Alice Munro e il bello della lentezza

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Dettaglio della copertina di Chi ti credi di essere?, di Alice Munro

Dettaglio della copertina di Chi ti credi di essere?, di Alice Munro

Quasi un anno fa ho cominciato a leggere Chi ti credi di essere? di Alice Munro. Ho cominciato e non ho mai smesso. Che non è uno di quei modi di dire da autobiografia sintetica: non l’ho proprio mai finito. Mi mancano due racconti, forse un racconto e mezzo. Ogni tanto me lo porto in giro: in vacanza, in treno, all’università. Ne pilucco qualche parola alla volta, qualche pagina alla volta. Mi capita sempre così con le raccolte di racconti: dovrebbero essere quelle che si leggono più alla svelta e invece sono quelle che finisco per leggere con una lentezza esasperante.

È proprio con Chi ti credi di essere?, primo libro che leggo del premio Nobel canadese, che ho iniziato ad apprezzare questa lentezza. Sarà che il ritmo stesso della narrazione è rilassato, pacato e vagamente brumoso, come gli scenari in cui s’inseriscono le vicende della protagonista, Rose. Ma, non avendola finita, non posso scrivere una recensione della raccolta.

C’è una frase, in Chi ti credi di essere?, all’interno del racconto Cigni selvatici. Rose, per la prima volta in vita sua, prende il treno da sola e ripensa a quella volta che si è trovata ad affrontare un viaggio simile insieme alla sua matrigna: le due avevano ordinato un latte e cacao che si era rivelato andato a male, e questo dettaglio – per vari motivi – è ancora molto nitido nella memoria della ragazza. C’è una frase, a questo punto:

Rose aveva continuato a berlo a piccoli sorsi, per non ammettere che una cosa tanto desiderata potesse tradirla così.

È una frase semplice, perfino banale; eppure ha continuato a rimbalzarmi in testa per giorni. E non perché sia una frase ambigua, criptica, che nasconde chissà quale metafora della vita – anche perché, per quel poco che ho letto di Alice Munro, mi sembra un tipo poco propenso alle metafore. È che è vera, semplicemente. Il fatto che quando abbiamo atteso a lungo qualcosa sia difficile accettare una delusione, che sia di gran lunga più facile far finta di niente, è qualcosa che ci capita in continuazione – con la nuova stagione di una serie tv, con un posto, con una persona – e non ci facciamo mai caso. Non ci fermiamo mai a razionalizzare. Ci pensa Alice Munro per noi.

Sono passati mesi da quando l’ho letta, ma ogni tanto questa frase mi torna improvvisamente in mente e credo sia dovuto al fatto che c’è molto, qui dentro, di quello che potrebbe essere il senso di leggere o di scrivere. Perlomeno, di uno dei sensi. E cioè leggersi. Trovarsi nudi e crudi sulla pagina di un libro che qualcun altro ha scritto. Vedere che quelle emozioni, quelle piccole cose che vivi e alle quali tu stesso non presti attenzione, qualcun altro le ha vissute, notate, capite e te le ha scritte così che potessi notarle e capirle anche tu. Una lettera aperta senza un destinatario preciso.

In un paesaggio osservato dal finestrino di un treno in movimento non sarà mai il tratto di binario, l’albero uguale a cento altri, il fianco della collina sempre identico per chilometri ad attirare la nostra attenzione. Eppure è con loro che condividi la maggior parte del viaggio. Ecco, il bello della lentezza è che non perde niente – quasi niente – per strada. Neanche una frase che nella velocità sembra banale, e che invece potrebbe contenere e raccontare tutto. Perfino te.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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