Amara: «I miei sogni sono il mio vestito migliore»

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In foto, Amara

In foto, Amara

Amara è un’artista. È un’acrobata delle parole. La sua scrittura è profonda e viscerale, potente come il vento di maestrale e delicata come la brezza marina sulla pelle. Amara è una cantautrice, una voce intensa e importante. Ed è una donna gentile.

L’ho attesa in un angolo, mentre salutava i suoi fans, venuti a celebrare il suo nuovo album, Pace, uscito pochi giorni fa. Un album bello. Non amo l’aggettivo “bello”, lo ammetto, mi sembra sbrigativo e impersonale. Ma, in questo caso, lo uso con cognizione. È un album bello perché è un album ben scritto, suonato, cantato, pensato e vissuto. È un disco coerente con l’anima profonda di Amara. Ed è profondamente bello perché, al pubblico, restituisce tutta la sua sincera bellezza. È un lavoro che, ad ogni ascolto, si impreziosisce di nuovi significati, di nuove sfumature, di nuove consapevolezze.

L’ho attesa in un angolo, dicevo. Si è avvicinata a me con un sorriso rassicurante, «È la prima volta che intervisto un artista di persona», le ho detto, quasi a giustificarmi. Mi ha sorriso di nuovo, «Sarà una chiacchierata, la nostra», mi ha detto, «E, credimi, mi emoziono sempre anch’io, ogni volta come se fosse la prima». Così ci siamo seduti e abbiamo iniziato a chiacchierare.

Partirei subito dal tuo nuovo album, Pace. Ascoltandolo, ho avuto l’impressione che non sia nato solo da un’introspezione, ma che affondi le sue radici in un’osservazione più profonda di ciò che ci circonda. Mi sembra un disco che guarda all’umanità intera, assai diverso dal tuo primo album, Donna libera.

Quello che dici è vero. Donna libera io lo racconto sempre come un diario, è un disco fatto in cinque anni e cinque anni sono tanti. Ho raccolto la mia vita, l’ho frammentata e l’ho scritta. Sono pezzi della mia storia, pezzi di me, c’è la mia crescita lì dentro. Sì, “diario” è il termine esatto. Pace, invece, l’ho fatto in un tempo presente, più concentrato, tutto è più coerente e si parla dell’esistenza in sé. Scoprire me stessa mi è servito certamente per affacciarmi alla vita, non solo alla mia. Mi è servito per guardare più in là, come dici tu, “all’umanità intera”, alla vita, a tutti i suoi aspetti. Io vivo la musica così, parto sempre da una riflessione intima, personale, dalla parte più sottile di noi, che è la nostra interiorità. Parto da lì e poi parlo dell’umanità. Mi è servito scoprirmi per guardare oltre me.

Ho notato anche che parli spesso di sogni. In Grazie, il brano che apre il disco, canti una frase che mi ha molto colpito: “Ed è bello capire a cosa è servito fare di un sogno il migliore vestito che ho”. A cosa ti è servito vestirti dei tuoi sogni? Ma, soprattutto, quello che voglio domandarti è questo: quanto è difficile vestirsi coerentemente dei propri sogni?

Suona banale, lo so. Ma io, se non avessi i miei sogni, sarei una persona vuota. Devi crederci, nei tuoi sogni, solo così puoi farne il tuo migliore vestito. La frase che citi contiene un significato forte, perché racconta di un sogno che ha smesso di essere soltanto un sogno, ma è diventato quello che indossi, quello che sei, quello che sei riuscito a fare. È quello che viene dopo la partenza, quando smetti di fantasticare e dai forma a quello che speri. È difficile? Forse. Ma è necessario. I miei sogni sono il mio vestito migliore, non riesco a immaginarmi diversa, non voglio nemmeno farlo. Io sono i miei sogni, sia quelli che aspettano di diventare il mio abito, sia quelli che lo sono già. Bisogna crederci anche quando è difficile, è lì che diventano importanti e imprescindibili.

A proposito di sogni, uno di certo l’hai realizzato. Fiorella Mannoia, a Sanremo, ha cantato la tua Che sia benedetta ed è stato un successo.

Che emozione che è stata (sorride, ndr)

Ma tu Sanremo l’hai fatto in prima persona, due anni fa. Com’è stato, stavolta, essere spettatrice di una tua “creatura”?

Non c’è alcuna differenza. Per me, è esattamente la stessa cosa, esserci in prima persona o ascoltare il mio brano da un’altra artista. Poi tutto dipende da come vivi la musica e da come la fai. Io, ogni cosa che scrivo, la vivo fortemente, la sento fortemente e, anche se a cantarla è qualcun altro, l’emozione rimane la stessa, perché sono sempre io, c’è tutto di me, questo è un privilegio che puoi concederti solo se sei sincero e onesto verso la musica. Anzi, è proprio bello vedere che un altro artista ama le cose che scrivi, esattamente come le ami tu. E, quando riconosci quell’amore lì, è una roba bellissima, ti fa sentire parte di quel momento anche se non ci sei fisicamente. Poi credo che la responsabilità sia di chi decide di cantare la tua canzone. Per me è soltanto un grande onore.

A Sanremo, però, avreste dovuto partecipare anche tu e Paolo Vallesi, con il brano Pace. Siete due persone molto diverse, le vostre storie artistiche lo sono di certo. Com’è nata la vostra collaborazione?

Io credo che il caso non esista. Niente è un caso. Ci siamo incontrati. Ci siamo riconosciuti, ecco. Da lì è nata la scintilla, tutto è partito da una profonda stima artistica, ma poi ci siamo incontrati come persone. Io credo che le collaborazioni artistiche abbiano una buona riuscita solo se esiste un feeling reale, autentico, sincero. Paolo Vallesi, con la sua musica, racconta la forza della vita, io scrivo la vita. Quindi è nato un connubio perfetto per raccontare… la vita (sorride, ndr).

Quindi la vostra collaborazione non finirà con Pace.

No, stiamo pensando a dei concerti insieme.

Nel tuo nuovo album, hai inserito una cover di Fossati, C’è tempo, impreziosita anche dalla voce di Simona Molinari. Come mai Fossati e perché proprio C’è tempo?

Io devo molto a Fossati, è un artista che mi ha insegnato tanto. Mi ha insegnato a esprimermi in musica, a raccontare le mie emozioni, a usare le parole. Gli devo molto perché mi ha fatto capire la grande responsabilità che ha chi scrive le canzoni. Quando scrivi, ti dai al pubblico, quello che hai creato nella tua intimità, di colpo non è più tuo soltanto. Diventa di tutti, di chi sa ascoltarti, di chi sa sentirti davvero. “Sentire” va oltre il semplice ascolto. Mi ha insegnato che bisogna avere rispetto delle parole e del loro utilizzo. Perché chi ascolta le canzoni, come è successo a me, ne trae un insegnamento, ne fa motivo e stimolo di vita. Quindi è una responsabilità importante, a lui devo questa consapevolezza. C’è tempo è legata a un tempo particolare della mia vita, avevo bisogno di sentirmi dire quelle cose. Avevo bisogno di sentirmi dire “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare / Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare”. Ho scelto Simona perché è una donna e un’artista che stimo profondamente. Anzi, la ringrazio, perché credo sinceramente che abbia dato un tocco di eccellenza a questo disco.

Ora ti faccio una domanda che è una piccola provocazione: meglio fare il giudice in un talent, con l’immediato riscontro mediatico che ne deriva, o un calendario fitto di concerti?

Meglio essere me stessa, sempre. Non ho preferenze, davvero. La cosa che preferisco è essere me stessa. Viviamo un tempo molto complicato, dove t’impongono di essere qualcosa. Se sei fuori target, non interessi più. Quindi, il mio augurio è di essere sempre me stessa, coerente con la mia persona, qualsiasi cosa faccia. Certo, spero di fare tanti live, perché la musica che vive è quella di fronte alla gente. Il mio sogno è quello di poter cantare sempre.

E se ti chiedessi di sognare un artista per cui poter scrivere una canzone?

Allora sogno in grande! (ride, ndr) Sogno la più grande: Mina. Bella domanda, questa… sì, Mina!

E qualcuno con cui ti piacerebbe duettare?

Sicuramente mi piacerebbe una collaborazione con Fiorella Mannoia, che considero la mia madrina, in un momento importante come questo.

Concludo sempre con la stessa domanda. Ti chiedo di rispondere di getto, senza pensarci troppo. Qual è la parola più importante della tua vita?

Serenità. Quando sei sereno dentro, tutto ha un altro sapore, la vita ha un altro colore, tutto ha un altro senso. La vita ha il suo senso profondo. Serenità.

Ci siamo salutati con un abbraccio. «Come sono andata?», mi ha chiesto. Abbiamo riso insieme. «Come sono andato io, piuttosto?», le ho domandato. «Sei stato bravo. Buon lavoro e buoni sogni, anche se non suona bene». Suona benissimo, volevo dirle. Sarà per la prossima volta. Buoni sogni, Amara.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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