The wonderful mess: la bellezza delle imperfezioni

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Fotogramma di Flaws dei Bastille

Fotogramma di Flaws dei Bastille

I Bastille sono quel gruppo che hai sentito (Pompeii l’abbiamo cantata tutti almeno una volta) ma che non conosci finché non inciampi in una canzone e li ascolti meglio. Ed è come scoprire che il tuo vicino di casa è Alberto Angela.

Se i loro singoli sono spesso passati in radio senza richiedere la dovuta attenzione, i loro testi hanno l’abitudine di intercettarci al momento giusto, esprimendo quello che stavamo pensando da un po’ con le parole che noi non avremmo trovato. Non a caso, il frontman e fondatore del gruppo, Dan Smith, è laureato in Letteratura Inglese presso la Leeds University.

Prima di formare il gruppo nel 2011 insieme a Kyle Simmons (tastiera, percussioni e back vocals), William Farquarson (basso, chitarra e back vocals) e Chis “Woody” Wood (batteria e back vocals), scriveva canzoni con Nick Littlemore degli Empire of the Sun nella casa discografica di John Lennon. Il nome, Bastille, che deriva dalla ricorrenza per la sua data di compleanno (Il 14 luglio in Francia si celebra la Presa della Bastiglia) già segnala la propensione dell’autore a riferimenti storici o letterari nei suoi testi.

Come in Flaws, che racconta “Un concetto non banale espresso con parole perfette”, come disse una mia compagna di classe parlandomene mentre aspettavamo la metro qualche giorno fa. Sono tornata a casa, l’ho risentita. E adesso chi li molla più.


Quando tutti i tuoi difetti e i miei verranno disposti uno a fianco all’altro, parte meravigliosa del casino che abbiamo combinato / li analizzeremo uno a uno, distruggendoci
Tutti i tuoi difetti e i miei passano di mano in mano: quelli che abbiamo ereditato, quelli che abbiamo appreso passano di uomo in uomo


Flaws, titolo della canzone e scelto come singolo. Difetti, mancanze. Proviamo a nasconderli, a correggerli, a negare che sono nostri come nostre sono le qualità. Cosa succederebbe, sembra chiederci Dan, se li esponessimo? Se ci decidessimo a riconoscerli nostri, allora ammetteremmo che sono parte di tutto quello che ci ha portato qui (che magari è un casino, perché non è sempre andato tutto liscio).

E se volessimo andare fino in fondo, capire da dove provengono (sono ereditari? Ci derivano da qualcosa che è successo?) cercando di renderli distanti ed estranei da noi, beh, finiremmo col farci male. Non vorremmo mai dirci imperfetti, riconoscere che puntualmente cadiamo nello stesso errore perché siamo fatti così. Però dovremmo.


C’è un vuoto nella mia anima e non posso riempirlo,
c’è un vuoto nella mia anima

Sai riempirlo?


Riconoscere che sono imperfetto significa ammettere che dipendo dall’altro. Che ho bisogno che mi perdoni le mie mancanze, che mi voglia bene anche così. Durissimo.


Hai sempre legato i tuoi difetti ai polsi
io li ho sempre sepolti scavando a fondo
Disseppelliscili: finiamo ciò che abbiamo iniziato
Tirali fuori: così che niente rimanga sospeso


Wear something on the sleeves, letteralmente “indossare qualcosa sulle maniche”, è un’espressione inglese che arriva dal Medioevo. Durante i duelli, infatti, i cavalieri erano soliti legare al polso un fazzoletto del colore della dama per cui stavano combattendo. Si trova persino nell’Otello (But I will wear my heart upon my sleeve/ For daws to peck at: I am not what I am. Atto 1, scena 1, .57–65 ) .

Mostrare le proprie imperfezioni “legandole ai polsi” significa parlarne senza paura. Scrive il cantautore: “sono parte di noi, ma preferirei nasconderli. Tu invece li esponi”. Forse per qualcun’altro, scrive Dan, renderli evidenti fa sentire forti, fornisce un’alibi. Io invece me ne vergogno. E allora aiutami a guardarli in faccia, soprattutto nel momento in cui cerchiamo di costruire qualcosa: mostriamoci per come siamo e mettiamoci in gioco davvero.


Tutti i tuoi difetti e tutti i miei difetti quando sono stati riesumati
capiremo che ne abbiamo bisogno per essere ciò che siamo
senza di quelli saremmo condannati


Se fossimo perfetti non ci sarebbe niente da perdonarci, non esisterebbe la fatica di accettare noi stessi e l’altro e la bellezza di sentirsi amati per come siamo: saremmo indipendenti, saremmo infelici. Accettare i miei difetti significa riconoscermi imperfetto e accettarmi. E se mi accetto posso amarti davvero, perché questo mi renderà libero di riconoscere anche i tuoi e volerti bene nella tua totalità.

Quando tutti i tuoi difetti e tutti i miei difetti saranno disposti uno per uno, guarderai che casino meraviglioso abbiamo combinato. Un concetto non banale espresso con parole perfette.

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, mi piacciono molto poco le foto e ascolto spesso the Killers.

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