La democrazia vuole tornare nelle strade

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In foto, Donald Trump

In foto, Donald Trump

Nei momenti storici in cui “certi principi astratti diventano preoccupazioni concrete”, come afferma l’autore di questo articolo da noi tradotto, assistiamo alla nascita di manifestazioni e movimenti di protesta che cercano di dar voce allo sgomento dei cittadini. Con ogni probabilità, dopo la sua vittoria definitiva alle elezioni del 9 novembre, l’atteggiamento sfacciato e arrogante di Donald Trump nei confronti della democrazia non farà che alimentare il numero di persone disposte a scendere in strada per opporsi alle sue idee.

Nell’articolo che segue, originariamente pubblicato sul New Yorker, Jelani Cobb analizza alcuni precedenti nella storia americana durante i quali l’insoddisfazione nei confronti dell’amministrazione della Casa Bianca (e non solo) ha portato alla formazione di movimenti come Occupy, Black Lives Matter e le proteste di Standing Rock. Forse è questo il modo più efficace per portare avanti la difesa della democrazia e dei diritti civili e durante i prossimi quattro anni gli americani, se vorranno opporsi a Trump, dovranno ricorrere alla disobbedienza civile.

Il ritorno della disobbedienza civile

di Jelani Cobb per The New Yorker
traduzione di Sara Montagnani

Il 6 dicembre, a meno di un mese dalle elezioni, il vice-presidente Joe Biden, che si trovava a New York per ricevere il Robert F. Kennedy Ripple of Hope Award, conferitogli per i decenni passati nel servizio pubblico, ha approfittato dell’occasione per esortare gli americani a non disperarsi. «Ricordo alla gente che il ’68 fu davvero un brutto anno» ha detto, e che «l’America non andò a pezzi». Ha aggiunto che «anche ora ci troviamo nella stessa brutta situazione, ma sono fiducioso». Eccome se quello fu un brutto anno. L’uomo che ha dato il nome al premio ritirato da Biden venne assassinato nel 1968, così come pure Martin Luther King, facendo scatenare rivolte in centinaia di città, e le violenze scoppiarono durante la convention nazionale democratica a Chicago. L’anno si concluse con l’elezione (per un pelo) alla presidenza di un candidato dall’atteggiamento risoluto nei confronti della criminalità, la cui strategia di arrivismo politico per il Sud aveva totalmente trasformato la mappa elettorale. Qualsiasi traccia di innocenza sopravvissuta al tumulto seguito all’omicidio di John F. Kennedy era scomparsa.

Il fatto che Biden sia dovuto tornare indietro di mezzo secolo per trovare un precedente storico all’attuale malessere riscontrato tra i liberali e i progressisti è significativo, ma il paragone non era del tutto appropriato. Durante la presidenza di Richard Nixon i democratici mantennero la maggioranza sia al Senato, sia alla Camera dei rappresentanti. Gli sforzi del movimento anti-militarista per mettere fine alla partecipazione americana in Vietnam si erano fermati, ma il primo anno di carica di Nixon vide l’attuazione di diverse misure progressiste, incluso l’Atto per la salute e la sicurezza sul lavoro e l’Atto per l’aria pulita, insieme alla formazione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Nel 2016 i repubblicani hanno vinto la Casa Bianca, hanno mantenuto il controllo di entrambe le camere del Congresso e si sono assicurati la possibilità di creare una maggioranza conservatrice nella Corte Suprema, che potrebbe durare per una generazione o anche di più. A Donald Trump, un uomo dalla bassa soglia di moderazione, è stato conferito il massimo potere.

L’estate scorsa la ACLU, l’Unione Americana per le Libertà Civili, ha presentato una relazione che ha evidenziato tutti i diversi modi in cui le proposte di Trump violerebbero la Bill of Rights. Dopo la sua vittoria, la home page della ACLU mostrava una foto di Trump con la scritta “ci vediamo in tribunale”. A novembre Trump ha affermato in un tweet che avrebbe anche vinto il voto popolare, non fosse stato per i milioni di persone che avevano votato illegalmente. Questo fatto non solo rappresentò una finestra sulla mentalità complottista e fantasista del Presidente eletto, ma rappresentò anche un’incombente minaccia per i diritti di voto. Dieci giorni dopo le elezioni la NAACP Legal Defense Fund, un’organizzazione che si occupa dei diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti, ha rilasciato una dichiarazione in cui si opponeva alla nomina a Procuratore Generale di Jeff Sessions, Senatore dell’Alabama, basandosi sui suoi precedenti di ostilità nei confronti dei diritti di voto e sul fatto che una volta aveva lanciato accuse infondate di frode elettorale contro degli attivisti per i diritti civili. Ma con una maggioranza repubblicana che si è dimostrata il più delle volte compiacente con Trump, nonostante il suo disprezzo per le regole della democrazia, il timore è che il presidente eletto riesca a realizzare quello che vuole. E anche riuscisse solo per metà, lo scenario politico americano cambierebbe totalmente. Tale prospettiva ricorda un altro fenomeno degli anni ’60: la convinzione per cui “la democrazia deve scendere nelle strade”.

I movimenti nascono nei momenti in cui certi principi astratti diventano preoccupazioni concrete. MoveOn si sviluppò in risposta a quello che venne percepito come un abuso congressuale del partito Repubblicano, che sfociò poi nell’impeachment del presidente Bill Clinton. Il movimento Occupy fu una reazione violenta alla crisi finanziaria. Il messaggio di Black Lives Matter è stato ispirato dalla morte di Trayvon Martin e dagli scontri a Ferguson, nel Missouri. La versione di Occupy del populismo anti-capitalista ha contribuito alla creazione del clima in cui la campagna ribelle del Senatore Bernie Sanders non solo è potuta esistere, ma ha sostanzialmente definito il programma del partito Democratico. Black Lives Matter ha attirato l’attenzione nazionale sulle violenze da parte della polizia, spingendo l’amministrazione Obama a lanciare una task force apposita e aiutando a battere i procuratori a Chicago e a Cleveland, che avevano tentato di ottenere la rielezione dopo non essere riusciti a presentare accuse contro gli agenti di polizia imputati di aver usato eccessiva violenza.

Lo scorso luglio, quando gli Army Corps of Engineers, sezione dell’esercito statunitense specializzata in ingegneria e progettazione, ha approvato definitivamente il completamento del Dakota Access Pipeline, alcuni membri della tribù Sioux di Standing Rock, temendo che l’oleodotto potesse costituire una minaccia alla loro fornitura idrica, hanno avviato una petizione e intentato una causa per fermarne la costruzione. Migliaia di attivisti, inclusi membri di Black Lives Matter, e duemila veterani militari sono andati a Standing Rock per protestare a nome della tribù Sioux. Il mese scorso hanno dovuto sopportare proiettili di gomma e idranti sparati con temperature glaciali. Il 4 dicembre gli Army Corps hanno annunciato di voler cercare un percorso alternativo per l’oleodotto. Ma dato che Rick Perry, segretario all’Energia scelto da Trump, fa parte del consiglio dell’Energy Transfer, ossia la compagnia che sta costruendo l’oleodotto (e di cui Trump possedeva delle azioni fino a poco tempo fa), i manifestanti si stanno preparando ad affrontare un lungo inverno.

In questo contesto, le ondate di protesta a Portland, Los Angeles, Oakland, New York, Chicago, e Washington, D.C. nei giorni seguiti alle elezioni non sembrano tanto un’indignazione momentanea quanto piuttosto un’anteprima di quello che ci riservano i prossimi quattro anni. A differenza delle proteste specifiche che hanno avuto luogo durante l’amministrazione Obama, le manifestazioni post-elettorali sono state dirette contro lo stato generale della democrazia americana. Il 21 gennaio, il giorno dopo l’inaugurazione della presidenza di Trump, 200.000 donne dovrebbero radunarsi davanti al Campidoglio per la Women’s March on Washington. Nato da un invito per 40 persone, l’evento vuole essere una replica al fatto che un candidato con un passato parecchio problematico per quanto riguarda i diritti delle donne, uno che si è realmente vantato di aver commesso molestie sessuali, sia riuscito ad arrivare alla Casa Bianca.

Nel 2001 la prima inaugurazione di George W. Bush scatenò proteste di massa guidate dalla convinzione che l’elezione fosse stata truccata. Con ogni probabilità tali proteste verranno superate da quelle che hanno accolto Trump: una ventina circa di altri gruppi ha già richiesto l’autorizzazione per manifestare. Dati i suoi trascorsi con gli afroamericani, i musulmani, i latini, gli immigrati, i sindacati, gli ambientalisti e le persone con disabilità, non è difficile immaginare che ci saranno molte altre manifestazioni in arrivo. È improbabile che il Congresso tenga a freno il nuovo presidente, ma la democrazia potrebbe svilupparsi negli stati, nei tribunali, nelle prossime elezioni e, per non dimenticare gli insegnamenti degli anni ’60, nelle strade.

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Sara Montagnani

Sara Montagnani

Classe 1992, una triennale in lingue non aveva messo abbastanza a dura prova la sua pazienza, e così ha intrapreso la magistrale in traduzione. Quando non è incollata al computer per tradurre o assorbire pop-culture, la trovate incollata ad un libro.

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