Pensieri in viaggio: riflessione di una mente pendolare

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Riflessioni delle otto del mattino su una corriera.

Riflessioni delle otto del mattino su una corriera.

Alle otto del mattino la corriera percorre veloce le strade tra Trento e il mio paese. Attorno a me ci sono altri viaggiatori silenziosi che osservano il mondo scorrere attraverso il finestrino e immaginano universi diversi, migliori o soltanto nuovi.

Io osservo già da un po’ il mondo che scorre. Alberi, case, campi e altre persone che, come instancabili formichine, ogni mattina si alzano, corrono, si affrettano e portano a termine i propri compiti. Guardo fuori al finestrino, attraverso una leggera condensa che rende tutto più confuso e umido, con la musica nelle orecchie a riempire quel silenzio di parole non dette e frasi mai sussurrate agli altri viaggiatori. E penso. Pensare è un’attività che richiede impegno e una buona dose di pazzia, ma la corriera risulta essere il posto più congeniale per farlo: tutti ti osservano senza guardarti; nessuno ti rivolge la parola, immersi come sono nella propria vita di preoccupazioni e obiettivi; e, last but not least, di prima mattina tutti si perdono nei propri pensieri, quindi non hanno il tempo di spiare i tuoi.

A cosa penso? All’inizio pensavo alle cose più sciocche, superflue e materiali come per esempio il nuovo progetto di grafica, i compiti da portare a termine in giornata, quello che avrei deciso di mangiare per pranzo o con quale corriera tornare a casa la sera. Poi ho capito che stavo sprecando del tempo prezioso con pensieri inutili, cose che avrei potuto decidere o fare sul momento senza rifletterci prima. Per alcuni giorni ho viaggiato con la mente in silenzio, incapace di far fluire pensieri troppo ingombranti; non pensare era più semplice, meno impegnativo e assolutamente meno scomodo. Poi però le cose hanno preso una piega diversa e pensieri importanti hanno cominciato a frullarmi in testa. Non starò a raccontarveli tutti perché sarebbe sbagliato e non sta bene mettere in piazza tutti i fatti propri, ma vorrei concentrarmi su un solo pensiero che è nato così, per caso, dettato un po’ dalle circostanze, un po’ dalle scelte difficili che dovrò fare e un po’ dall’influenza di Dostoevskij che mi sta tenendo compagnia in questi giorni – perché (si sa!) i russi quando vogliono sanno essere di grande ispirazione.


Quanto coraggio ci vuole ad ammettere di non farcela, di non essere in grado? C’è più coraggio nell’ammettere una sconfitta o nel continuare a perseverare?


Mi sono ritrovata a pensare a questo: quanto coraggio ci vuole ad ammettere di non farcela, di non essere in grado? In una società che ci vuole perfetti, senza macchia e senza paura, laureati, dottorandi, geni del sapere, quanto coraggio ci vuole a scegliere una strada diversa? In un mondo in cui tutti dobbiamo essere migliori di quel che siamo, con sforzi sovraumani e sofferenze atroci per raggiungere obiettivi che non sono nostri ma che ci sono stati imposti, quanto coraggio ci vuole a dire basta e a essere noi stessi, nel bene e nel male? C’è più coraggio nell’ammettere una sconfitta o nel continuare a perseverare? Lo so, la risposta non è semplice ed è assolutamente soggettiva e opinabile. Ma in questo mondo che ci vuole perfetti, studiati e di successo, è poi così sbagliato scegliere di essere se stessi, seguire le proprie passioni, anche se non sono ciò che gli altri hanno sempre sperato per noi, ed essere felici? È sbagliato fermarsi, rallentare in questo mondo sempre in ritardo e guardarlo, fosse anche per venti minuti dal finestrino di una corriera, con occhi nuovi e maggiore serenità?

Ognuno avrà la propria interpretazione di questo argomento, ma io, su quella corriera, alle otto di mattina, ho capito che non devo essere felice per gli altri, che non devo essere come mi vogliono gli altri e che non è mai troppo tardi per cambiare strada e scegliersi un nuovo percorso. Mi basterebbe pigiare un pizzico sul freno, rallentare, tornare a provare empatia per gli altri e soprattutto per me stessa – come il caro Gospodinov mi ha insegnato  e avere il coraggio di dire basta a quelle cose che ormai mi stanno strette, senza paura del giudizio degli altri, forte della consapevolezza che lo sto facendo per me stessa.

Forse ho divagato troppo. Forse, se siete arrivati fin qui, starete pensando che sono una pazza, una tipa bizzarra che ha preso un forte colpo in testa e che le mie parole non hanno alcun senso. Ma, in fondo, chi lo dice che non si possa vivere più lentamente, provando di nuovo empatia e sorridendo ogni giorno? Io ci sto provando e i miei pensieri silenziosi ogni mattina me ne danno la prova: non sono più pensieri banali, ma pensieri personali, profondi, che mi fanno scoprire cose su di me che non sapevo… magie delle otto del mattino, di un giorno freddissimo, su una corriera.

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Antonella Beozzo

Antonella Beozzo

Blogger, Bookaholic. Appassionata di libri, musica, film e natura, colleziono libri, istantanee e ricordi. Classe 1989, aspirante storyteller e clarinettista per diletto.

2 comments

  1. Avatar
    Duille 27 gennaio, 2017 at 18:16 Rispondi

    Questo articolo è tutt’altro che da pazzi! È da coraggiosi, è da persone sagge, è anche un po’ Socratico. Sono d’accordo con ogni parola che hai scritto! La nostra è in effetti una società che ci spinge alla perfezione e, nel farlo, ci butta tra le braccia dell’infelicità. Siamo tutti diversi eppure ci impongono gli stessi sogni, le stesse velocità, le stesse aspirazioni. E noi, nel convicerci che sia quello che vogliamo, perdiamo noi stessi e tutto quello che è ormai diventato contorno di un piatto ormai freddo. Vivere il nostro tempo, i nostri pensieri e sentire le persone che ci circondano è invece la chiave di tutto. Ci dà una direzione e ci arricchisce. È come un buon libro. Quindi sì, entro ufficialmente nel club dei pensatori sul treno, per le cose dette sopra e perché, beh, il treno è il treno! P. S. Piccolo giubilo d’amore quando hai citato Gospodinov! 😍

    • Antonella Beozzo
      Antonella Beozzo 28 gennaio, 2017 at 10:59 Rispondi

      Benvenuta nel club! 😉 Eh, il caro Gospodinov mi ha insegnato un bel po’ e, devo ammetterlo, forse ha aperto uno spiraglio che mi ha permesso di osservare le cose nella giusta prospettiva. Certo, sicuramente ci vuole coraggio, ma pure la pazzia gioca la sua parte. Resta il fatto che essere se stessi è la chiave che può salvarci da questo mondo sempre più omologato e di corsa. E lo dice una che prima di partire per l’Inghilterra viveva da automa e che, dopo un anno e mezzo, con fatica sta ancora cercando di riaffermare il proprio Io.
      Grazie mille per il commento. Un abbraccio

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