L'animale da palcoscenico dietro le quinte: intervista a Lorenzo Kruger dei Nobraino

0

La prima volta che sono entrata al Locomotiv avevo sedici anni. Quelle pareti rosse sono diventate la radice dei miei pensieri rivoluzionari, che in fin dei conti, di rivoluzionario, avevano solo il nome. E quante volte a immaginare i poster che imbrattano le pareti dei camerini, cosa accade dietro quel palco, cosa si dice, come si ride.

Succede che l’altro giorno, lì dietro, ci sono finita anche io, dopo il soundcheck. Un po’ impacciata, si sa, come quelle che si mettono i capelli dietro alle orecchie e abbassano lo sguardo mentre lo fanno. Kruger mi dice che posso sedermi dove voglio. Allora io scelgo il divanetto rosso, quello là in tessuto. E scelgo che per oggi, almeno per questa manciata di minuti, lui è soltanto Lorenzo e io sono soltanto Sofia.

Prima di tutto grazie di aver accettato di fare questa intervista per Parte del discorso. Ritornate in scena dopo due anni da L’ultimo dei Nobraino, uscito nel 2014. Cosa è successo da allora a oggi, quali esperienze vi hanno portato a creare questo nuovo album?

Bah, semplicemente io ho chiesto ai Nobraino se mi lasciavano fare la direzione artistica del nuovo disco perché avevo l’esigenza di vedere un disco vero e proprio, non la solita raccolta di brani che facciamo tra un tour e l’altro. Avevo una serie di canzoni che stavano bene insieme, un bel nucleo compatto di testi. Mi ero stancato della questione delle paste sonore, tridimensionalità, distorsioni, riverberi e così via… volevo sentire un disco con le parti intellegibili di ogni strumento. Avevo pensato a un modello di scrittura che non fosse da sala prove, dove scrivi la parte che riesci a sentire meglio, perché fondamentalmente non si sente un cazzo. In quel caso, sia il suono che la scrittura sono fatti per massimizzare la tua udibilità. Volevo evitare tutto questo e portare la cosa su un piano di scrittura diverso, soprattutto di questi tempi, con i computer e tutti i flussi di lavoro più digitali. Perdere un po’ di polvere e fare un lavoro molto più definito.

A questo proposito, oggi siamo nell’era 2.0, si vive nel web, non ci si mette mai in discussione e si finisce per evitare il rapporto diretto. Voi come gruppo come vi rapportate con questo mondo? Anche in relazione ai vostri fan.

Non ho un uso del web di quelli che “ti fanno fare il passo avanti”. Ci sono sicuramente persone più ferrate in materia. Basta Gianni Morandi che già dà il giro a tutti. Credo ci sia un uso abbastanza sano, si cerca di esserci e rispondere, ma anche captare quello che succede, le varie reazioni. Al contempo però, cerchiamo di non dare troppa importanza a quello che accade lì dentro. La questione del numero di telefono, titolo di questo album, è proprio una reazione a questo aspetto: capire cosa succede nella realtà e non nella fiction. Ormai, ognuno di noi ha messo sul web il proprio avatar che dice cose speciali. Al telefono tornano tutte persone, a voce si torna ad essere quello che si è, niente di più. È proprio questo che ci interessava andare a mobilitare.

Il numero è stato attivato oggi. Sono già arrivate chiamate?

Ne sono arrivate circa una cinquantina. È divertente! Nessuno se lo immagina ma andare in tour è noioso, non tanto il momento del concerto, ma per le 24 ore attorno. Si passa il tempo ad aspettare che venga montato il palco, dopo il soundcheck si aspettano altre tre ore prima di suonare. Si sta sul furgone cinque o sei ore al giorno. Siamo in movimento 24 ore per suonarne una o due. Vuol dire che hai 22 ore di noia che va riempita. Lo puoi fare leggendo un libro, giocando a Ruzzle, chiamando moglie, mamma, figlia, interagendo con i nuovi coristi. Ci si inventa un modo per utilizzare questo tempo. La storia del numero è anche un po’ questo.

Nobraino © partedeldiscorso.it / Giulia Franciolini

Nel backstage con Lorenzo dei Nobraino © partedeldiscorso.it / Giulia Franciolini

Oggi, il cantautorato è un campo un po’ pericolante, soprattutto in Italia. Pensi ci sia ancora possibilità di comunicare con questo mezzo?

Il cantautorato è un mestiere vecchio. Penso che sopravvivrebbe a una catastrofe nucleare, no? Se domani andasse via la corrente elettrica in tutto il pianeta, qualche pianoforte lo troverei in giro. Questo mi garantirebbe due piatti di minestra al giorno e un letto. A differenza del 90% degli altri lavori, credo, rimarrebbero i medici, i giullari, i menestrelli che intorno al fuoco ci fanno passare la serata, le puttane, i contadini… Personalmente, sento che sto facendo la cosa giusta, mi diverto, mi fa stare bene. Quando penso alle mie ambizioni penso che faccio un mestiere antico e che me lo devo tenere stretto.

Credi che oggi, in questo nuovo mondo in perenne fretta, sia cambiato il modo di rapportarsi a questo mestiere?

Sicuramente sì, ma è lo stesso ad esempio per il motociclismo. Prima correvano sulle moto spartane, ora hanno i computer. Il pilota di fatto però è sempre il pilota: se non ci fosse la moto correrebbe su dei birocci giù per le discese. La vocazione è quella, cambiano gli strumenti con cui applicarla, ma credo che la mia vocazione sia pura, originale.

Classica domanda: avete fonti di ispirazione a cui fate riferimento in particolare al momento?

In questo momento poche, ti dico la verità. Molta arte visuale. Sono molto interessato all’arte grafica, fotografica, pittorica. Anche nella maniera bulimica dei giorni nostri, dove non conosco il 90% delle opere degli artisti che mi piacciono. E poi, guardo molto cinema. Mi capita di guardare venti film al mese. Amo anche le serie tv, che considero il nuovo romanzo di appendice. Ho tutta quella formazione lì, molto visuale e narrativa. Soprattutto però, mi ispirano certe direzioni della scienza. Sono attratto dai maneggiamenti della fisica quantistica, una delle cose che mi interessa di più in questo momento. Tecnologia e scienza. Quando la fisica dice che la realtà la creiamo noi osservandola, credo si abbia già un punto di partenza importante.

Beh, lo credo anche io. È stato un piacere, ora però la smetto e vi lascio andare a cena. Grazie ancora di averci dato un po’ del tuo tempo.

Ma grazie a voi, come ti ho detto, devo sempre trovare un modo per farlo passare.

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi