Editoria del nuovo millennio

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Il libro, da sempre mezzo di crescita culturale, è stato declassato a gadget, intrattenimento. L'editoria ha imparato a guadagnare dalla svogliatezza.

Il libro, da sempre mezzo di crescita culturale, è stato declassato a gadget, intrattenimento. L’editoria ha imparato a guadagnare dalla svogliatezza.

I dati Istat parlano chiaro: la lettura in Italia è un’attività che progressivamente va scemando, i cosiddetti “lettori forti” sono una scarsa minoranza e i romanzi che spopolano tra le top 50 delle catene libresche incrementano la negligenza del lettore moderno.

Il libro, mezzo per l’arricchimento culturale e spirituale, è stato declassato a gadget, mero intrattenimento (si badi bene, c’è intrattenimento fruttuoso e sterile) per cervelli stanchi troppo abituati ai titoli flash dei giornali online e immagini, tantissime immagini. È indubbio che l’avvento della tecnologia abbia ridotto il numero di letture e sfido chiunque a sostenere che al termine di una lunga giornata sia meno faticoso leggere l’Ulisse di Joyce che scorrere la propria home di Facebook.

Ed ecco che i nuovi autori di romanzi sono scrittori per caso, senza studio alla base né talento, in un’epoca in cui il mantra è “perché leggere libri? meglio scriverli!” e ci riescono pure, usufruendo dell’editoria a pagamento per appagare le proprie egocentriche velleità. O ancor peggio, personaggi già noti e che godono di un corposo fandom sul web. Prendiamo l’esempio lampante della Chiperi e del suo romanzo che ha fatto il botto, prima online e poi nelle librerie. L’editoria italiana (ma non solo, considerando il successo della statunitense Anna Todd) va sul sicuro: si pubblica ciò che darà un guadagno certo e lo si cerca su nuovi fronti, come Wattpad o canali Youtube da 500.000 iscritti.

Si giunge così in un vero e proprio circolo vizioso: l’editoria fa della svogliatezza il suo guadagno, illudendo il “lettore” di aver letto un romanzo così da sentirsi a posto con la coscienza.  Tutti contenti, insomma.

Il loro incarico è al contrario differente e di grande responsabilità: come un buon genitore o un buon insegnante, dovrebbero indirizzarci verso la giusta strada, crescerci amorevolmente.  Questa dispersione e mancanza di linee guida si dimostra fatale per coloro i quali non sono stati spronati alla lettura e diventano esca delle grandi case editrici, vittime anche loro della crisi e costrette a ripiegarsi sulla mediocrità. Qui si parla di imbarbarimento culturale che spazia in ogni settore del sapere, d’altronde una società incapace di formulare un giudizio critico è molto più facile da soggiogare.

Si va a discapito anche di qualcun altro, cioè di chi scrive con passione e talento, sperando, in futuro, di veder pubblicato un suo lavoro. C’è un paradossale capovolgimento di crescita mediatica: non si scrive un libro per poi diventare famosi, ma si diventa famosi e poi si scrive un libro.

Ciò che mi auguro è che la vera narrativa riuscirà a far capolino spinta dai piccoli editori, quei pochi che puntano alla qualità e badano alle esigenze del lettore. Ci si lamenta tanto della mancanza di un romanziere, un poeta o un filosofo, si dice che la letteratura è morta o ha preso altre strade, ma non è così. La letteratura non è morta, finché vivrà l’uomo, essa vivrà con lui. Basta solo andarla a cercare nei posti giusti, sta maturando da qualche parte, è in attesa di qualcuno che abbia i giusti mezzi per fornirle una voce.

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Camilla Pinto

Camilla Pinto

Classe 1996, laureata in Lettere e studentessa di Italianistica a Bologna. Mi piacciono i libri, il mare, il buon cibo. Leopardi scrisse: "Può esser certa che se io vivrò, vivrò alle Lettere, perché ad altro non voglio né potrei vivere". È così anche per me.

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