Inumi Laconico e i Poeti der Trullo: far fiorire la periferia

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Il logo dei Poeti der Trullo

Il logo dei Poeti der Trullo

Ho scoperto i Poeti der Trullo per caso, ritrovandomeli sulla home di Facebook, condivisi chissà da chi. Quando ho iniziato a seguirli faticavo a credere che una poesia così profonda, scritta in dialetto e veicolata solo sul web, giungesse a toccare tante persone. Ho cercato di comprendere la ragione per cui, dalla loro fondazione nel 2010, fossero divenuti così popolari senza mai rivelare la loro identità.

Alla fine ho compreso che chi parte dal basso, dal quartiere, dalle persone, dalla semplicità e complessità della loro vita di tutti i giorni riscuote sempre consensi. Come si legge nel manifesto del MetroRomanticismo (così autodefiniscono la loro concezione poetica), “è dai micro-mondi che attraversano la periferia che si innalzano i sentimenti, gli stati d’animo e quei substrati semantici che ispirano alla riflessione”.  La poesia dei Poeti der Trullo parte dalla periferia romana per esplorare sentimenti e pensieri, passioni e istinti delle persone concrete, nobilitando i codici di comportamento e comunicazione più autentici.

Il loro movimento, che nell’epoca del bombardamento visivo ha fatto dell’anonimato un baluardo di libertà, conta oggi più di 163mila Mi piace su Facebook, 28mila follower su Instagram e ha pubblicato un libro che continua a vendere centinaia di copie. Il loro fondatore, Inumi Laconico, mi ha parlato del suo universo poetico e del futuro del movimento metroromantico.

Le tue poesie, soprattutto quelle dedicate agli affetti familiari, sono caratterizzate da una struggente malinconia per un passato ormai irraggiungibile, ma contengono anche spinte propositive per approdare a un futuro migliore. La tua concezione della poesia implica che l’atteggiamento del poeta nei confronti della vita possa essere esteso a tutti o che sia limitato alle persone dotate di una particolare sensibilità verso le problematiche socio-esistenziali?

La mia concezione di poesia non considera l’esclusione o il privilegio. La poesia è un modo di approcciarsi al mondo. Sono convinto che in ognuno di noi esista un piccolo poeta. Spesso lo uccidiamo, lo azzittiamo, non tutti riusciamo a trovarlo, capirlo, alimentarlo. Nel migliore dei casi lo nutriamo, lo facciamo volare. La poesia non è solo versi e metrica. Esistono gesti, parole, sguardi che sono pura poesia. Spesso provengono da persone che non sanno cosa sia la poesia. È questo il punto: la poesia non si definisce, non si impara. Esiste in natura, semplicemente.


Roma è dolce e terribile. Il rapporto con lei non è mai sereno, equilibrato


Numerosi tuoi componimenti (come Er Tevere, Montecucco, ‘Na vorta) sono dedicate alla Città Eterna. Dai  versi traspare un amore viscerale e una particolare nostalgia per quella che definisci la “Roma sparita”. Cosa rappresenta per te la Capitale e in che modo il rapporto con essa influisce sul tuo poetare?

Roma è dolce e terribile. Il rapporto con lei non è mai sereno, equilibrato. Nella composizione dei miei versi romani ha influito molto questo agglomerato di contraddizioni che Roma mi ha sempre suscitato. Lei ti fa sentire amato e ripudiato, prima ti abbraccia poi ti getta in mezzo alla strada. E lo fa continuamente, se vivi dentro lei.

“Quanno ho sentito forte il bisogno/de di’ chiaro e tondo come la penso […]/è stato in un verso che ho visto la luce/è stato normale che fosse romano!” si legge in una tua poesia. L’uso del dialetto romano ti riallaccia alla tradizione popolare, tuttavia risulta evidente che i tuoi versi, essendo riusciti a travalicare i confini regionali, parlano un idioma universale. Quali sono le motivazioni che ti hanno indotto a compiere tale scelta linguistica?

Non ci sono state vere e proprie motivazioni. È stato tutto molto naturale. La prima volta che ho scritto in versi non ho pensato a quale lingua dovessi usare. È uscito spontaneo il romano. La lingua dei miei nonni, dei miei genitori, della mia cerchia di amici. È la lingua del sentimento, dell’amore. Mi viene ancora naturale usarla ogni volta che un’emozione preme per uscire attraverso l’inchiostro.

Chi, come me, ha avuto modo di camminare per le strade del Trullo è stato travolto dall’energia che emanano i murales variopinti accostati ai vostri versi. Quale legame si instaura, a tuo avviso, tra immagine e parola?

Nel caso del Festival del Trullo la parola è arrivata prima, ha preceduto l’immagine. Abbiamo chiesto agli street artist, appunto, di prendere spunto da alcune poesie che avevano preparato per l’occasione alcuni poeti di strada (non tutte le poesie sui muri del quartiere sono firmate Poeti der Trullo). L’unione di arte e poesia può produrre risultati incredibili. L’immagine e la parola comunicano, si fondono in una sola opera. Per quanto riguarda il processo creativo, alcune immagini (penso soprattutto alle fotografie) sanno generare in me nuove connessioni di significati. Fanno sgorgare versi nell’immediato, aprono una porta da cui esce spontaneamente la poesia.

Inumi Laconico, i Poeti der Trullo

“Vorrei avecce ‘no strumento/pe’ cambia’ la sorte mia/ma c’ho solo un sentimento,/carta, penna… e ‘na poesia”. Il movimento metroromantico rientra indubbiamente nei tentativi di miglioramento delle periferie, che recentemente sono stati sempre più frequenti. Ritieni che la poesia, e più genericamente la cultura, possano unicamente servire a palesare l’abbandono che imperversa nelle periferie o addirittura esortare i cittadini a dedicarsi dinamicamente alla riqualificazione di tali aree?

La poesia, l’arte, la cultura hanno il dovere di esortare i cittadini, e più in generale gli esseri umani, a migliorarsi e migliorare i luoghi in cui vivono. Soprattutto se parliamo di poesia e di arte di strada. Questo spesso accade indirettamente. Dopo due anni dalla nascita del progetto Poeti der Trullo un gruppo di residenti del quartiere ha iniziato a dedicarsi alla sua riqualificazione. Hanno coperto di colori pastello le scritte infamanti sui muri, pulito i marciapiedi. È un esempio edificante. Noi non li abbiamo mai esortati esplicitamente. Abbiamo avviato un’opera di costruzione, sebbene invisibile. Un’artista, un poeta, anche quando mostra il lato peggiore dell’essere umano, la distruzione, la desolazione, non si sta arrendendo. Sta comunicando un pericolo, un ammonimento. E nel migliore dei casi chi legge corre ai ripari.

Uno dei canali principali di veicolazione della tua produzione poetica è il web, in particolar modo i seguitissimi canali social. Cosa pensi dell’impopolarità della letteratura “tradizionale” nell’epoca contemporanea?

La produzione dei Poeti der Trullo è molto seguita perché nasce dentro i nuovi mezzi di comunicazione. Abbiamo piegato il social network a un uso poetico, letterario, e i nostri lettori sono stati facilmente raggiungibili. La letteratura tradizionale ha avuto altri mezzi e difficilmente può tornare a essere popolare (immaginiamo I Promessi Sposi o I dolori del giovane Werther diffusi su Twitter!) o essere apprezzata pienamente attraverso noiose lezioni scolastiche. Penso, tuttavia, che la grande letteratura sia immortale. Parla all’essere umano in ogni epoca.

Il vostro gruppo, nato nel 2010, è simile a un coro, formato da sette voci distinte e riconoscibili, ma che si rifanno a una matrice comune. Su cosa si basa la collaborazione artistica passata e presente dei Poeti der Trullo e quali sono i vostri obiettivi futuri?

Il progetto dei Poeti der Trullo nasce dall’unione di due personalità profondamente diverse, quella di Inumi e quella d’Er Bestia, e prosegue grazie all’intreccio di profonde amicizie (quella tra me ed Er Quercia, ad esempio). Ha sempre fatto leva sul potere della parola scritta unita a un sentimento vibrante e a una particolare urgenza espressiva. Questi sono gli aspetti che ci hanno unito. Abbiamo avuto sempre ben chiaro anche il bisogno di portare avanti, rispetto alle nostre persone, il testo, la poesia, svincolati da un volto, da una fisicità. Adesso, dopo sei anni, la crescita individuale di ognuno di noi ci ha portato a voler sperimentare nuove forme di poesia. Da parte mia c’è la voglia di scrivere in italiano, di perlustrare zone più nascoste del mio animo e di dedicarmi alla scrittura in prosa.


Abbiamo deciso di non contare più fino a sette e di travalicare i concetti di inclusione ed esclusione. Intendiamo allargare le braccia e far entrare tutti coloro che coltivano e nutrono il proprio poeta interiore


In passato i Poeti der Trullo hanno concesso ai loro lettori l’opportunità  di contribuire attivamente al progetto, offrendo la pubblicazione dei loro componimenti sui profili social del gruppo, con lo pseudonimo di “Ottavo Poeta”. Recentemente avete deciso di assumere un ruolo più redazionale e, oltre a pubblicare i vostri lavori, selezionerete e consiglierete tutti gli aspiranti poeti, dandogli visibilità secondo il motto “#pushthepoetry” e permettendo la pubblicazione anche con nome e cognome. Qual è la nuova direzione che intendete imprimere al vostro movimento poetico?

È stata un’evoluzione naturale. Il movimento poetico ha lasciato le nostre sponde e ha raggiunto i lettori, gli appassionati. Da anni molti ragazzi che ci seguono hanno iniziato a mandarci testi. La maggior parte di questi Ottavi Poeti era giovanissima e molti di loro scrivevano per la prima volta. Abbiamo deciso di non contare più fino a sette e di travalicare i concetti di inclusione ed esclusione. Intendiamo allargare le braccia e far entrare tutti coloro che coltivano e nutrono il proprio poeta interiore. Siamo tutti Poeti der Trullo, bastano un sentimento, carta, penna e ‘na poesia.

“In epoche come questa si è fatti di vetro. C’è del colore dentro ma è irraggiungibile. Freddo. Mentre ci si scontra, mentre si fa tanto rumore, mentre si rotola in spazi geometrici, quel colore, dentro, si scalda coltivando in sé il desiderio di esplodere. E sciogliersi”. Attualmente ogni poeta del vostro gruppo ha deciso di rafforzare le proprie poetiche personali; su cosa intendi concentrare il tuo percorso individuale?

Intendo concentrarmi sulla fonte della mia poesia. Quel colore dentro che vuole esplodere. Una densa e multiforme sostanza invisibile che si annida dentro. In alcune epoche, in alcune vite, fa fatica a sciogliersi, a esprimersi. Voglio cercare di dialogare sempre con la poesia che è in me. Essere poeta non è una condizione costante. È un obiettivo, una tendenza, che può trovare molti ostacoli nella quotidianità. Spesso i giorni che passano divorano ogni cosa.

 “Il Trullo è un luogo della mente e tutta la periferia esistente può essere seme e frutto di poesia”. Come si è evoluto nel tempo il quartiere e come si augura possa divenire in futuro?

Il quartiere negli anni ’90 è stato devastato dalla criminalità e dall’abbandono da parte delle istituzioni. Negli ultimi dieci anni è cambiato moltissimo. I protagonisti sono stati i residenti. Si sono dati da fare, sono scesi in strada, ci hanno dato una mano quando abbiamo realizzato il Festival. Hanno dimostrato di amare la loro casa. Se ne sono presi cura e al tempo stesso l’hanno aperta ai viaggiatori, viandanti e stranieri. Ci auguriamo che in futuro le fiamme accese attualmente non si spengano ma, anzi, contagino le nuove generazioni.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Vent'anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora studia Lettere, ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

3 comments

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    Anonimo Romano 25 maggio, 2018 at 20:03 Rispondi

    Vorrei fare alcune considerazioni sull’oggetto dell’articolo in questione, e segnatamente, sull’aspetto linguistico, che è quello che mi preme maggiormente. Lei scrive che faticava a credere che

    “una poesia così profonda, scritta in dialetto e veicolata solo sul web, giungesse a toccare tante persone”;

    ma dal momento che quella poesia non è affatto scritta “in dialetto”, come solo molto superficialmente si può affermare, non c’è nulla di strano nel fatto che vi sia riuscita. Le marche dialettali sono così diradate e sbiadite che non costituiscono ostacolo alcuno, neppure per un nativo di Aosta… esattamente, guarda un po’ che caso strano, come fanno le poesie scritte in (buon) Italiano… se si dovesse voler definire la lingua in cui sono scritte le poesie “trullane”, di sicuro non lo si può fare ricorrendo alla tradizione dialettale romana, come viene affermato in questa sede, e come molto incoerentemente con quanto in precedenza da egli stesso sostenuto – su cui tra poco si dirà – afferma anche l’intervistato. Certamente non si tratta di Romanesco, e questo per pregressa ammissione degli stessi interessati cui troppo generosamente e con troppa fretta tipicamente contemporanea è stata appiccicata l’etichetta di “neodialettali”. Come si fa a pretendere che quella lingua informe e sbocconcellata, ma italiana per il 99% da ogni punto di vista (fonetico, lessicale, morfosintattico) sia “la lingua dei miei nonni, dei miei genitori”, come
    dichiara il protagonista di questa intervista – per di piú, appunto, contraddicendo anche sé stesso, visto che d’altro canto è riuscito ad affermare che l’immondo impasto neogergale di marca giovanilistica di cui vanno tanto fieri è in effetti “nient’altro che un italiano un po’ logorato”, e inoltre che, giustamente, “il Belli usava il romanesco, cosa che non vedo in noi” (entrambe le citazioni tratte da “La neodialettalità metroromantica dei Poeti der Trullo” di Viola Lopez, dell’Università per Stranieri di Perugia, apparso su “Gentes”, anno II numero 2 – dicembre 2015, scaricabile all’indirizzo: https://www.unistrapg.it/sites/default/files/docs/university-press/gentes/gentes-2015-2-142.pdf), quando il nonno di un trentenne, se ancora in vita, dovrebbe essere sulla novantina, e 90 anni fa di certo non si parlava così? Magari una schiarita alle idee, prima di aprir bocca, gioverebbe principalmente a loro e alla definizione di ciò che vogliono rappresentare.

    Ma allora di quale continuità sta egli parlando?

    Chi scrive ha provato a farselo dire dai diretti interessati, contattandoli attraverso un commento sul loro sito, e precisamente a una poesia di tal “Marta der Terzo Lotto”, intitolata “Scegli un libro che te (sic!) ispira”, ma inutilmente. Il commento è stato postato due volte, e per due volte è stato censurato. Sarebbe in effetti stata l’unica nota stonata in mezzo a un tripudio di apprezzamenti entusiastici (nonché, a parere di chi scrive, “lievemente” sovrastimanti l’opera in questione…), e capisco che avrebbe disturbato, ma credendo ancora, in modo senz’altro molto ingenuo, in qualcosa che un tempo era chiamata “onestà intellettuale”, mi illudevo che una critica, anche aspra e serrata, ma del tutto rispettosa delle regole della buona creanza, avrebbe potuto essere pubblicata senza venir interpretata come un “delitto di lesa maestà”, che, sebbene in accezione squisitamente “borgatara”, sempre di maestà evidentemente si tratta…

    Lo “scandaloso” commento era testualmente quanto segue:

    “Sinceramente non riesco davvero a capire il perché della scelta stilistica di quella che non definirei affatto “neodialettalità”, come molto generosamente viene fatto nei vostri confronti, ma molto piú semplicemente “non dialettalità”. Perché non scrivere in Italiano puro e semplice..? La differenza è ormai ridotta ai minimi termini. Siete, tutti quanti su questo sito, l’avveramento della cupa “profezia” del linguista Bruno Migliorini, che pronosticò il totale “disfacimento” del Romanesco
    nell’Italiano nell’arco di poco tempo, e, linguisticamente parlando, i circa 90 anni trascorsi da tale affermazione sono “poco tempo”. In meno di un secolo il serbatoio lessicale, morfologico, sintattico di quello che era il dialetto Romanesco, sia pur con tutta la toscanizzazione propria alla sua “seconda fase”, si è – almeno nell’espressione di chi si ritiene un poeta “territorialmente connotato” in senso romano – completamente prosciugato, e l’unica cosa che in questa sede vi riesce al di là di ogni dubbio, è di darne indiscutibile, per quanto involontaria, testimonianza. Eccolo qui, il “disfacimento”: nel titolo, l’unica “marca” dialettale
    è il pronome atono “te” in luogo di “ti”! E in tutti i 32 versi in cui si articola il componimento gli unici “sintomi” – mi viene di dire così, come se il dialetto fosse una brutta malattia cui far di tutto per scampare… – sono un paio di “r” al posto della “l”; l’aferesi “‘no” invece di “uno”; un paio di “er”; cinque occorrenze di “de”, anziché “di”; tre apocopi verbali, per di più indicate con l’apostrofo anziché con l’accento, come se non fossero che abbreviazioni dei corrispondenti verbi italiani (il che, dato il “tenore” linguistico del testo in questione è in fondo scelta ineccepibile…). E questa è tutta la “neodialettalità” di
    questa poesia, nonché di tutte le altre su questo sito. Di parole dialettali neanche a parlarne, e persino le pur orribili storpiature di quelle italiane sono scarsissime. Chi vi chiama “neodialettali” vi prende in giro, o prende in giro sé stesso, o entrambe le cose. Voi siete “a-dialettali”, perché un dialetto non lo avete. Per voi esiste solo l’Italiano, in questa forma “bazzoffia”, e questa sarebbe l’unica parola romana a comparire in questa pagina sempre che questo commento non
    venga (di nuovo) censurato… [cosa puntualmente avvenuta, n.d.r.]

    Il dialetto dovrebbe essere scelto quale mezzo espressivo a fini artistici per poter permettere tanto a chi lo usa in prima persona quanto a chi fruisce dell’opera artistica di recuperare le proprie radici, di ritrovarsi in una lingua intima, familiare, “infantile”, impregnata dei ricordi della memoria ancestrale di un popolo, di risvegliare ricordi sopiti nell’abisso del tempo, riscoprire suggestioni ed emozioni dal sapore antico di solito sepolte sotto la spessa coltre artificiale della
    cosiddetta “civiltà” moderna… tutte cose di cui in questi componimenti scritti in questa lingua sciatta e trascurata, che riesce a esserlo tanto dal punto di vista italiano che da quello dialettale – il che, se non altro, costituisce “un primato”… – non v’è neanche l’ombra.

    Saluti”

    Questo è il commento incorso nella “poetica” censura trullana… sicuramente sarcastico e corrosivo ma senza dubbio anche civile e niente affatto gratuito poiché argomentato e circostanziato. (E volendo sono in grado di dimostrare anche d’averlo davvero inviato visto che dispongo dello screenshot della pagina inerente il secondo tentativo di invio seguente alla prima censura, in cui si avvertiva che il commento era “in attesa di moderazione”… una moderazione niente affatto
    “moderata”, ça va sans dire…) Da notare che gli esponenti di tale movimento ebbero anche a dichiarare collettivamente in una lettera via mail al Corriere della Sera in data 20/11/2013 (il maiuscolo è di chi scrive):

    “TUTTI possono leggere, apprezzare, CRITICARE” (sic!)

    Quando si dice la coerenza! In quei “tutti” evidentemente non è compreso chi non la pensa come loro e “osa” manifestare il proprio dissenso premurandosi pure di spiegargliene il perché…

    La riqualificazione di periferie degradate è una gran bella cosa e magari ce ne fossero di altre iniziative analoghe, ma è questo sufficiente per sentirsi in diritto di censurare una critica mossa da una passione senz’altro diversa dalla loro, ma di essa non meno ardente e sincera per certi aspetti della tradizione di Roma?
    Perché se si dicono così legati alla tradizione romana non colgono allora l’occasione di tentare un recupero del vero dialetto anziché murarlo vivo sotto il “cemento” appiattente e omologante dell’italiano, mortificandolo fino a farlo essere, di fatto, nient’altro, appunto, che una lingua italiana “stravaccata sul divano”, come sempre il medesimo esponente
    nonché cofondatore del movimento dichiara nella stessa intervista già piú sopra citata?

    Per quanto detto, anche l’affermazione presente in questo articolo-intervista e rivolta al personaggio in questione:

    “L’ uso del dialetto romano ti riallaccia alla tradizione popolare, tuttavia risulta evidente che i tuoi versi, essendo riusciti a travalicare i confini regionali, parlano un idioma universale”,

    non può essere condivisa da chi scrive, poiché, appunto non è il “dialetto” a costituire il trait-d’union ma semmai la modalità con cui avviene l’uso di una “popolanità” scevra però da effettive implicazioni linguistico-dialettali. (Del resto egli stesso, nella già citata intervista, afferma di sentirsi piú vicino a Pasquino di quanto possa esserlo a Belli).

    Infine, due chiose ad altrettante affermazioni dell’intervistato:

    “Da parte mia c’è la voglia di scrivere in italiano” (sic!)

    Non è che finora abbia fatto qualcosa di molto diverso..! 😀 Comunque questa è davvero una buona notizia e mi auguro che il suo esempio venga di nuovo seguito anche dai suoi sodali, almeno scomparirebbe del tutto qualsiasi implicazione illusoriamente “neodialettale”…

    e ancora:

    “Abbiamo deciso di non contare più fino a sette e di travalicare i concetti di inclusione ed esclusione. Intendiamo allargare le braccia e far entrare tutti coloro che coltivano e nutrono il proprio poeta interiore”

    Peccato che chi scrive – che tiene all’anonimato almeno quanto loro – non abbia avuto la stessa impressione, visto che una critica, sia pur aspra, come appena dimostrato, ma che non conteneva alcuna offesa personale né tantomeno qualsivoglia turpiloquio, e voleva comunque essere costruttiva portando alla loro attenzione un problema inerente al mezzo espressivo che essi stessi hanno scelto inquadrandolo in quella tradizione “romana” cui dicono tanto di tenere e di esser legati, anziché
    stimolare un sano confronto delle rispettive posizioni che poteva giovare a entrambe le parti sia stata semplicemente e ripetutamente censurata; direi che finora hanno “travalicato” molto bene il concetto di inclusione, ma non certo il suo opposto. Magari miglioreranno…

    Lieto se questo lungo commento può aver destato il suo interesse senz’averla troppo tediata, la ringrazio per l’ospitalità e la saluto cordialmente.

  2. Avatar
    Anonimo Romano 10 giugno, 2018 at 18:35 Rispondi

    Devo fare una rettifica riguardo il commento precedente dai toni molto polemici: sono stato contattato in privato dai “Poeti der Trullo” con cui è iniziato un cortese e stimolante scambio di opinioni e riflessioni sulla questione da me sollevata sul loro sito. Devo altresí smentire che vi sia stata qualsiavoglia censura nei riguardi di chi scrive, poiché il mio commento compare ora sulla pagina in questione. La deduzione che non fosse stato gradito non è stata comunque gratuita dal momento che dal 19 maggio, data del primo tentativo, è stato pubblicato solamente pochi giorni fa, per un probabile disguido tecnico che neanche loro sanno spiegarsi. Era però doveroso da parte mia chiarire come questo inspiegabile ritardo non fosse dovuto a una volontà ostile nei riguardi del commentatore, e anzi voglio qui ringraziarli pubblicamente per la correttezza e l’onestà dimostrate.

    Ringrazio di nuovo per l’ospitalità sperando di non aver causato troppo disturbo.

    • Giada Nardi
      Giada Nardi 12 giugno, 2018 at 23:24 Rispondi

      Ringrazio lei per gli stimolanti quesiti sollevati, che denotano una conoscenza approfondita delle dinamiche della lingua italiana e dei suoi dialetti. Fortunatamente, studiando Lettere all’università, ho compreso il suo appunto e, nonostante io non sia d’accordo su alcuni punti proposti, sono contenta che abbia avuto la possibilità di discuterne con i diretti interessati. Per chiudere, lascio un’interessante affermazione di Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, che trova d’accordo me e, a giudicare dalla lingua impiegata nelle loro poesie, anche dai Poeti der Trullo: “I dialetti hanno subito un processo di avvicinamento alla lingua comune: anch’essi, come ogni idioma di qualunque comunità umana, mutano nel tempo. I dialetti di oggi, dunque, sono più italianizzati”. Ai posteri l’ardua sentenza!

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