giovane (è uno splendido ventisettenne) che ha esordito ancor più precocemente scrivendo, dirigendo e interpretando, oltre che producendo, il suo primo film a soli vent’anni. È stato premiato svariate volte al Festival di Cannes, figurando inoltre tra i giurati nel 2015, e il suo sesto e (per ora) ultimo film ha vinto il Grand Prix nella stessa manifestazione proprio quest’anno. Si intitola È solo la fine del mondo ed è la più recente fatica di un autore che da “giovane promessa” è passato a essere forse uno dei nomi più interessanti del cinema contemporaneo. Ora, però, veniamo al film senza perderci in troppi convenevoli.

Xavier Dolan realizza nel lungometraggio un adattamento della pièce teatrale Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce. Racconta del ritorno a casa di Louis (Gaspard Ulliel), uno scrittore che dopo dodici anni di assenza incontrerà di nuovo sua madre (Nathalie Baye), il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel), la sorella minore e quasi sconosciuta Suzanne (Léa Seydoux) e la totalmente estranea cognata Catherine (Marion Cotillard), scontrandosi inevitabilmente anche con tutti i dissapori che il suo allontanamento, alleviato solo da una debole corrispondenza, ha generato.

È solo la fine del mondo è un film fatto di individualismi che solo raramente riescono a conciliarsi. Questo Dolan ce lo fa capire bene attraverso le parole di Lagarce, che sono incredibilmente verosimili e che giocano con i tentennamenti e perfino le incongruenze dei dialoghi reali – Catherine balbetta timidamente di «non saper parlare» e infatti è sicuramente lei la persona che dimostra più difficoltà nel gestire il confronto con gli altri. È però con le immagini che il regista canadese esprime davvero la sua personale visione del dramma, riuscendo a usare con una consapevolezza invidiabile il linguaggio del cinema. I piani stretti sui volti dei personaggi dominano i 95 minuti di pellicola e la messa a fuoco, anche quando nel campo coesiste più di un personaggio, è selettiva e rende protagonista il singolo (un dialogo tra Gaspard Ulliel e Vincent Cassel ne è forse l’esempio migliore). Questa scelta stilistica non è più verificabile nei momenti – pochi, bisogna dire – in cui tra i personaggi si stabilisce una relazione armonica e la situazione si fa più distesa. In questi casi è a loro concesso di convivere nello spazio del profilmico come nel piano focale.

Xavier Dolan con il cast sul set di È solo la fine del mondo

Xavier Dolan con il cast sul set di È solo la fine del mondo

Tutte le scelte di messa in scena compiute nella realizzazione di questo film sono finalizzate a sottolineare, se non esasperare, le reazioni psicologiche dei personaggi e dello spettatore stesso. L’ambientazione è unica: la casa. Come nei migliori drammi da camera, le vicende sono interiori e non hanno per questo bisogno di esplorare il mondo esterno più di tanto. L’abitazione ha infatti il delicato ruolo di raccogliere al suo interno la forte tensione che incorre tra i personaggi e di contenerne fisicamente la violenta esplosione. Se ne esce soltanto con due espedienti: i viaggi in macchina (il primo all’arrivo di Louis, il secondo col fratello Antoine), atti a creare momenti forse ancor più soffocanti di isolamento, e i flashback. Sono questi a rappresentare una vera rottura nell’atmosfera del film, una pausa dalle pressioni e dalle urla, sostituite dalla musica pop (ad accompagnare il drammatico epilogo è invece un valzer composto da Gabriel Yared, autore dei numerosi brani originali contenuti nella colonna sonora).

Proprio per la sua attenzione alle dinamiche psicologiche, in È solo la fine del mondo l’aspetto narrativo è praticamente assente, riducibile all’arrivo a casa di Louis dopo dodici anni di assenza. Il film si regge interamente sulle relazioni e le reazioni dei personaggi, in tutta la loro inadeguatezza e fragilità e anche – o forse soprattutto – nella loro solitudine e incomunicabilità. In una scena, Suzanne e Antoine osservano da una stanza seminterrata il fratello Louis di spalle mentre fuma una sigaretta. Fuori la luce del sole è fortissima, ma la veneziana della finestra da cui i due spiano il ragazzo, oggetto delle loro domande, è socchiusa e la luce che travolge Louis riesce a toccare solo debolmente loro, pur essendoci pochi metri a separarli. È sicuramente una delle immagini più eloquenti del film, in cui tra l’altro ricorre un elemento che è una costante: il fumo. La sigaretta (o lo spinello per Suzanne) è un momento di raccoglimento e di pace, di solitudine o di confronto intimo, di interrogativi o di richieste. Fuma Louis nella scena appena descritta, riflettendo da solo, e lo fanno anche i due osservatori, nel loro primo dialogo pacifico; fuma la madre in una delle sequenze più umane ed emotivamente oneste del lungometraggio; fuma Antoine quando decide di allontanarsi per ritrovare la calma. L’armonia però dura giusto il tempo di fare qualche tiro, poi il mozzicone diventa troppo corto e ci si scotta le dita, allora va buttato.

Con la sua fotografia molte volte caravaggesca e l’incredibile capacità di comunicare raccontando poco o nulla, È solo la fine del mondo si pone come uno dei pochi (ma fortunatamente sempre meno rari) film contemporanei considerabili vere e proprie opere d’arte. Nelle sale italiane arriverà il 7 dicembre, ma attenti: a meno che non siate afflitti da tendenze masochiste, vi consiglio di guardarlo in lingua originale, per godervi fino in fondo la potenza delle interpretazioni. Uomo avvisato…

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

2 comments

Post a new comment

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi