House of Cards: quando il viscido diventa l’idolo delle folle

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In foto, Kevin Spacey, il Frank Underwood di House of Cards

In foto, Kevin Spacey, il Frank Underwood di House of Cards

Attenzione, questo articolo contiene spoiler!

Francis “Frank” J. Underwood (Kevin Spacey) è egoista, cinico, arrivista, accecato dal potere e bramoso di averne sempre più, costi quel che costi; attualmente è il 46esimo Presidente uscente degli Stati Uniti d’America, insediatosi con tanto di compiacimento personale dopo due stagioni trascorse a smantellare pezzo per pezzo l’“amico” e predecessore Garrett Walker (Michael Gill) – il tutto nascosto dietro a un sorriso pacifico. Frank Underwood è il politico della peggior specie, bastardo e viscido fino al midollo, ma milioni di spettatori esultano con lui a ogni suo successo, rendendolo un vero e proprio cult le cui spietate frasi sono perle da custodire.

Conclusasi da qualche mese dopo una lenta e fiacca Season 03 che aveva fatto scattare il segnale di allarme all’ideatore e produttore Beau Willimon, la quarta stagione di House of Cards ha visto Frank e la moglie Claire (Robin Wright) ritornare alla ribalta per riappropriarsi del potere di cui fisiologicamente hanno bisogno: il primo la presidenza, la vice-presidenza la seconda. Un climax di tensioni politiche, con le primarie di fuoco, il problema del terrorismo islamico e i deteriorati rapporti con la Russia (giusto qualche somiglianza con l’America di Obama, Clinton e Trump…) che costituisce il trampolino di lancio perfetto per la quinta stagione del 2017 – e un altrettanto perfetto territorio di caccia in cui il famelico Frank Undewood è pronto a lanciarsi.


Quelli che sono al vertice della catena alimentare non possono avere alcuna pietà. Esiste una regola sola: o cacci, oppure vieni cacciato


Se c’è un appellativo che, infatti, calza a pennello a questo personaggio, esso può essere “spietato predatore”, ma un predatore particolare, a volte strisciante come una biscia velenosa, a volte aggressivo come una iena. Se fosse l’antagonista di questa serie, probabilmente Frank Underwood sarebbe uno dei cattivi più odiati di tutti i tempi, di quelli che fanno salire di colpo la bile appena appaiono sullo schermo; ma House of Cards è il regno in cui lui riveste la parte del protagonista, e, per simmetria, è il personaggio più amato, nonostante la sua etica basata su valori morali rovesciati.

Underwood, infatti, incarna quell’immagine della politica che, al di là del fare populismo, dagli anni ’80 fino a oggi ha contaminato sempre più la percezione del cittadino: una casta di personaggi oscuri, corrotti e incollati a vita alla loro poltrona che ragionano secondo una gerarchia di priorità in cui solo dopo parecchie posizioni figura il concetto “bene del popolo”. Dalla personalità ingombrante, amplificata all’ennesima potenza da uno sbalorditivo Kevin Spacey, Frank semina panico e soggezione tra i corridoi del Campidoglio, più ferreo di Margaret Thatcher, più di ambizioso di Giulio Cesare.

Eppure, nonostante dentro e fuori la Casa Bianca pulluli di politici, magnati e giornalisti che lo vorrebbero caduto in rovina e ritirato a vita nella sua casa natale a Gaffney, South Carolina, fino ad oggi nessuno sembra essere riuscito a tenergli testa – o, almeno, per più di tre puntate consecutive; e chi ci ha provato, o ha quantomeno osato mettere a rischio il suo piano di conquista dello Studio Ovale, non ha mai fatto una bella fine: tra le numerose vittime, ricordiamo il deputato alcolizzato Peter Russo letteralmente attaccato alla canna del gas della sua automobile, la sagace giornalista Zoe Barnes spinta sotto la metro, il sopracitato Walker costretto a dimettersi; il reporter Lucas Goodwin c’è andato vicino sparandogli al petto, ma ora Frank è ancora vivo, a differenza sua.

Nonostante il terrore che è in grado di instillare in ogni individuo con cui entra in contatto, più Francis Underwood si rende deplorevole agli occhi dei fan della serie, più questi lo idolatrano, conquistati forse dal suo incontenibile ego, forse dalle frasi rivolte direttamente a loro durante la rottura della quarta parete, forse perché, nel subconscio di ognuno, Underwood corrisponde a quell’idea di uomo potente e incontrastabile che tutti vorrebbero essere e ogni suo gesto, ogni sua dimostrazione di forza sembra appagare per un momento quell’inconscia sete di trionfo che giace nel profondo della psiche e quindi tutto gli viene perdonato – e ancora, la volontà di potenza del forte sul debole, la trasvalutazione di ogni valore morale e l’imposizione della propria persona al di là della giustizia etica e americana rendono forse Frank Underwood l’Übermensch nietzschiano delle serie TV?

Comunque, qualunque sia il motivo per il quale la sua personalità in sé prevalga sulla discutibile natura delle sue azioni, sta di fatto che molto presto inizia a non bastare più che il personaggio di Kevin Spacey prenda vita un’ora la settimana: viene creato su Twitter l’account @Frank_Underwood (e degli altri personaggi che lo circondano) e fatto genialmente interagire con gli altri potenti del mondo (Ted Cruz, Marco Rubio e anche Putin sono solo alcuni dei politici che hanno ricevuto suoi consigli o commenti), mentre lo stesso Underwood diventa soggetto di un ritratto esposto alla Smithsonian National Portrait Gallery di Washinghton D.C; i vari giochini che spaziano sullo smartphone del politico in alcune scene registrano il record di download e il nostro premier Matteo Renzi trae idee dai libri che hanno ispirato la serie (tant’è che l’autore, Dobbs, lo rimprovera pure dicendogli “Il mio libro non è un manuale d’istruzioni”). Un impatto devastante nel mondo al di fuori del televisore, mentre le realtà della fiction e della vita reale si sovrappongono e si ammiccano sempre di più.

Nasce così un dualismo, un chiaroscuro di cui House of Cards è lo spigolo separatore: se da un lato ognuno di noi sembra desiderare ardentemente che Frank Underwood sia reale, conquistati dal furore di quei motti che sembrano fatti apposta per essere tatuati sull’avambraccio e inebriati dall’invincibilità del loro favellatore, dall’altro sappiamo dentro di noi che probabilmente c’è un qualcosa di Francis diluito nel sangue di quei politici che votiamo e che vediamo ogni giorno ai notiziari, e questa cosa, una volta presa al di fuori del personaggio della fiction, ci disgusta e ci fa indignare altamente, facendoci ringraziare il cielo che, in realtà, si tratta solo di un personaggio inventato.

Immerso nel contesto in cui e di cui vive, infatti, il Presidente Underwood è il punto d’incontro di più forze diverse, convergenti ma provenienti da sfere dell’esistenza differenti: l’accordo del clientelismo tra gli esponenti di partito, il denaro riciclato delle lobby petrolifere, la spietatezza del giornalismo d’assalto, la tirannia della leadership, il mezzo illecito per racimolare qualche voto in più. Sotto ai litri di salsa fiction riaffiora una realtà deprecabile e scomoda su cui il protagonista della serie TV punta i riflettori. Ma bastano una sentenza e uno sguardo complice dritti in camera e boom, milioni di persone ritornano a pendere dalle labbra di Frank Underwood, e le seghe mentali rimandiamole a dopo i titoli di coda.

Senza dimenticare, oltretutto, un altro aspetto dell’universo House of Cards, anch’esso sottoposto alle spietate leggi dell’underwoodismo: il connubio tra dovere professionale e dovere matrimoniale. Fantastica controparte del nostro Presidente è infatti la moglie Claire, che condivide con lui un legame coniugale che, con l’avanzare delle stagioni, si rende sempre più particolare e bizzarro agli occhi dello spettatore – ma proprio per questo perfettamente adatto alle meccaniche del topos in questione; Frank e Claire, infatti, basano il proprio amore non tanto sulle dimostrazioni fisiche (i due si baciano sulle labbra una sola volta in quattro stagioni), ma sulla presenza psicologica e sull’aiuto professionale che uno può apportare all’altro – poiché il successo di uno è il successo dell’intera coppia e il più delle volte è Claire a sacrificarsi per la carriera politica del marito.

Questa impalcatura si ritrova più volte a scricchiolare più o meno rumorosamente (soprattutto nel cuore della terza stagione, quando i due coniugi sembrano sull’orlo del divorzio), per poi ritornare più solida e definitiva di prima, finendo per convogliare, ora allo stesso livello, tutto l’affetto e l’energia di coppia in direzione di ciò che sembra l’unica ragione di vita degli Underwood e della classe oligarchico-politica del 21esimo secolo: il potere, a qualsiasi prezzo. Perché, citando proprio lo stesso Frank, “i soldi sono come ville di lusso che iniziano a cadere a pezzi dopo pochi anni; il potere è la solida costruzione in pietra che dura per secoli”.

Bramosia, crudeltà, subdola violenza: il vero mondo di House of Cards si cela al di là del luccichio dorato dei suoi 6 Emmy vinti e delle 33 nomination totali; il vero mondo di House of Cards, che è anche un po’ il nostro, è marcio e fantasticamente, trionfalmente viscido. [Due colpi di nocca sul tavolo]


Articolo originariamente pubblicato da Mangiatori di Cervello.

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Michele Maestroni

Classe '96, nato bresciano, studente di Lettere Moderne presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Oltre al mio blog "Parole alla Tempesta", scrivo per "Parte del discorso" e "Mangiatori di Cervello".

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