Panico, ovvero: nella testa di Fibra

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In foto, Fabri Fibra, autore del brano Panico

In foto, Fabri Fibra, autore del brano Panico

Il rap, o la sua versione italiana, è un genere che sta spopolando molto tra i millenials del nostro Paese (e quindi ce lo becchiamo tutti) e che offre un’interessante tipologia di artisti. Definiti quelli che “all’inizio era autentico e ora è diventato commerciale” (chi dice così non ha mai letto un testo, segnalatemi il rapper che ha dichiarato: non voglio diventare schifosamente ricco), sono solitamente personaggi che amano raccontare quanto dura è stata la loro vita.

Ne deriva una evidente abitudine a darsi da sé pacche sulle spalle e a farsi le ole. Per eroi del genere la modestia è roba d’altri tempi. Salmo ha definito il suo anno di nascita “dei miracoli”, ed è uno dei più validi. Per dire.

Nessuna ironia intesa. L’ode 30 del III libro del poeta latino Orazio inizia con “Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo/e più alto della regale maestà delle piramidi” e procede con una standing ovation a se stesso che chiunque studia letteratura latina ancora oggi deve impararsi a memoria. La modestia noi italiani ce l’abbiamo nel sangue.

Il rap è anche un genere difficile ed estremamente affascinante, come affascinante è chi sa usare le parole in diversi modi, dandogli le sfumature che preferisce e incastonandole in lapidari aforismi dove ogni termine è al posto giusto.

Affascinante l’intelligente abilità di chi il genere lo veste perfettamente, e sono pochi.

Stendendo un velo politically correct su J-Ax e Fedez (quello che prendeva in giro Chiara Ferragni, per dire), vorrei prendere in considerazione tra coloro che hanno avuto successo Fabri Fibra.

Fabrizio Tarducci è stato uno dei primi ad avere davvero successo col rap in Italia e recentemente a prendere le distanze dal Federico nazionale, vantando con orgoglio la propria coerenza al genere.

Dopo la collaborazione con i il beatmaker Lato nel duo Uomini di mare durata nove anni, esordisce nel 2002 con l’album Turbe giovanili. Seguirà Mr. Simpatia, con cui si fa notare dalla Universal, e infine il lavoro che lo consacra e introduce all’Olimpo dei cantanti che anche la nonna ha sentito nominare: nel 2006 esce Tradimento.

Citando Maurizio Di Fazio da Repubblica.it[1], «Il singolo Applausi per Fibra diventa un’hit epocale e sbanca tutto lo sbancabile. Dopo appena una settimana, l’album è al vertice della top-ten. Non era mai successo prima a un disco rap». Intervistato da Andrea Laffranchi per Il Corriere della sera[2] commentò: «Fu la tempesta perfetta, quella che arriva quando tutti gli elementi sono al posto giusto. Avevo lavorato sodo in passato. Avevo visto tante facce gridare i miei pezzi nei bar e nei centri sociali. Avevo le idee».

Non sono un’esperta del genere e la rima “trl-tagliatelle” di qualche anno fa mi aveva un po’ influenzata, ma qualche mese fa ho ripreso ad ascoltarlo. E tra le sue, Panico è quella che non mi stufa mai. Parla di sé e (consapevolmente) di tutti. L’esperienza non è contenuto autobiografico di un testo autoreferenziale, ma il materiale usato per trasmettere un messaggio rivolto potenzialmente a chiunque. Realizzato in collaborazione con Neffa e terzo estratto da Guerra e pace, settimo album in studio, il brano dapprima svela le paure più personali.


Entra nella mia testa, mare in tempesta


Inizia con una metafora da subito incisiva: panico non è il momento in cui si rimane bloccati in mezzo alla strada chiedendosi se abbiamo chiuso il gas, ma piuttosto una burrasca che ci assale nei momenti difficili. L’immagine viene ripetuta lungo l’intera strofa.


ricordi come foto nel portafoglio,
il vento che ti sbatte contro lo scoglio, nemici
che ti stringono intorno al collo cantano in coro,
in giro senti le urla […] Preso dal panico fermati un’attimo perché se vai più giù forse non torni più


Picchi di dubbi e pensieri negativi ci fanno perdere il controllo della situazione e lasciano in balia delle nostre paure e che vorrebbe calarci a fondo. Se la prima strofa è principalmente autobiografica, nella seconda passa in rassegna situazioni universali.


il timore di non essere all’altezza, la voce che si spezza,
meglio di molti peggio di altri si scherza,
lei che ti ama e dopo un po’ ti disprezza,
come una macchina che in curva non sterza e tu dentro senza cintura di sicurezza


È la seconda, potente immagine del brano. Tutto sembra succedere così velocemente, i problemi si susseguono l’uno dopo l’altro e non sai come uscirne. Proprio come trovarsi su un’auto in corsa, seduti al posto del pilota senza controllo.

L’ultima strofa assomiglia a una pagina di diario personale, un appunto preso per se stesso e che vorrebbe condividere con chiunque si è sentito chiamato in causa dal testo.


pagina senza testo e punteggiatura
tu la chiami bianca, io la chiamo paura e l’ho provata uscendone accecato


Perché accecato? Fibra, preciso e lapidario, sceglie il termine che meglio rende l’idea dello stato mentale che impedisce di essere lucidi. La paura azzera ogni pensiero, e come un enorme specchio deformato ci rimanda l’immagine di ciò che temiamo impedendo di vedere le cose per come realmente sono.

Si riparte allora dal confronto, dal razionalizzare e scoprire che la realtà è diversa da come la stiamo annerendo noi.


la gente sbagliata me la sono lasciata alle spalle, come una pugnalata
non accettare consigli da chi non accetta mai consigli,
impara dagli sbagli, in effetti guarda me ne ho fatti mille
ci sono già passato certe cose posso dirle a te che sei preso dal panico


Lascia perdere chi non ha niente da darti e comunque tienilo d’occhio perché non sparisce dalla tua vita. Non accettare consigli da chi non è abbastanza umile da riceverli perché non ha nulla da insegnare. E fai tesoro della tua esperienza, potresti scoprire che hai già affrontato un momento simile.

Mancano due versi, lo so. Li ho lasciati per ultimi perché (oltre a essere i miei preferiti) riassumono il messaggio dell’intero testo.


Demoni chiedono il solito
il mio motto è piede sul pedale


Ho elencato i pensieri che mi tormentano: lasciatemi dire che sono sempre gli stessi. I nostri punti deboli li conosciamo e non cambiano: noi però sì, e siamo noi che dobbiamo avere il controllo della situazione. L’auto sfreccia, come impazzita: ma ci sono io alla guida. Scriveva Henley in Invictus: “Non importa quanto stretto sia il passaggio/Quanto piena di castighi la vita/Io sono il padrone del mio destino/Io sono il capitano della mia anima”.

Dicono che sia violento e scorretto, e forse è vero. Ma penso anche che sia capace di scrivere testi validi e che perciò gli si possa perdonare il resto.


Fonti:
1. Fabri Fibra, 40 anni di rime e polemiche: "Scrivo ciò che vedo, non quello che penso" di Maurizio Di Fazio per La Repubblica (17 ottobre 2016)
2. Fabri Fibra: «Ho anticipato la rabbia dei social. I rapper italiani? Innocui, come J-Ax, adatto per gli spot tv» di Andrea Laffranchi per Il Corriere della Sera (8 giugno 2016)

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, studio a Milano e al momento lavoro per una casa editrice. Tra John e Paul preferisco Macca.

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