Artemisia Gentileschi - L'arte è anche donna

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Artemisia Gentileschi

Il 29 novembre, quasi un mese fa, ero a prendere vento gelido a Piazza Navona, cercando di capire quale fosse l’entrata per l’anteprima di Artemisia Gentileschi, che, tanto per dire, non è una biografia su pellicola di una donna del mondo della moda.

Colpo di fortuna, ricevo questo invito e inutile dire che ero già pronta. Parliamo di Palazzo Braschi, quello che quasi nessuno nota se non per le indicazioni di mostre esposte fuori e forse per il fatto che “sta davanti al locale con le scale, come attraversi la strada” ma come, no… ma quello è il Museo Barracco, non un locale. “Ah, e allora è quello che sta davanti ai locali, dai do’ fanno il mercatino, do’ se mettono sempre a fa le manifestazioni, dai oh, sta lì, a Piazza Navona!”.

Dopo esser stati vittime di almeno quattro infarti consecutivi e aver riposto ogni punto di riferimento, vi alzate da quella piazza dove manifestano – ci sarebbero in realtà almeno 2 saggi da scrivere solo sulla piazza, sui palazzi, la chiesa e la fontana, ma sorvoliamo – e ve ne andate verso l’ingresso di Palazzo Braschi nel quale, appunto, sono raccolte un centinaio di opere provenienti da tutto il mondo di artisti contemporanei a lei del calibro di Baglione e Cavallini.

Per i non addetti ai lavori, i curatori della mostra – patrocinata dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, promossa e prodotta da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura – hanno predisposto un pannello cronologico che sintetizza periodi storico-artistici e vita di Artemisia.

Non mi dilungherò sulle spiegazioni e l’analisi dei dipinti, quello spetterà a voi. I curatori della mostra hanno lasciato molta libertà e strumenti per l’analisi in piena autonomia. La cosa che più mi preme è raccontare l’Artemisia tradita, violata e soprattutto rinata.

Quando passeggerete per le sale di Palazzo Braschi, vi ritroverete dinanzi un tema ricorrente: Giuditta e Oloferne.

Potrà sembrare il solito studio ripetuto per via dei suoi molteplici viaggi eppure, forse, non è così. Giuditta e Oloferne è per molti la trasposizione in chiave pittorica della violenza subita, nel 1611, da parte del pittore Agostino Tassi, frequentatore della bottega del padre di Artemisia, Orazio Gentileschi.

L’arte è anche donna

La pittura di Artemisia Gentileschi è un richiamo costante allo stupro subito come fosse un memo, riconducibile per altro non solo a Giuditta ma anche ad altre donne ritratte, quell’innocenza che soccombe alla crudeltà, alla gola e alla brutalità dell’uomo. Il sacro e il profano si fondono nell’immagine della donna, non ci sono differenze fra la dea e la martire. E poi c’è Giuditta, la donna che finalmente trova il coraggio e spezza quel legame univoco che la costringeva a vivere quella forma di martirio non solo del corpo ma anche e soprattutto dell’anima. Giuditta è la donna che denuncia, che grida e che non si sottomette a nessuno. Come Artemisia.

Come Artemisia nessuna donna è mai soddisfatta della pena inflitta dalla Giustizia e si fa così giustizia da sola.

Artemisia Gentileschi

Squarci di luce caravaggeschi, una dinamicità ed una ferocia che rende questo dipinto uno dei capolavori massimi di Artemisia Gentileschi che sembra quasi ritratta proprio nei panni di Giuditta, con quelle forme morbide che sanno divenire taglienti, sottili e anche rozze, sporche del sangue di un uomo che non aveva avuto, fino a quel momento, ciò che meritava. Sul volto di Giuditta si legge la sofferenza nascosta dalla rabbia e dalla violenza con la quale effettua il taglio della testa. Strumenti rudimentali: quel tipico coltello trovato in cucina, con il sostegno dell’amica, quella fidata, della serva.

Artemisia fa dell’arte pittorica la sua via di fuga, la sua terapia.

Tutto ciò però non deve in alcun modo lasciar pensare alla pittura di un atto vendicativo come qualcosa di selvaggio e primordiale. Qui tagliamo teste, ma con stile. Artemisia e il suo esser donna si riconoscono nei dettagli, nelle stoffe dipinte, nei colori e nei loro accostamenti. Nelle posture assunte che permettono di lasciar cadere l’occhio sui seni e la scollatura, su quei dettagli che probabilmente solo una donna conosce e può permettersi di inserire con tanta abilità.

"È meglio essere assetati di bellezza e comprenderla che essere belli e basta" (Susan Vreeland).

“È meglio essere assetati di bellezza e comprenderla che essere belli e basta” (Susan Vreeland).

Si fa agente di se stessa con il passare del tempo, i documenti ritrovati ci raccontano di una donna passionale, piena di vita e che la divora, cercando cogliere ogni possibilità e di crearsi porte e varchi per sopravvivere a quella strada senza uscita che percorreva in quel momento. Nel 1653 si arrende e se ne va da questa lotta continua con la vita e verrà ricordata nella Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini solo come “Heic Artemisia”. Nello stesso modo con la quale dopo tutto questo tempo la ricordiamo ancora.

Superato tutto questo e pronti per uscire, ci si ritrova a pensare a quanto sia giusto, quanto sia sbagliato. Quanto alla fin fine nulla sia cambiato in 400 e più anni di storia. Ma Artemisia, così come MuseiInComune, rende tutti ma soprattutto le donne partecipi e protagoniste. Una foto, una frase da scegliere ed eccoci pronti per la foto che ricorderà al mondo social che c’eravamo alla mostra, che abbiamo visto e commentato e riflettuto.

Piccolo monito per il lettore: alcune opere esposte saranno fruibili in tempi differenti. Artemisia Gentileschi, Giuditta che taglia la testa di Oloferne, in mostra dal 27 marzo; Artemisia Gentileschi e Bernardo Cavallino, Lot e le sue figlie, in mostra fino al 26 febbraio; Artemisia Gentileschi, Autoritratto come suonatrice di liuto, in mostra fino al 28 febbraio; Giuseppe Vermiglio, Giaele e Sisara, in mostra fino al 5 marzo; Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni in mostra fino al 27 marzo.

Per i più curiosi: nel 1997 uscì il primo film su Artemisia, francese e diretto da  Agnès Merlet, Artemisia – Passione estrema.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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