L'umiltà, nell'arte, è marketing

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In foto, Laura Pausini

In foto, Laura Pausini

L’umiltà, nell’arte, non esiste. È una bugia, è un’invenzione, è un palliativo. Questa smodata, affannosa, spropositata ricerca dell’umiltà, nell’arte, è diventata metro di misura per giudicare un artista. Mi piace perché è umile non è un giudizio, è un brutto vezzo a cui ormai non si fa più caso, perché l’umiltà sembra aver sopraffatto persino il talento. Un artista mi piace perché è eclettico, profondo, attento, colto, innovativo, non perché è umile. Perché, in verità, un artista non è mai umile. E questo non lo dice mai nessuno. Ma chiunque capisca di avere un talento e scelga di condividerlo, di farne un mestiere, di farsene testimone, non è umile.

Chiunque scelga di darsi al pubblico, qualsiasi sia la forma d’arte con cui si esprime, crede in ciò che crea. E ci crede a tal punto da non riuscire a tenere il proprio talento per sé. Artisti si nasce, il mestiere dell’artista si sceglie. Qualche volta si impara, quasi mai si improvvisa. È questo il motivo per cui molti falliscono. Quello che manca ad alcuni è l’arroganza, che – non di rado – è il limite di altri. Ma è indispensabile. Forse bisogna ridefinire i confini che separano l’umiltà benevola da quella cattiva, l’arroganza infruttuosa da quella necessaria. E bisogna rieducare il pubblico all’arte, a riconoscerla, a distinguerla da ciò che arte non è, da ciò che è soltanto costruzione, prodotto o mero imballo. È che, oggi, sembra necessario conoscere l’uomo che c’è dietro l’artista. A me, di un artista vero (è sconfortante dover accostare l’aggettivo “vero” al termine “artista”, ma ormai siamo circondati da soli “prodotti” artistici, la confusione è quasi lecita… quasi) interessa il talento, non che sia simpatico. Mi interessano le produzioni, non che sia gentile. Mi interessa la coerenza (che non è ostinazione, ma un artista vero non è mai ostinato), non l’umiltà. Ecco cos’è, l’umiltà è il mezzo attraverso cui si giustificano la sciatteria, la mancanza di idee, la monotonia nell’arte di oggi.

E veniamo alla musica. Veniamo al pop. Cosa manca in Italia per permettere a un pop innovativo e internazionale di farsi strada? Forse la lacuna più evidente è l’incapacità dei nostri artisti di mettersi in discussione e di cambiare, pur rimanendo fedeli a se stessi. Chi ci prova, finisce per snaturarsi. Chi non ci prova affatto, il più delle volte, si ricicla e si ripete fino a diventare una triste e sbiadita caricatura di se stesso. Pochi sono i cantanti capaci di reinventarsi e rimettersi in gioco a ogni occasione, correndo il rischio di perdere consensi e approvazione. Perché, si sa, il pubblico – spesso – preferisce riconoscersi e sentirsi confortato da chi somiglia sempre e soltanto a se stesso, piuttosto che chiedersi se sia vero quello che vede e ascolta.

Sembra che il nostro Paese concepisca l’innovazione come un tradimento nei confronti della nostra straordinaria tradizione. E, quindi, se da una parte ci sono i pilastri della nostra invidiabile storia d’autore, dall’altro non mancano le grandi e talentuose interpreti di quelle parole e melodie. Nel mezzo, però, sembra esserci un vuoto di modernità e ricerca. Sarebbe quantomeno contraddittorio e controproducente fare, di questa disamina, una massificazione; tuttavia, non serve un occhio esperto per accorgersi del notevole appiattimento (di idee, ideali e ricerca) a cui stiamo andando incontro. E, così, il nostro glorioso passato, più che un incentivo per spingersi a fare meglio, sembra un ansioso e confortante traguardo a cui tornare.


L’arte è ricerca, rivoluzione, fantasia, non è mai finzione, non è mai ordinarietà, non è mai disattenzione


Ed ecco che si fa strada l’umiltà, che giustifica e veste questo bisogno spasmodico di semplicità. Ma l’arte è genialità ed è tale perché l’artista sa vedere meglio e oltre. L’arte è ricerca, rivoluzione, fantasia, non è mai finzione, non è mai ordinarietà, non è mai disattenzione. Un artista pop è (o dovrebbe essere) arte, tout court. In tutto: nelle scelte musicali, nell’interpretazione, nell’abbigliamento, nei gesti, nel modo di abitare un palcoscenico. L’arte è cura del dettaglio, per la sciatteria esistono il piano bar, la prima comunione di un cugino qualunque, il saggio di fine anno. Ma non bisogna permettere che passi il concetto, involutivo e sbrigativo, che bisogna (ri)cercare la semplicità, men che meno l’umiltà. Questo significa giustificare Laura Pausini e l’orda terrificante di “interpreti” (ogni volta che si accosta il termine “interprete” a una Deborah Iurato qualunque dell’attuale panorama musicale italiano, un’Anna Oxa qualunque, da qualche parte nel mondo, muore) che, dopo di lei, hanno acconsentito a diventare paladine del nulla artistico, probabilmente perché è nulla quello che hanno da comunicare.

Ogni volta che sento dire “Laura Pausini mi piace perché è umile” penso che Patty Pravo, che i tempi li ha preceduti e le tendenze le ha dettate (ma soltanto dopo averle inventate e pagate, perché – in un paese impreparato – si paga uno scotto anche quando si è primi), non sia servita a niente. Perché Patty Pravo è geniale, non è umile. Laura Pausini è umile, non è geniale. E non parlo del loro privato, lo ribadisco, quello poco m’importa. Anzi, non m’importa affatto. Parlo d’arte e di quanta poca arte ci sia nella stragrande maggioranza degli artisti che, oggi, popolano ingiustamente e incautamente il nostro panorama musicale.

E, così, con l’irresponsabile invenzione della “genuinità”, si sono creati nuovi posti di lavoro. E pochi si ribellano perché pochi sanno, pochissimi ricordano, quasi nessuno se ne interessa. Siamo stati il Paese di Mina, di Patty Pravo, di Mia Martini, di Miss Rettore, della Bertè. Perché accettiamo, di buon grado, di essere il Paese di Laura Pausini, Emma Marrone e Bianca Atzei?

No, non è nostalgia, la mia. Non conosco la nostalgia di un vissuto che non mi appartiene. Ma conosco bene il dissenso verso un mercato discografico in ginocchio, che genera prodotti “usa e getta”. Che cerca di convincerci che ci sia arte dove non c’è (e ci riesce). Che, per giustificarla, ha inventato l’umiltà. L’umiltà è marketing, prima ce ne renderemo conto, prima Laura Pausini tornerà a fare la contadina in Romagna. Ma “forse è tardi… forse, invece, sì”, citandola. O quasi.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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