Niccolò Agliardi: «Le mie malinconie, che non combatto più»

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In foto, Niccolò Agliardi

In foto, Niccolò Agliardi

Niccolò Agliardi è un uomo di parole. Cosa significhi è facile comprenderlo. Niccolò sta alle parole come un acrobata sta al filo: sono una cosa sola. E, quando l’ho conosciuto, mi sono detto che, un giorno o l’altro, mi sarebbe piaciuto fargli alcune domande. Perché parlare di parole, senza ridursi ad abbellire il nulla, è un vantaggio che tocca agli artisti sinceri. E agli uomini sinceri.

Quando ti ho conosciuto, qualche anno fa, a colpirmi è stata una tua frase. Niente di strano, considerando che sei una delle penne più influenti del nuovo cantautorato e del pop italiano. Ma a me, a colpirmi, non è stata una frase di una tua canzone, bensì un tuo pensiero, che ho letto nel tuo sito: “Sono un uomo di parole, questo dicono di me. Sono un uomo di parola, questo spero di meritarmi”. Conservo da un po’ una domanda, che finalmente posso rivolgerti: è più complicato essere un uomo di parole o di parola?

Credo che per definirsi un “uomo di parola” ci sia bisogno di addestramento e di sacrifici. Essere coerenti con le promesse fatte a se stessi e agli altri non è quasi mai facile. La vita porta spesso a virate improvvise e a opportunità che cancellano i piani precedenti. Questo non dovrebbe compromettere la parola data. Nelle canzoni e nei romanzi, diversamente, ogni parola è sostituibile. Con sinonimi. E a volte anche con il suo contrario.

Il tuo primo album, 1009 giorni, risale al 2005. Cos’è rimasto, a distanza di dodici anni, di quel ragazzo che cantava “Vent’anni li balli, li bruci, li suoni, a trenta cominci a pensare a domani, che è fatto di luci, biscotti e bandiere, qualcuna la cambi ma quelle più vere le tieni”? In cosa sei cambiato e in cosa sei rimasto lo stesso di sempre?

Ho le stesse paure. Ho solo trovato un modo più dinamico per affrontarle. Ho le stesse malinconie, ma le combatto di meno. Sono passati dodici anni e naturalmente sono successe e cambiate molte cose. Compreso il mio modo di scrivere e di guardare il mondo. Sono rimasto però un buon viaggiatore con la stessa inquietudine che mi porta a partire e a tornare molte volte, in attesa di un porto franco dove sostare.

Il tuo secondo disco, Da casa a casa, è stato pubblicato nel 2008; il terzo, Non vale tutto, invece, nel 2011. Nel mezzo, però, hai avuto la possibilità di collezionare grandi collaborazioni, da Laura Pausini a Eros Ramazzotti. Mi racconti come è cambiata la tua vita quando le tue parole hanno fatto il giro del mondo?

La mia vita non è di certo cambiata perché alcune mie canzoni hanno fatto un giro fuori confine… Però posso certamente affermare di aver fatto un percorso che mi ha portato a una realizzazione professionale importante da cui sono dipese molte altre cose. Avere un attestato nel mondo del lavoro, e non solo un talento in attesa di essere scoperto, è fondamentale. Ti permette di avere fiducia in te stesso e nella possibilità di declinare le tue capacità anche in ambiti differenti. Non amo celebrare il mio lavoro, ma sono grato a esso per essere nel punto in cui sono.

Il 2014 ha rappresentato una svolta importante per la tua carriera e per la tua vita: hai composto la colonna sonora della fortunata fiction di Rai Uno Braccialetti rossi e hai pubblicato un nuovo album, Io non ho finito, il quarto della tua carriera. Cos’ha significato, per te, quell’anno?

Come spesso mi succede, dopo un periodo più complicato, ne segue uno radioso e positivo. Il 2014 è stato un anno sereno e luminoso. Ho costruito una nuova, inaspettata famiglia e raccolto un successo del tutto inaspettato da un pubblico che non conoscevo e che non mi conosceva.

E veniamo al presente. Lo scorso ottobre è stato pubblicato Ti devo un ritorno (Salani Editore), il tuo secondo romanzo, dopo l’esperienza di Ma la vita è un’altra cosa (Mondadori), libro scritto a quattro mani con Alessandro Cattelan. Da dov’è nata l’esigenza di scriverlo?

Avevo tra le mani una storia vera e potente che desideravo raccontare da tempo ma non sapevo come partire. Una cara amica editor (Maria Cristina Olati) mi ha dato la forza e gli strumenti per cominciare. Mi ha chiesto, tuttavia, di raccontare qualcosa anche di me e degli ultimi anni del mio percorso di maturità verso l’età adulta. Ecco che è nata la figura di Pietro, che aveva bisogno di un contraltare per misurarsi con le sue emozioni e le sue risorse. Ed è lì che nasce il personaggio di Vasco. Ho fatto fatica a scrivere questo racconto. Ancora più faticoso è stato rileggerlo.

Tornando alla musica: hai scritto per alcuni tra i più importanti interpreti della canzone italiana, come accennavamo poc’anzi, ma c’è qualcuno per cui vorresti ancora scrivere?

Mi piacerebbe scrivere una canzone per Fiorella Mannoia. E mi piacerebbe scrivere una canzone insieme a Francesco De Gregori.

Io sono sui venti e non di rado cerco d’immaginarmi come sarò a quarant’anni. Tu, a vent’anni, come ti pensavi vent’anni dopo? Ti senti all’altezza di ciò che hai sperato per te?

A vent’anni non è facile immaginarsi i quaranta. Poi arrivano e ti sembra che siano molto simili a quei venti, in cui cercavi di immaginarti adulto. Per fortuna non è così. Sono contento di essere rimasto “in forma” e di essere anche invecchiato. Ne ho beneficiato in saggezza.

Il filosofo francese Gaston Bachelard affermava: “Noi soffriamo per i sogni, noi guariamo con i sogni”. Tu, che di traguardi ne hai raggiunti, sogni ancora?

Ti rispondo citando De Gregori: “Vedo cadere questa stella e non so più cosa desiderare. Lo vedi, siamo come cani di fronte al mare”.

Sei un uomo di parole, l’abbiamo detto. Per questo motivo, mi piacerebbe concludere questa chiacchierata chiedendoti quali siano le parole più importanti della tua vita.

Lealtà. Quiete. Educazione. Istinto.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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