Nebbia in agosto. Parola d'ordine: consapevolezza [ANTEPRIMA]

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Ivo Pietzcker in Nebbia in agosto

Ivo Pietzcker in Nebbia in agosto

La storia (vera)

In un tempo e in uno spazio quasi ibridi e non ben delineati, il piccolo Ernst Lossa, interpretato dal giovanissimo Ivo Pietzcker (che alle spalle ha una sola interpretazione in Jack, film del 2014 di Berger) viene trasferito in una delle sei unità psichiatriche attive nei primi anni Quaranta nella Germania del Sud. Il motivo appare subito chiaro: Ernst ha problemi comportamentali, i riformatori precedenti lo hanno giudicato ed etichettato come “ineducabile”.

Ma qui c’è il Dottor Walter Veithausen, interpretato da Sebastian Koch (nominato Miglior Attore Europeo nel 2007 e che recentemente, nel 2016, abbiamo visto in The Danish Girl), direttore della struttura, che lo rassicura: qui non picchiamo i ragazzi.

Nonostante il programma T4 sia terminato nel 1941, da Berlino giunge l’ordine di proseguire e la struttura diventa ufficialmente terreno di morte. Medici e infermieri collaborano affinché i pazienti impossibilitati al lavoro e alla produzione vengano uccisi.

Ernst, assecondato da Suor Sophia, interpretata da Fritzi Haberlandt, si ribella al meccanismo di morte e cerca, spinto dal senso di giustizia e dalla parte selvaggia che hanno i bambini, di salvare quanti più compagni possibili. Ora lasciando cadere la tazza con i barbiturici nascosti nel succo di lampone, ora distraendo gli infermieri, arrivando al punto di nascondere una ragazzina in gravi condizioni. Sostenuto da una giovane Jule Hermann nel ruolo di Nandl, fa il possibile per evadere da lì.

Ernst Lossa morirà nel 1944 per mano degli stessi infermieri e medici che avrebbero dovuto salvarlo.

Nebbia in agosto, il film

Tratto da una storia vera, Nebbia in agosto è probabilmente uno dei migliori film mai prodotti incentrato sul tema della pulizia razziale e su quello, molto meno conosciuto, dell’eutanasia decentrata. È possibile dire che ci sono due film? È possibile, forse: da una parte quello dei bambini, dei pazienti, che creano legami e che muoiono, dall’altra quello dei medici, degli assassini, di chi esegue ordini direttamente dal quartiere generale, a volte mostrando ripensamenti, a volte proseguendo senza rimorso.

Nel 2008 venne pubblicato, per mano dello scrittore Robert Domes, Nebbia in agosto, biografia storica di Ernst Lossa. Il produttore Ulrich Limmer ricevette il testo e da quel momento si concentrò sullo sviluppo di una sceneggiatura basata su di esso, dove tutto gira intorno al coraggio e agli istinti di Ernst che nonostante fosse in costante pericolo di vita non rinunciava mai ad allungare una mano verso il compagno, verso il più debole.

Limmer ha contribuito così a dare voci – e volti – alle vittime della T4, di quella definita da molti eutanasia ma che altro non è che un omicidio su commissione. E insieme al regista Kai Wessel, regista in gran parte di serie tv e film per il piccolo schermo, mette a nudo le difficoltà di una società che non è in grado di sostenere I più deboli, che li considera un peso ma ancor di più di una società che volente o nolente, si attiva per stringere la mano al paziente mentre lo accompagna al patibolo.

Ivo Pietzcker e Sebastian Koch in Nebbia in agosto

Ivo Pietzcker e Sebastian Koch in Nebbia in agosto

126 minuti del primo lungometraggio distribuito in Italia dalla Good Film (in sala dal 19 gennaio, ndr) su questa serie di omicidi a opera di medici e infermieri che non porta mai a scostare l’occhio dallo schermo. Un racconto che ha i suoi tempi, vivace e commovente. Nessun finale inaspettato o colpi di scena, Nebbia in agosto è la rappresentazione cinematografica della vita all’interno di una struttura psichiatrica di un ragazzo la cui condanna era stata già scritta. Per Wessel e Limmer non sono necessari spargimenti di sangue e corpi gettati uno sopra l’altro per raccontare l’orrore di quei momenti.

Il silenzio regna sovrano, le musiche di Martin Todsharow tutto sono fuorché cariche e feroci e accompagnano il senso di abbandono e vuoto senza corsa, come fosse un vero e proprio requiem. Sono riprese evolutive quelle proposte da Wessel, che mostrano l’evolversi del progetto T4 con l’ampliamento del piccolo cimitero fuori la struttura: un momento prima ci sono solo due croci. Un attimo dopo dieci, un attimo dopo ancora cinquanta.

Non c’è banalità nei personaggi, nessuna caratteristica estremizzata, nessun eroe o martire.

Un film, dunque, fruibile da giovani studenti che affrontano nei loro studi questi temi, così come da un pubblico più adulto e più consapevole che vuole approfondire le tematiche qui proposte.

Nebbia in agosto – Quando la storia la scrivono gli altri

Era il 1933 quando in Germania venne approvata la legge sulla “prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”. Bastò una firma a far crollare tutti i buoni propositi e i traguardi delle ricerche scientifiche, biologiche e culturali che si erano raggiunti fino a quel momento.

Nel tentativo di ripulire la popolazione dai geni malati, finirono per essere sterilizzate 400.000 persone circa. Due anni dopo si aggiunge la legge sulla “salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco” e non perché la popolazione rischiava l’estinzione, ma perché c’era il rischio di mischiare i geni buoni con quelli cattivi, non tedeschi, non ariani. E allora la parte malata della popolazione iniziava a scomparire.

Con Hitler al comando e la seconda Guerra mondiale appena iniziata, vengono interrotte le sterilizzazioni, le quali lasciano il posto al “decreto eutanasia”, all’invasione della Polonia da parte dei tedeschi e alla conseguente uccisione dei pazienti negli istituti psichiatrici polacchi.

Poco dopo, tra ottobre e dicembre del 1939, da Berlino arriva l’ordine di procedere con il progetto T4, così denominato per via del luogo nel quale venne firmato da Hitler: chiunque non fosse in grado di contribuire al benessere della comunità nazionale sarebbe stato ucciso con la pratica dell’eutanasia. Fondamentale era la capacità di lavorare: se puoi lavorare vivi, se non puoi muori.

Di base tutto si muoveva intorno a questo concetto, quello della produzione. Se un soggetto costretto in queste strutture non era in grado di lavorare, la società era costretta a lavorare anche per lui, e soprattutto era costretta a pagare le spese per il suo mantenimento. Vennero così create quattro organizzazioni, associazioni di copertura che presero il nome di Associazione per il Lavoro dell’Ospedale Psichiarico del Reich e Associazione delle Ambulanze Pubbliche. Da queste partivano le cartelle cliniche destinate a Berlino nelle quali altri psichiatri appuntavano simboli in riferimento alla vita o alla morte del paziente.

Da Neve in agosto

Da Neve in agosto

Come si vede nel film, bus e treni diventano i nuovi traghetti di Caronte che portano chiunque non rispetti i punti previsti dal T4 nelle camera a gas: i morti furono ben 70.000.

Da questo modus operandi si svilupperà poi la base tecnica per il genocidio degli ebrei, che furono i primi a essere uccisi negli ospedali psichiatrici.

Secondo lo storico Marcello Pezzetti, non è in atto semplicemente una pulizia dei geni e delle malattie, bensì una vera e propria bonifica interna, fra i “razzialmente malati” e i malati ariani. Ernst, così come suo padre, vengono uccisi non perché non in grado di lavorare, bensì per la loro origine Jenisch, ovvero quella terza grande popolazione nomade europea dopo Rom e Sinti.

Quando il padre di Ernst si reca nella struttura per riprendersi il figlio, il Dottor Veithausen gli chiede i documenti e nello specifico il documento che attesti la sua residenza e il suo domicilio e non ricevendo nulla suggerisce “Si trovi una fissa dimora entro l’inverno e potrà riprendersi suo figlio”.

Con il passare del tempo e dei morti, queste pratiche vennero abbandonate non certo per un ripensamento ma perché l’opinione pubblica era venuta a conoscenza di queste situazioni e iniziava a ribollire nelle vie di Berlino.

La soluzione fu semplice: nel 1941 venne interrotto ufficialmente il programma T4, sostituito in modo ufficioso dalla malnutrizione negli ospedali psichiatrici che prese il nome di Dieta E, costituita, come dice il Dottor Veithausen durante un incontro con i direttori degli altri ospedali dal “… nulla. Non state mangiando nulla. Brodo di verdure cotto per ore che perde tutte le sostanze nutritive”. E così i pazienti morivano di stenti e di fame, senza che nessuno se ne accorgesse. L’avvelenamento è un’altra alternativa. Per i più duri forse, per i più giovani e meno debilitati. Un bicchiere di barbiturici e la mattina successiva era tutto finito. In Nebbia in agosto, l’erotica infermiera dal viso d’angelo assunta per questi scopi serve la morte in un bicchiere di succo di lampone mentre sorella Sophia si rifiuta, si reca dal vescovo e denuncia tutto questo.

Henriette Confurius in Neve in agosto

Henriette Confurius in Neve in agosto

Dov’è la Chiesa? Secondo Marcello Pezzetti la Chiesa è ancora più decisa e più forte rispetto a quanto viene mostrato nel film: quasi si impone, al punto che Adolf Hitler è costretto a chiudere il T4 e a muoversi diversamente anche, come detto in precedenza, a causa dell’opinione pubblica.

Ancora oggi, nelle traduzioni dei testi anche scolastici, di documenti storici e su moltissimo materiale offerto da internet, tutto questo viene riconosciuto come eutanasia. Ma chi chiede di morire è diverso da chi non ha il diritto di scegliere e questo diritto negato necessariamente prende il nome di omicidio. Pezzetti la chiama eutanasia decentralizzata, senza più camera a gas e fatto in casa, con medici e infermieri che comunicano tramite cartelle cliniche, simboli e cenni di capo.

Parola d’ordine: consapevolezza

Consapevolezza” è il termine col quale l’Europa sceglie di ricordare queste morti, per quanto non sia molto conosciuta e discussa la vicenda degli ospedali psichiatrici. Essere consapevoli di ciò che è successo, delle motivazioni e degli strumenti col quale la morte veniva donata dovrebbe permettere alle nuove generazioni di non commettere gli stessi errori. Ma la storia sembra ripetersi e così come venivano classificati i pazienti ieri, li classifichiamo anche oggi. Così come oggi mostriamo pietà davanti a quei numeri mostruosi di vittime, i ragazzi di domani mostreranno pietà per le vittime di oggi.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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