Fedez e J-Ax: non artisti, ma imprenditori col rolex

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In foto, Fedez e J-Ax

In foto, Fedez e J-Ax

Qualche giorno fa è uscito il primo disco a due di Fedez e J-Ax, Comunisti col rolex, un ossimoro fastidioso, in cui ho ritrovato tutta la spocchia irriverente e irritante di un sopravvissuto al sistema (di cui, furbamente, s’è fatto alleato) e di un figlio legittimo di questo sistema (di cui è il perfetto emblema e il principale colpevole). Due persone diverse, due storie artistiche e personali (apparentemente) inconciliabili, due fanbase (sicuramente) incompatibili. Eppure Comunisti col rolex è una realtà; una non trascurabile realtà, mi vien da dire. Il perché, ahinoi, è più a portata d’intelletto, che a portata d’orecchio. Se questo, in definitiva, è un disco importante, non lo è certamente per le canzoni che contiene. Lo è, invece, per quello che rappresenta. Perché, all’interno di questo CD, c’è quel che resta del rap nostrano, ormai ridotto a brandelli, c’è il pop più accreditato dalle nostre radio, ci sono (tante) collaborazioni ben ponderate, c’è il prepotente mondo dei talent e l’ultimo azzardo della discografia italiana, messa in ginocchio da un mercato ormai deperito, che, in casi fortunati come questo, riesce ancora a tirare un sospiro di sollievo.

Ecco, questo prodotto (e consapevolmente scelgo di chiamarlo “prodotto”) va considerato un fenomeno sociale, più che un mero fatto musicale. E un fenomeno sociale, si sa, è figlio di un’epoca ben determinata. E, della sua epoca, si fa interprete. Esagero? Forse. Ma Comunisti col rolex non è un disco senza tempo, è un disco di questi tempi. Non verrà ricordato per le sue canzoni, questo mi sento di asserirlo serenamente, con buona pace di chi leggerà, in questa mia affermazione, soltanto uno slancio d’arroganza gratuito. Verrà ricordato perché, coniugando tutti gli aspetti che ho elencato poc’anzi, è figlio della generazione di Rtl, è figlio dei talent, di questa frenetica cultura dell’usa e getta. È figlio dell’arte che si costruisce intorno a un tavolo, è quello che il pubblico vuol sentirsi dire, non quello che il pubblico si sorprende di scoprire. Per me l’arte è un’altra cosa.

Dunque, Comunisti col rolex si apre con Assenzio, il secondo singolo estratto dal disco. E in Assenzio s’intrecciano le voci di quattro persone: accanto ai padroni di casa, ci sono Levante, cantautrice viscerale e profonda, figura di spicco della nuova scena indie italiana, e Stash, leader della band The Kolors. E questa è soltanto la prima, astuta trovata dei due rapper, in cui si fondano, in maniera del tutto imprevedibile, le loro rime, il mondo del talent Amici (da cui proviene Stash) e quello, certamente più snob, dell’indie (in cui nasce, invece, Levante).

Ma questa è soltanto la prima di una serie di improbabili collaborazioni: i due, infatti, cantano con Giusy Ferreri, Sergio Sylvestre, Alessandra Amoroso, Alessia Cara, Nek, Arisa e Loredana Bertè. Ma andiamo con ordine e partiamo da una premessa fondamentale: si tratta di collaborazioni ben soppesate, che forzano la mano per coniugare realtà distinte e distanti, con motivetti semplici e accattivanti, che vedono, nella maggior parte dei casi, l’intervento di altri autori per la composizione della melodia e dei testi dei ritornelli. Quindi si tratta di piccoli prodotti ben confezionati, costruiti magistralmente per catturare l’attenzione anche dei più distratti. Persino dei disinteressati.


Reinventarsi è una delle regole più importanti, nell’arte. Svendersi, invece, ne è la prima contraddizione


Veniamo ora alle collaborazioni: c’è Giusy Ferreri, reduce dal clamoroso successo di Roma-Bangkok, di cui è l’artefice, perché è evidente che senza il suo timbro, prepotente e riconoscibile, il brano non avrebbe ricevuto la stessa attenzione; c’è Sergio Sylvestre, vincitore dell’ultima edizione di Amici, che porta con sé un’importante fetta di pubblico giovane; c’è Alessandra Amoroso, reduce dal fortunato album Vivere a colori e dal successo radiofonico dell’omonimo singolo e di Comunque andare, entrambi scritti e composti da Elisa; c’è Nek, collega di J-Ax ad Amici, che recentemente ha ridato lustro a una carriera quasi sbiadita, grazie a brani sempre più radio friendly; c’è Arisa, compagna di cattedra di Fedez a X Factor, in cui, stavolta, si è fatta notare più per la sua folle imprevedibilità (o imprevedibile follia) e non certamente per il suo talento artistico; e c’è Loredana Bertè, anche lei reduce da Amici e in netta ripresa, dopo anni complicati, che l’hanno vista combattere (e raramente vincere) contro se stessa e la sua indole fragile.

Questa breve disamina mostra come queste collaborazioni non siano affatto un caso. I più attenti avranno notato che mancano alcuni dei nomi più quotati del nostro pop femminile, nomi che avrebbero certamente attirato altrettanta attenzione: ma Malika Ayane, Elisa, Francesca Michielin, Noemi e Nina Zilli erano già state reclutate nei precedenti album dei due rapper, quindi sono rimaste in panchina. Ma, come se non bastasse, Fedez e J-Ax possono contare sul pubblico dei talent, l’unico che sembra ancora acquistare qualche disco. I due, infatti, hanno partecipato a tutti i talent show attualmente in onda in Italia: Fedez è uno dei quattro giudici di X Factor; J-Ax, invece, dopo aver ricoperto il ruolo di coach nello sfortunato talent di Rai Due, The Voice, e dopo averne mosso delle critiche contraddittorie e poco felici (“The Voice? Un talent in cui cantanti che sperano di realizzare dischi di successo giudicano talenti che non venderanno mai dischi di successo”), ha abbandonato la barca prima che affondasse e s’è trasferito ad Amici. Insomma, non dimentichiamoci che J-Ax è il fiero artefice di Suor Cristina, degli a(x)forismi che sono diventati un libro e di guerre social con altri pseudo-rapper (o soltanto infelici fenomeni di transizione).

A volte mi chiedo cosa pensino di lui i suoi fans storici, quelli che l’hanno conosciuto con Strade di città. Mi rispondo, poi, dicendomi che, molto probabilmente e a buon diritto, non sono più suoi fans. Reinventarsi è una delle regole più importanti, nell’arte. L’unica che esista, perché “arte” è sinonimo di “ricerca” e “ricerca” significa “movimento”. Svendersi, invece, ne è la prima contraddizione, l’unico tradimento che non può sopportare. Anche se, ormai, credo ci abbia fatto l’abitudine. E la nostra discografia ne è un esempio lampante: si costruiscono prodotti, non progetti, e nessuno sembra farci più caso.

Comunisti col rolex è un prodotto, certamente astuto, ma non degno di rientrare a pieno titolo nella categoria, oggi più che mai bistrattata e confusa, dell’arte. È un disco furbo; ma, come spesso accade alla furbizia più cieca e autoreferenziale, quella spalleggiata dalla presunzione, pecca d’ingenuità. E, così, a ogni tematica affrontata, scappa un sorriso d’imbarazzo, parlo di quei sorrisi spontanei che vestono il volto di chi si domanda “ma ci è o ci fa?”. Ecco, è quello che mi sono chiesto ascoltando questo CD. J-Ax e Fedez denunciano il marcio della nostra società, ma ne sono complici (o schiavi?). Denunciano i social e l’uso spasmodico e sconsiderato che se ne fa, ma è ai social che devono il loro successo. Raccontano di amori da copertina, ma ne sono, in prima persona, testimoni e testimonial. Non si può certo dire, tuttavia, che non sia un disco coerente: sin dal titolo, che è un manifesto inequivocabile del suo contenuto, sfoderano tutte le contraddizioni che, brano dopo brano, prendono piede fino a far sembrare un pregio quello che, a detta di tutti, è un limite.

No, non è che Comunisti col rolex non mi sia piaciuto. Riconosco a Fedez un talento spiccato nell’utilizzo delle parole (mentre trovo che J-Ax si sia arrugginito). È che resto dell’idea che l’arte sia un’altra cosa. L’arte non si costruisce, l’arte si genera. È una necessità, non una necessità discografica. E questo disco è l’istantanea perfetta della condizione in cui versa la musica in Italia, in questo preciso momento storico. E, mi pare evidente e quasi superfluo ripeterlo, non è un buon momento.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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