“So che quando ti chiamerò solo tu sarai tu”: la fragilità degli affetti spiegata da Bauman

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Zygmunt Bauman

È così che m’immagino di vivere, certe volte. Come svuotata. Come se fossi in piedi per la prima volta e dentro di me non ci fosse ancora nulla, come il vaso di Pandora capovolto, ancora da riempire. M’immagino così, come se non avessi una storia addosso e non avessi mai conosciuto nessuno e mai amato, e mai pianto per la vita e mai essermi odiata, derisa o voluta bene. Sarebbe indicibilmente strano pensarmi come un involucro ancora imballato nella sua confezione di cellofan tutta da scoppiettare, senza istruzioni per venirne fuori, in una città che non ha l’odore dei caminetti e i colori delle tempere che usavi all’asilo, ma è bianca, intonsa, tutta nuova, senza un anelito che inciti alla vita, alla lotta interiore o a qualsiasi altra cosa in grado di farci sentire persone vive.

È così che ci sentiamo, probabilmente, come lattine svuotate e accartocciate, tutte ripiegate su se stesse proprio come i tubetti di dentifricio finiti, ma che continuiamo inutilmente a dimenticare in bagno, accanto a spazzolini con le setole consumate. Forse ci sentiamo così, come quelle setole aperte e spiegazzate, come in cima a una pila di cose passate accumulate, rapide, senza tempo, senza senso d’appartenenza. E sappiamo bene che “basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo”.

Ed è nell’abisso di questo mondo che vegetiamo, un mondo che tende sempre a rinnovarsi, che si distrugge continuamente e non per ricrearsi migliore, ma per educarci allo schiavismo del qui e ora, del tutto e subito, dell’infallibile usa e getta, lontano pronipote del soddisfatti o rimborsati; in una società così, che ci traveste da inconsapevoli spazzaturai sospesi tra il desiderio di emozioni e la paura del legame, amare resta davvero l’unico atto rivoluzionario di cui siamo capaci, anche se abitiamo in quella Leonia invisibile raccontata da Calvino.

Un uomo molto saggio aveva dipinto l’amore con parole nient’affatto miopi: il suo nome era Zygmunt Bauman e sosteneva che “l’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina, mia moglie) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.


Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica. Ma non troveremo l’amore in un negozio.


Sarebbe bello figurarselo davvero così, quest’amore che ci aspettiamo dalla vita, anche se magari nessuno ce l’ha mai promesso: come un uomo che ogni giorno fuoriesce di nuovo dal grembo di sua madre, che conserva contemporaneamente la memoria di quello che è stato il giorno prima e il desiderio di rinascere da se stesso per conservare quella meraviglia esistenziale di cui siamo portatori sani. Come un uomo che cambia e cresce e che può amare fino a perderci il fiato, con la stessa intensità con cui può smettere di farlo; come un uomo che non baratta più un po’ di felicità per un po’ di sicurezza, ma che si assume il rischio di amare davvero, di soffrire davvero, di vedersi spegnere davvero anche fino in fondo. “Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica. L’amore richiede tempo ed energia. Possiamo comprare tutto, ma non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana” ci dice ancora Bauman.

È questo che vogliono farci credere: che siamo la società che consuma le distanze colmandole con pixel sfocati e insoddisfatti, che non crea più legami ma connessioni, che non vive più per il sapore di vivere, ma per poterlo raccontare e far vedere agli altri. È questo che vogliono farci credere e forse è questo che stiamo davvero per diventare, una società liquida in cui qualsiasi cosa ci metti dentro assume la forma del suo contenitore, che non è più in grado di trattenere dentro di sé nulla, né gli affetti, né le attese felici, né i ricordi passati, ma macina tutto in un vortice che ci risucchia al suo interno, che risuona forte dentro ciascuno facendo tremare quell’eco profonda fatta di spazi solitari.

È vero che siamo forse la società del narcisismo spietato e solo, un narcisismo che bada solo a proprio io e non lascia spazio per l’altro, ed è forse vero che siamo solo inspiegabilmente soffocati dalla paura di essere incompleti e imperfetti, ma è altrettanto vero che è esattamente la crisi che noi temiamo la nostra vera salvezza. Einstein diceva che “chi supera la crisi supera se stesso” ed è nel superamento del proprio io che impariamo davvero a conoscerci, a scoprirci per quel che siamo, comprese le nostre lacune interiori. È nel salto nel vuoto, speranzosi di trovare braccia aperte sull’altra sponda della paura, che capiamo – come insegna il grande maestro Bauman – che non possiamo imparare ad amare, proprio come non possiamo imparare a morire, perché ogni amore, come la morte, è unico in sé e per sé ed è fatto di ogni respiro dato o mancato per poco. Ma è in questo la vera rivoluzione: nessuna vita, per dirsi viva, può fare a meno dell’amore proprio come non può fare a meno della morte.

Perciò, quando m’immagino di rinascere e di squarciare quel cellofan insipido e scolorito, immagino sempre un tavolo accanto a me su cui qualcuno ha dimenticato questa poesia:

Per vivere non voglio (Pedro Salinas)

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che grandissima allegria:
vivere nei pronomi!
Ora togliti i vestiti,
i connotati, i ritratti;
io non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio pura, libera,
irriducibile: tu.
So che quando ti chiamerò
in mezzo a tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è colui che ti chiama,
colui che ti vuole sua,
seppellirò i nomi,
le etichette, la storia.
Strapperò tutto ciò
che mi gettarono addosso
prima ancora che io nascessi.
Poi, tornando all’eterno
anonimo del nudo,
della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.

About author

Maria Rosaria Deniso

Maria Rosaria Deniso

Ventenne spettinata, lucana inside, attualmente adottata dalla dotta Bologna dove studio Lettere Moderne presso l'Alma Mater Studiorum. Adoro: scrivere da quando ho imparato a tenere la penna in mano, la fotografia, il caffè a qualsiasi ora e i film di Wes Anderson. Rido moltissimo e inciampo spesso.

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