On a high desert highway since 1976

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Gli Eagles

Gli Eagles

“Avevo appena preso questa casa sulla spiaggia di Malibu, credo fosse il 74 o il 75. Ricordo che ero in salotto, porte e finestre aperte, un luglio spettacolare. Avevo questa 12 corde acustica e ho iniziato a strimpellare, e le note di Hotel California se ne sono venute fuori così. A volte è come se il cosmo intero si mettesse in moto e di improvviso trovi quello che stavi cercando”. (Don Henley)

L’8 dicembre verrà sempre ricordato nel mondo degli appassionati di musica come la data dell’omicidio di John Lennon. Scommetto che a proposito sapete già quasi tutto, ma forse non la associate alla data di uscita di Hotel California nel 1976. Intro da un minuto circa, un battito. E poi inizia uno dei pezzi rock più famosi al mondo.

La canzone è entrata nella cultura collettiva per quelle immagini forti, per quel suono unico, per l’assolo accessibile solo ai più disinvolti con la chitarra e semplicemente perfetto, per quell’intro che senti una volta e non dimentichi più. Proprio questa aveva dato dei problemi quando Don Henley aveva proposto la canzone come singolo di lancio dell’album.

Negli anni ’70 il format comune prevedeva canzoni ballabili dalla durata massima di tre minuti e mezzo. Il pezzo iniziale non andava oltre i trenta secondi (così che un ipotetico dj non avrebbe potuto parlare troppo prima che il frontman iniziasse a cantare). Hotel California dura sei minuti e mezzo e solo l’intro un minuto. Non si poteva ballare: si ferma a metà, con l’interruzione della batteria dopo la strofa che inizia con “Mirrors on the ceiling” e ha un assolo finale di due minuti. Non c’entrava niente col resto. All’epoca Glenn Frey, Bernie Leadon e Randy Meisne protestarono con Don, che commentò lapidario: Nope, that’s going to be our single (“No, sarà il nostro singolo”).

Rimase in cima alla classifica Billboard Hot 100 per una settimana nel maggio del 1977, e Rolling Stone, per esempio, l’ha posizionata al 49º posto nella sua classifica delle 500 migliori canzoni nel 2004. Frey commentò: “I’ve never been so delighted to have been so wrong in my life. You just don’t know” (“Non sono mai stato così felice di aver torto nella mia vita. Non si sa mai”).

Di nuovo Don Felder per songfacts: “Quando vai verso Los Angeles di notte, puoi ben distinguere l’aura e le luci di Hollywood della città per almeno 100 miglia nel deserto. E mentre guidi ti scorrono davanti agli occhi le immagini classiche della California: le star di Hollywood, spiagge, bikini, le palme… Puoi immaginarti tutto questo, sono queste le immagini che hai in mente e che generalmente la gente associa alla California. Per noi, gente normale che arrivava dal Midwest, Hotel California era il simbolo della vita dei vip a Los Angeles”.

È una sera estiva, chi narra sta correndo sul filo del tramonto, tutto intorno è perfetto: non ha una direzione precisa, solo la libertà di ragazzo con tutta la notte davanti. Poi vede lei, ne è abbagliato, sente che vuole seguirla. Non importa se sarà meraviglioso o terribile, non può fare a meno di lasciarsi condurre.

Innumerevoli le interpretazioni negli anni: una canzone così bella e dal testo così evocativo deve sicuramente avere un significato. Hotel California descrive l’ingresso in un mondo che una volta conosciuto non può essere dimenticato. La voce narrante descrive stanze piene di ragazzi che si lasciano trascinare in un vortice di esperienze. È una realtà caotica, riempita da suoni che vogliono coprire il silenzio del deserto che tutti loro hanno abbandonato. Una volta entrati non si può più tornare indietro, perchè l’Hotel California non ammette visite.

Henley affermò nel documentario History of the Eagles del 2003 che “È una canzone che parla del percorso dall’innocenza all’esperienza”. Glenn Frey disse: “Si tratta del lato oscuro del Paradiso. Che è un po’ quello che stavamo vivendo all’epoca a Los Angeles. Ed è diventata una specie di metafora per il mondo intero e tutto ciò che conosciamo”. E forse per questo ancora oggi dice qualcosa a chi l’ascolta. Ognuno ha conosciuto la propria Los Angeles e riconosce quel lovely place, e così la metafora attraversa tempo e spazio. Ed è nostra ancora oggi.

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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