Quando la religione è moda: il Dalai Lama ovvero la mitizzazione di un signore feudale

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In foto, il XIX Dalai Lama, Tenzin Gyatso

In foto, il XIX Dalai Lama, Tenzin Gyatso

La vita di uno studente a gennaio passa dai ritmi mattutini forsennati (lo spauracchio della sessione invernale!) a periodi serali di puro tedio; ma quando a tutto ciò ci si aggiunge la neve e il clima artico, la situazione precipita nella disperazione più nera. Ed è per questo che durante una serata di questo genere ho affogato la mia noia nel rewatch di Sette anni in Tibet, capolavoro hollywoodiano in cui uno straordinario Brad Pitt interpreta la figura controversa di Heinrich Harrer, un austriaco scalatore di monti dai capelli biondissimi e dal carattere arrogante, capace di diventare il precettore del Dalai Lama.

A metà del film, la mia smania di raccogliere informazioni su Wikipedia ha preso il sopravvento e ho iniziato una spasmodica ricerca su Harrer, scoprendo che l’amico del monaco tibetano aveva nascosto per anni il suo passato da Comandante Maggiore del SS. Subito dopo mi è sorta una domanda: come poteva un nazista (convinto o meno che fosse) essere accettato con tutti i crismi alla corte di un simbolo di nonviolenza?

Dopo un paio di minuti, il barlume del dubbio mi ha sopraffatto e ho iniziato a spulciare il web alla ricerca del “lato oscuro del Dalai Lama”, trovando informazioni scarne e datate.

Come tutti ben sappiamo, infatti, il XIX Dalai Lama (all’anagrafe Tenzin Gyatso) è visto nel mondo Occidentale come il baluardo dei principi di pace e tolleranza: orde di curiosi lo circondano, desiderosi di apprendere dal cosiddetto “dio tangibile”; star del calibro di Richard Gere e Lady Gaga fanno a gara per poter avere un colloquio privato con lui; addirittura i Capi di Stato, da Obama a Sarkozy, hanno negli anni accolto con i dovuti onori Sua Santità. Insomma il culto religioso professato dall’Oceano di Saggezza si sta diffondendo come un fiume in piena in tutti quei territori che un tempo furono la culla delle idee illuministiche e anti-mistiche.

Passando l’intera notte su Google, i miei occhi stanchi hanno finalmente trovato alcuni articoli (in particolare uno del settimanale tedesco Stern) che dipingevano il sorridente monaco come “un signore feudale dai caratteri intolleranti e dittatoriali”[1].

Il XIX Dalai Lama in preghiera

Il XIX Dalai Lama in preghiera

Ma, prima di approfondire questo aspetto, percorriamo con ordine le tappe che hanno reso Tenzin Gyatso una vera e propria popstar (se mi lasciate passare la connotazione desueta del termine): nato nel 1935 in una povera famiglia di contadini, Tenzin venne individuato due anni dopo come la reincarnazione del XIII Dalai Lama (morto nel 1931) a causa di una visione dell’Oracolo di Stato, che aveva visto nelle acque del Lhamo Latso una piccola casa dalle tegole turchesi, le stesse che ornavano l’umile dimora dei Tsering; condotto nella capitale Lhasa, venne educato per anni alla dura vita di Kundun (La Presenza), il tutto mentre una Cina da poco comunista si dimostrava nuovamente interessata al Tibet.

Dopo la brutale invasione cinese, il neo Dalai Lama decise di fuggire dalla sua terra ormai assediata (1959), per spostarsi in India dove creò un “governo errante” con sede a McLeod Ganj (detta “Little Lhasa”) che tuttora ospita migliaia di rifugiati politici tibetani.

Da quel momento, Sua Santità iniziò una vera e propria campagna mediatica, basata soprattutto sulla richiesta di aiuto alle più alte potenze politiche mondiali (USA e Europa in primis), per riottenere il controllo dei propri territori, iniziando delle lezioni pubbliche che attirano ad oggi migliaia di fan.

In realtà i rapporti tra il Tibet e alcuni Stati liberali erano iniziati molto tempo prima: basti pensare che la CIA aveva addestrato un corpo scelto tibetano alla guerriglia contro il nemico comunista, incoraggiandoli al suicidio (con una capsula di cianuro) qualora fossero stati catturati. E fa davvero strano pensare che l’idolo delle folle occidentali fosse la mente dietro questo accordo per nulla pacifico, ma, per spezzare ancor di più i vostri teneri cuoricini, la collaborazione con l’USA è soltanto una delle varie azioni deprecabili del Sacro Signore.

Negli anni molti rappresentanti della comunità tibetana hanno espresso un forte disappunto verso la politica del Dalai Lama, esprimendo il loro desiderio di maggior libertà religiosa e soprattutto di democrazia. Infatti, nonostante il Capo del Governo definisca il suo operato come democratico, poco è cambiato dall’ancestrale assetto teocratico che caratterizza il Tibet da secoli.

La novità? La formazione, nel 1960, di un Parlamento di 46 membri (che si riunisce due volte all’anno) che può, in teoria, legiferare contro il Dalai Lama, cosa mai avvenuta fino ad ora.

La censura regna sovrana nel Governo della tolleranza: i partiti sono pressoché inutili, i servizi di comunicazione strettamente controllati (esempio emblematico fu la chiusura nel 1996 dello scomodo quotidiano Mang-Tso, dove tutti i redattori furono minacciati di morte) e la casta di monaci e oracoli sostituiscono gli organi governativi.

E proprio uno degli Oracoli di Stato, Thubten Ngodup, a prendere tutte le decisioni per il Dalai Lama, che rimase fin da subito affascinato dall’uomo rendendolo indispensabile negli anni: infatti, ogni qual volta che Sua Santità deve prendere una decisione politica, l’Oracolo indossa i suoi abiti sfarzosi e ballando al ritmo di corni e cembali cade in trance rivelando responsi (un po’ come Dale Cooper in Twin Peaks o Goro Mori nel Detective Conan).

L'oracolo Thubten Ngodup durante una cerimonia

L’oracolo Thubten Ngodup durante una cerimonia

Ma l’editto più crudele per il popolo tibetano fu emanato nel 1975: il Dalai Lama ordinò l’abolizione del culto del dio Dorje Shugden, risalente al XVII secolo, considerato troppo pericoloso o, a detta dello stesso, sbagliato. La notizia scosse e divise il popolo tibetano: alcuni decisero di seguire l’ordinanza, rimpiangendo di non essere morti prima della sua entrata in vigore; altri invece continuarono a venerare il dio, venendo discriminati dal Governo (i negozi, ad esempio, appendevano alla porta i cartelli “Ingresso vietato ai credenti di Shugden”) e tacciati di essere al soldo della Cina.

In realtà molti pensano che la vera ragione che spinse il Kundun all’abolizione del culto del dio fu il conflitto d’interessi che ne derivava: Dorje Shugden era un oracolo proprio come quello statale, troppo prezioso per essere accantonato.

Tra le testimonianze contro il Dalai Lama, troviamo un ex-caporedattore del Mang-Tso che descrive il Governo di “Little Lhasa” come più retrogrado rispetto a quelli passati. «Il Dalai Lama non è un uomo cattivo» afferma «ma comincia ad essere un ostacolo al nostro sviluppo». E aggiunge: «Noi non abbiamo affatto una democrazia. Molto è perfino peggio oggi che nel 1959. Nei tempi passati c’erano tre centri del potere politico: il Dalai Lama, i monasteri e i nobili. Oggi è rimasto solo il Dalai Lama come unica persona di potere»[2].

Città di McLeod Ganj, detta "Little Lhasa"

Città di McLeod Ganj, detta “Little Lhasa”

Insomma quel che ne esce fuori non è un quadro molto lusinghiero della figura politica del Dalai Lama che, come un signore feudale, conserva tutti i caratteri di una dittatura poco illuminata e troppo ancestrale per essere considerata filo-occidentale. E per questo la domanda sorge spontanea: come ha potuto un cesaropapista diventare un idolo delle folle e dei potenti?

La risposta va certamente ricercata nella dilagante sfiducia che le religioni tradizionali, in particolare quella cristiana, stanno subendo nel nuovo millennio: sempre più fedeli, vedendo le brutture della casta ecclesiastica, tentano di trovare nuove strade verso una spiritualità più pura e meno materialista, trovando al varco i dolci insegnamenti del buddista dal candido sorriso.

È certamente vero, inoltre, che un fattore che ha portato al boom di popolarità del monaco è da attribuirsi al mito mondano costruitogli da Hollywood grazie a una serie di potenti amicizie intavolate negli anni. Ma il motivo principale che ha reso il monaco un’ancora di salvezza spirituale per il mondo moderno è sicuramente l’essersi aperto a ogni interpretazione, diventando cioè tutto ciò che l’altro desidera: “Io sono per voi, quello che volete che io sia” è uno dei motti che il Premio Nobel per la Pace (1989) incarna perfettamente.

Tirando le somme, Sua Santità non è di certo l’allegoria dell’amore in terra, ma non è neanche “un lupo in abito da monaco”, come professa la Repubblica Popolare Cinese: il Dalai Lama è un uomo che vive una vita scelta da altri e, come tutti gli uomini, pieno di difetti e incongruenze, è costretto a sopportare un enorme fardello sulle sue spalle, rispettando comunque le fondamenta della sua religione e delle sue tradizioni. E non importa se verrà criticato da Paul McCartney perché professa la nonviolenza pur mangiando carne (“me l’hanno prescritta i miei medici per ragioni di salute” ribatte sorridente) o verrà accostato a governi fascisti a causa di spiacevoli dichiarazioni o amicizie, Tenzin Gyatso rimarrà sempre un monaco buddista che cerca di tornare a casa, nel suo lontano Paese delle Nevi.

Beh, niente male come riflessione post-film vero?


Fonti:
1. Da Stern n.32, Die zwei Gesichter des Dalai Lama - Der sanfte Tibeter und sein undemokratisches Regime
2. Dalla traduzione pubblicata da Il Tibet è già libero dell'articolo di Tilman Müller e Janis Vougioukas per Stern (n. 32)

About author

Alessandro Buzzella

Alessandro Buzzella

Ventunenne con la passione per la carta stampata, il cinema, la fotografia, la musica, i maglioni XL e l'autoflagellazione psicologica. Studente di Medicina di giorno, massimo cultore di serie tv di notte. Ibrido tra un Nick Miller nostrano e Don Chisciotte della Mancia. Intollerante al lattosio, al glutine e alle gente che guarda Barbara D'Urso. Ricerca le sue vite precedenti nei personaggi dei classici della letteratura, ma finora ha trovato solo il conto salato dell'oculista.

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