Se lo vuoi tutto è possibile - dieci anni di Finley [INTERVISTA]

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I Finley

Il 12 novembre abbiamo intervistato, al Vidia di Cesena, Pedro e Dani dei Finley, in occasione del tour celebrativo dei dieci anni dal primo album, Tutto è possibile. Cosa è successo nel frattempo? Come sono cambiati? Cosa stanno preparando?

Dieci anni di Tutto è possibile. Dieci anni di musica. Cosa è cambiato nel tempo?

P.: Tutto è possibile vuol dire “senza un limite”. Nel bene e nel male ci sono state tante cose molto intense. Cosa è cambiato? Non abbiamo più 21 anni, ma ne abbiamo 31; è cambiato che abbiamo la barba, mentre prima no.
D.: Lo spirito è lo stesso, forse c’è un po’ più coscienza nelle cose che facciamo perché nel primo periodo è successo tutto troppo velocemente. Non che questo sia un male, eh! Però non ti rendevi conto di quello che facevi.
P.: Sia per la velocità, ma anche perché non avevi gli strumenti per capire cosa ti stava realmente succedendo.
D.: Sanremo era come un’altra parte, era come sempre. E invece come sempre niente. Dovesse accadere tra qualche anno di salire di nuovo su quel palco, non lo affronti con la stessa spensieratezza di prima.
P.: E questa è una bellissima sensazione, perché diventa tutto automatico, ma non una routine. Vivi tutto con maggior serenità. Non ti rendi conto dei palchi che vai a calcare, li affrontavi con spensieratezza perché era quello che facevi tutti i giorni.
D.: Poi magari prendevi le situazioni sottogamba… Non c’è un meglio o un peggio in queste situazioni. Tutto ha un bene un male. Adesso le fai con più coscienza, ma non sarebbe meglio essere più spensierati.

Qualche giorno fa avete scritto un post sulla vostra pagina sul fenomeno del secondary ticketing. Sia come band che come fan, cosa ne pensate?

P.: Questo è un fenomeno che gira da tantissimi anni, solo che c’era bisogno dello scandalo dei biglietti dei Coldplay e il servizio de Le Iene per rendersene conto.
D.: Non ho capito come mai se ne siano resi conto solo per i Coldplay.
P.: Esiste da tantissimo tempo, da decenni… Una cosa però alla quale io non credo è che siano gli artisti a richiedere la cosa. C’è una crisi generale nel mercato musicale, quindi tirano tantissimi nomi e fanno ricarico sui concerti. Il problema è che il ricarico è del 90%. Poi informandomi ho capito che questa cosa non è chissà quanto illegale.
D.: No, non è illegale. Cioè, se io, bagarino, vado fuori dallo stadio a rivendere il biglietto non è illegale. Lo diventa nel momento in cui io vendo il biglietto a un costo maggiore rispetto al prezzo di vendita, guadagnando soldi a nero. Per assurdo, la cosa non è illegale.
P.: La cosa assurda è che molti pensano che sia un fenomeno solo italiano, ma non lo è assolutamente. Anzi, i margini di guadagno per gli eventi all’estero sono molto più alti.
D.: Vale lo stesso discorso anche per i diversi siti di streaming che qualche giorno fa hanno chiuso. Leggevo sui social di una rivolta assurda! Ma rivolta di cosa? Non è legale guardare film in streaming. Finché è possibile farlo, bene, ma nel momento in cui chiudono il sito… pazienza!
P.: Però comunque il live non ha surrogati, non è sostituibile. Andrebbe in crisi relativamente. Il problema è che non si possono pagare quelle cifre, ed è giusto non farlo. Piuttosto non si va al concerto, si lascia lo stadio, il palazzetto vuoto. Comunque, un po’ di tempo fa, Marcus Mumford dei Mumford and Sons parlava di questo argomento e voleva portare la questione al parlamento inglese per affrontarla e cercare di trovare una soluzione.

Quanto il supporto e il sostegno dei fan ha influito nella vostra carriera?

P.: Tantissimo. Abbiamo vinto dei premi e siamo arrivati agli occhi e alle orecchie di tantissime persone proprio grazie al supporto della nostra fanbase e se dieci anni dopo siamo ancora qua, a riempire dei locali, a fare quasi tutte le date sold out, è grazie a loro.
D.: Fondamentalmente, se la gente non viene ai concerti, i concerti non li fai. Poi anche riguardo ai premi… per me quelli che contano sono quelli in cui vota la gente. Premi che ti sei meritato perché ti ha votato la gente. Prendi i due Best Italian Act, o il quinto posto a Sanremo. Certo, non è il primo posto, ma saremmo anche potuti arrivare ventesimi, se non fosse stato per chi ci ha votato da casa. Queste sono le cose vere, tutto qui.

Ci sono comportamenti di alcuni fan che vi infastidiscono o che preferireste evitare?

P.: Noi tendenzialmente siamo persone molto alla mano, evitiamo di creare delle distanze. C’è chi magari sfrutta un po’ la cosa e cerca di diminuire ancora di più questa distanza. Tanti magari non afferrano questa dinamica. Però devo dire che il nostro pubblico è formato da gente gentile e molto educata.


La moda passa e lì sei tu a decidere se continuare perché ti interessa davvero o se fermarti


C’è mai stato un momento in questi anni in cui avete pensato di mollare tutto e fare qualcosa di diverso?

D.: No, in realtà non credo che saremmo in grado di fare altro.
P.: Il discorso non è “mollo tutto”. Ci sono state delle fasi in cui ti poni delle domande, ma poi ti ci butti.
D.: L’unica cosa è provare a fare e vedere come va. Chiunque ha avuto, dai Beatles a Morandi, alti e bassi. La moda passa e lì sei tu a decidere se continuare perché ti interessa davvero o se fermarti.
P.: Poi ci sono dei mostri che non calano mai, non si fermano un attimo. Ad esempio, nella dimensione pop, mi vengono diversi esempi. Rihanna credo non abbia smesso di fare singoli da Pon de Replay.
D.: Ci sono comunque band o artisti come, che so, Robbie Williams. Lui può anche fare dischi o singoli sbagliati e vendere meno, ma vende comunque. L’Arena di Verona la riempie comunque. Perché quando ha iniziato lui la musica andava davvero bene. C’erano le mode, però poi lasciavano un’impronta nelle persone. Per fare un disco fatto bene ci vogliono almeno tre o quattro anni. Perché i Green Day o Robbie Williams escono ogni quattro anni? Oggi, invece, se non esci con un singolo al mese, ti danno per morto, è questa la differenza. Uscire con un singolo al mese significa fare delle pessime canzoni. Solo i Beatles riuscivano a fare un singolo di qualità al mese.
P.: Noi invece siamo stati meno fortunati. Dobbiamo darci da fare per stare in piedi. Abbiamo avuto degli anni di grande esposizione, ma neanche a livelli incredibili. Abbiamo avuto grande successo tra i giovani, ma non siamo conosciuti da tutta la popolazione italiana. Quindi non devi assolutamente mollare e darti da fare.

Il lavoro in radio, prima con Radio Kiss Kiss poi con Radio Montecarlo, cosa vi ha lasciato? Come è cambiato il vostro modo di approcciarvi alla musica?

P.: Ha cambiato sicuramente tanto le nostre giornate. Soprattutto i primi anni, a radio Kiss Kiss eravamo impegnati tutti i giorni.
D.: Son le 19:38, tra undici ore siamo in diretta, eh!
P.: Sicuramente la radio ha portato via molto tempo alla musica, però ci ha insegnato molte cose, ci siamo reinventati. Ci siamo anche approcciati alla televisione, con delle esperienze anche per Sky e Tv8. Sono tutte esperienze che ti restano dentro e ti danno tanto.
D.: Ti dico una cosa: io, fino a quattro anni fa non ho mai ascoltato nulla in radio. Non mi interessava la programmazione musicale, ciò che passavano in radio non mi interessava. Magari la accendevo per sentir parlare di argomenti di attualità, ma poi mettevo i miei dischi in macchina. Lavorando in radio è tutto diverso. Ho aperto un po’ la mente, ci sono tante cose che prima non ascoltavo proprio. Invece poi, facendo passare quei pezzi in radio, capisci molte dinamiche in più. Capisci perché un certo artista o un certo pezzo vada così tanto.
P.: Comprendi il valore e soprattutto capisci quanto il rock negli ultimi anni sia monotono e quanto invece altri genere più bistrattati abbiano delle soluzioni molto più interessanti.
D.: Io quattro anni fa non avrei mai comprato il disco di Sia, l’ho preso ed è un singolo dietro l’altro! Nel rock un disco con un singolo dietro l’altro non lo sento da American Idiot. Di solito, quando fai un disco, fai tre pezzi buoni e del resto chi se ne frega. In generale vige questa legge. Fare un disco come All killer no filler è molto difficile. Eppure Sia ci è riuscita. Non avrei mai pensato di ascoltare un disco di Sia, eppure è tantissima roba!
P.: Nel pop degli ultimi anni ci sono delle soluzioni molto più interessanti, soluzioni sicuramente diverse, ma che le band rock non prendono in considerazione. Il rock è stanco, c’è bisogno di aria fresca e forse anche di una pausa.
D.: Ma c’è anche bisogno di belle canzoni. Ormai è diventato tutto una gara a chi fa il pezzo più complicato, strambo perché “si è già sentito tutto”. Ma non è vero! Se tu fai una bella canzone, resta una bella canzone. I Beatles non facevano canzoni in tempi dispari, ri-arrangiate in maniera strana… erano belle canzoni, fine. Non morirà mai una bella canzone. Puoi fare le cose più articolate del mondo, ma la bella canzone? Dov’è? I musicisti che amano ascoltare una cosa tecnica, perché poi da quello studiano e imparano, allora apprezzeranno. Ma gli altri?
P.: Va bene lo stile, il suono, però una canzone ti deve emozionare, ti deve lasciare dentro qualcosa. Il discorso fondamentale è quello, per noi.
D.: Tante volte ascolto dischi in cui penso: “Sto imparando un sacco di cose! Le posso riproporre alla batteria, le studio, le cambio”. Poi mi rendo conto che dall’inizio del disco è passato un sacco di tempo: ma il ritornello dov’è? È un problema. Perché il rock non va? Dove sono le canzoni? La cosa fondamentale! Altrimenti fai un saggio di assoli e sta tutto lì.

Cambiamo argomento e parliamo di ciò che fate per aiutare gli altri. Mi riferisco al Punks Go Acoustic e alla vostra collaborazione con Cesvi. Come sono nate?

D.: Entrambe le cose sono nate alla stessa maniera, tramite amicizie comuni che ci hanno tirato in mezzo a questa cosa molto bella. Il PGA è divertente perché è nato in maniera poco impegnativa – detto così suona male, ma non è una cosa negativa. Il tutto è nato così: ci sono gli strumenti sul palco, chi vuol salire a suonare va.
P.: La cosa è nata così, le serate piacevano, si portavano sempre più amici e i locali si riempivano, quindi Andrea (Rock, conduttore  radiofonico  per Virgin Radio, ndr) ha pensato di creare qualcosa di più grande, ovvero di raccogliere fondi per questa associazione che si chiama L’isola che non c’è e abbiamo fatto due compilation e diversi show raccogliendo dei fondi. Ci piace pensare che questa cosa sia importante. La beneficenza è forse il fine che nobilita il tutto, perché è nato per passare delle belle serate in compagnia di amici.
D.: Con Cesvi più o meno alla stessa maniera. Ne siamo venuti a conoscenza tramite amici comuni. Ne avevamo sentito parlare più volte e un nostro amico ha organizzato l’incontro. Loro stavano mettendo su questo evento, appunto Food Right Now, che avviene sempre, in ogni momento – perché riguarda un argomento che esiste sempre, ovvero quello della fame nel mondo. Ci ha interessato molto l’iniziativa e abbiamo detto: “Se possiamo aiutarvi in qualche modo, ditecelo”. Il tutto è stato molto spontaneo. Piuttosto che fare un pezzo nostro, abbiamo deciso di fare la cover de Il mondo di Jimmy Fontana perché, se già fai un pezzo tuo, la gente inizia a dire: “Ah guarda, lo ha fatto solo per pubblicità!” e in secondo luogo, doveva essere una canzone che arrivasse al pubblico e quella canzone è conosciuta da tutti, anche da chi non conosce la musica dei Finley. Tra l’altro, entrando negli uffici di Cesvi, si respira proprio il concetto de “il mondo come casa comune”. Il mondo è di tutti, però le risorse non sono di tutti, con questa frase nella mente ci è venuto automatico a pensare a quella canzone.
P.: La cosa bella di Cesvi è che loro, più che costruire, danno gli strumenti. Ti insegnano come si fa a creare determinate coltivazioni, in questi ambiti. “Non ti do un pesce per sfamarti, ma ti insegno a pescare per sfamarti e perché tu possa continuare a farlo da solo”.


Ti dico il futuro in tre parole: poche ore di sonno, tanto lavoro e nuova musica


Una delle canzoni più delicate che abbiate mai scritto è Neve, ispirata al libro di Maxence Fermine. Vi siete ispirati o vorreste ispirarvi ad altri libri?

P.: Ci sono altri pezzi che sono ispirati o prendono spunti da libri. Leggiamo abbastanza, di conseguenza quello che scriviamo è ispirato spesso da quello che leggiamo. Quella è stata una bella esperienza, perché per chi conosce e ha letto il libro ci sono diversi sputi di riflessione. La canzone non è didascalica, ma raccoglie la sintesi, la purezza di quel racconto. Perché parliamo di un libricino piccolo, ma al suo interno ha tanta ciccia. Nonostante non abbiamo creato il videoclip di quel brano – in un certo senso, il libro può diventare il suo videoclip. Leggendo il libro, oltre alla canzone, riesci a immaginarti molte altre cose.
D.: Ti do una chicca, quel brano doveva entrare nel terzo disco, in Fuori!, solo che poi lo abbiamo tenuto da parte…
P.: No, non lo abbiamo tenuto da parte, è che a Cecchetto non piaceva.
D.: Sì, non gli piaceva. Però è anche vero che per come l’avevamo fatto, lo avevamo ri-arrangiato, era completamente diverso.
P.: Forse è stato meglio così, perché gli abbiamo dato la giusta maturità dopo.
D.: Perché poi tanto pirla non siamo, e abbiamo detto: “Ma ci sarà un motivo per il quale a Claudio non piaceva. Proviamo a rifarlo!” Chissà se gli piace come l’abbiamo rifatta, non glielo abbiamo più chiesto.

Ultimissima domanda. Il futuro? Cosa succederà?

P.: Il futuro è oscuro, nebuloso, incerto…
D.: Ho imparato a non farmi più domande sul futuro. Tanto se pianifichi qualcosa, quella cosa non succede.
P.: Quello che vogliamo fare nell’immediato è suonare tanto. Suonare in tutto il territorio. Ci piace tanto. Speriamo di fare un altro giro, nei prossimi mesi, nella prima metà dell’anno. Ci piacerebbe molto. Però non è scontato.
D.: Una cosa che mi viene in mente, tornando alla prima domanda: quando abbiamo iniziato non c’erano programmi, era un “Proviamo! Se succede, succede!”. Questa è una cosa che, a trent’anni, non puoi più permetterti di fare. Però quello spirito là è lo spirito per il quale accadono le cose. Se le cose devono succedere, succedono. Devi fare in modo che le cose accadano, senza avere grosse aspettative, perché poi magari succede una cosa ancora più bella e lì è il bello.
P.: Ti dico il futuro in tre parole: poche ore di sonno, tanto lavoro e nuova musica.

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Alessia Scarpinati

Alessia Scarpinati

Sono nata giusto in tempo per capire che le cose belle della vita sono tante, che scrivere di me è fondamentale e che non riuscirei a vivere in un mondo senza musica, concerti, libri,serie tv e attori inglesi.

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