L'amour ou la mort: due passi tra Room e Léon

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Immagini tratte da Léon (a sinistra) e Room (a destra)

Immagini tratte da Léon (a sinistra) e Room (a destra)

Avete mai immaginato di essere al mondo da poco più di cinque anni e di non sapere che volto abbia la realtà e il vento cosa sia o la pioggia che odore abbia o, ancora, che una penna si chiami penna e che ogni cosa abbia il suo nome e sia quello che è? Avete mai immaginato di rinchiudere il mondo intero, tutto il vostro mondo possibile, interiore ed esteriore, in una sola stanza fatta di una porta, uno specchio, un armadio-letto e una finestrella dalla quale ogni tanto entra un uomo misterioso e sconosciuto? È esattamente questo il mondo di Jack, cinque anni, e sua madre Ma, rinchiusi in una stanza  in seguito a uno stupro perpetuato ai danni della donna, costretta a vivere all’oscuro del mondo, in uno scantinato cupo e freddo. Un sottoscala fatto di quattro pareti che riprende vita e splende di quella luce sottile che si infiltra ingenuamente nella quotidianità più sottile, come il solletico tra madre e figlio, la testa che poggia su un cuscino morbido, la voglia di dare un senso a quel che si ha tutt’intorno.

Room è tutto questo e molto altro: un film, diretto da Lenny Abrahamson, che dilata angusti spazi geografici con estrema sensibilità, smussando la malinconia di una vita privata d’ogni cosa con il coraggio e la tenacia di chi, quella vita, vuole riprendersela con le proprie mani. Una vita riscattata e riconquistata, tutta vissuta sulla propria pelle, fino al punto da fingersi morti in un tappeto arrotolato, a soli sette anni, per poter rinascere. Un’esistenza così fragile che resiste al contraccolpo di una realtà a volte troppo invadente, fatta di riflettori invasivi, di odori troppo intensi, difficili da gestire, soprattutto quando ti piombano improvvisamente addosso. Eppure, nella sua densità a volte estenuante, riesce a imporsi anche sull’esistenza più calpestata, taciuta, nascosta. Una vita che si aggrappa alla Vita.

È quella stessa voglia di riemergere da sé stessi e dal proprio passato che investe anche un’altra storia, altrettanto densa quanto struggente, quella di Léon, uno straordinario film di Luc Besson, un capolavoro del cinema che in 136 minuti dipinge perfettamente l’idea di poter e voler resuscitare da se stessi, di come l’amore ci uccida e ci salvi a mani nude e screpolate. Un abilissimo Jean Reno (Léon nel film, per l’appunto) incontra un’indescrivibile quanto piccola Natalie Portman (nel film Mathilda), dando vita a uno spettacolo accattivante, capace di lasciare continuamente il fiato sospeso.

LéonRoom, piccoli protagonisti in grado di dipingere grandi storie

Lèon, apparente antieroe, è un killer su commissione, un tronco rigido che non si lascia scalfire da nulla, affezionato solo alle sue armi e alla sua piantina, unico essere vivente degno delle sue attenzioni. Una vita, la sua, limitata alle quattro mura della propria casa, bianche come il suo solito bicchiere di latte che lo aspetta in frigo ogni volta che torna dal “fare le pulizie” – è così che definisce il suo lavoro da killer. Ma la sua vita così silenziosa e intoccabile viene improvvisamente sconvolta da Mathilda, dodicenne sua vicina di casa, che Léon salva quasi inconsciamente in seguito a una strage in cui la piccola ha perso tutta la sua famiglia, a causa di alcuni affari malavitosi in cui il padre era coinvolto. Un’esistenza strappata dal suo terreno, seppur ormai arido, che rinasce e trova nuova linfa in Léon, nella sua natura da burbero apparente, che si lascia sciogliere man mano dagli occhi vispi e seducenti della piccola Mathilda, che nel giro di poco tempo diventa sua complice nel “fare le pulizie”.

Una Lolita del cinematografo, la piccola Natalie Portman, diventata simbolo di una malinconia esistenziale, straziante, ma assetata di irrinunciabile riscatto, di tenero affetto, di amore incondizionato e smisurato. Un idillio d’amore perfetto, in cui tenerezza e crudeltà brutale si fondono con la stessa passione, in cui l’amore sconfigge l’età e si aggrappa a quel desiderio esistenziale che ci rende uomini: quello di essere amati per il nostro semplice poter essere se stessi, senza rinunciare alle proprie paure, alle crepe del proprio io, ai traumi della nostra esistenza.

Due film, Room e Léon, in cui l’infanzia non è un vaso di terracotta dipinto a mano da preservare in una teca di cristallo, ma in cui la vita, anche la più piccola, di soli cinque o dodici anni, scende in campo con la tenacia e la sete di vendetta, per il solo scopo di ritrovare quella bellezza misera che era stata dimenticata. Due film struggenti che restituiscono all’esistenza quella grandezza perduta dietro piccole cose, banali, che riscatta il mondo e lo rende ancora un posto capace di cullare degli occhietti piccoli, ma in grado di dipingere grandi storie, fatte di grandi personaggi e grandi sentimenti. Un mondo in pellicola che sa lasciarci così, senza nulla da dire, esterrefatti, che vale assolutamente la pena di vedere.

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Maria Rosaria Deniso

Maria Rosaria Deniso

Ventenne spettinata, lucana inside, attualmente adottata dalla dotta Bologna dove studio Lettere Moderne presso l'Alma Mater Studiorum. Adoro: scrivere da quando ho imparato a tenere la penna in mano, la fotografia, il caffè a qualsiasi ora e i film di Wes Anderson. Rido moltissimo e inciampo spesso.

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