Her: tra follia e lungimiranza

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Fotogramma tratto da Her (Spike Jonze, 2013)

Fotogramma tratto da Her (Spike Jonze, 2013)

Affascinante, denso, provocatorio. Ecco Her, film uscito nel 2013 capitanato dalla regia dello statunitense Spike Jonze.

In un futuro indeterminato, il protagonista Theodore (Joaquin Phoenix) è un uomo solo, reduce dalla fine del suo matrimonio. Scrive lettere su commissione dettandole al computer e il resto del tempo lo passa tra pornografia e videogiochi. Decide presto di comprare un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale. È la suadente Scarlett Johansson (in Italia Micaela Ramazzotti) a dare voce a questa bizzarra compagna, una sorta di Siri per iPhone evoluta: OS Samantha. Nel corso della pellicola, mai stucchevole, il rapporto che il protagonista instaura con Samantha si fa sempre più intimo e simile a quello d’amore, a tal punto che i due provano (senza successo) l’esperienza del sesso.

La tecnologia non si insidia come nemica ma, anzi, come unica via d’uscita per scacciare la solitudine. Nell’epoca della condivisione, la sola possibilità di trovare ascolto e di raccontarsi sembra essere online, allontanandosi dai rapporti umani e concreti per legarsi a ideali che non hanno corpo.

Nel paradosso dell’essere amanti in queste vesti, si fa spazio una velata e sottile malinconia. Jonze provoca il suo pubblico con un’ironia pungente e ci spinge a indagare i valori dell’attuale società capitalistica, tecnologica, priva di limiti. Si fa cantore di un sentimento inatteso.

Tra fantascienza e melodramma, la vicenda mette in luce computer definiti ed evoluti e uomini atrofizzati e spaesati. Samantha non è l’amante di Theodore, quanto piuttosto la proiezione delle sue paure, delle sue incapacità.

Il clima caldo vintage, dalle tinte arancio e rosse, intravede sullo sfondo la Los Angeles di un tempo lontano che con i suoi colori pastello ricorda gli adorati anni Settanta. Ma l’esterno è lontano, non esiste più, esiste solo la finestra attraverso la quale guardarlo.

Le continue riprese di luoghi interni sarebbero di certo piaciute al pittore americano Hopper. Lui sì che avrebbe colto al volo in questa narrativa indipendente il senso della distanza tra l’io e ciò che è al di fuori dell’io, ciò che è altro.

In questa pellicola quasi avanguardista che non giudica, ma racconta, si sfiora il paradossale.

I personaggi parlano dell’amore come forma di follia socialmente accettabile. Ma che cos’è, oggi, il nostro morboso rapporto con la tecnologia se non esattamente questo?

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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