Cinque domande (e diverse opinioni) su Occidentali's Karma

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Francesco Gabbani nel video di Occidentali's Karma

Francesco Gabbani nel video di Occidentali’s Karma

A una settimana dalla fine del Festival e dall’inizio delle polemiche di routine su vincitori e sconfitti, ne abbiamo sentita di ogni – sulle principali testate quanto sui social – riguardo a Occidentali’s karma, il brano di Francesco Gabbani, che oltre a essersi piazzato sul gradino più alto del podio sanremese è anche, ad oggi, la canzone più venduta e trasmessa tra quelle partecipanti e il suo video ufficiale conta già più di 17 milioni di visualizzazioni su YouTube.

Per ribadire l’importanza di un ideale che al nostro sito sta molto a cuore, il confronto, abbiamo deciso di proporvi due differenti e quasi totalmente divergenti opinioni di altrettante nostre firme, Lucia e Milena, che propongono le loro personali risposte alle domande più gettonate sulla canzone, giungendo infine a una conclusione unanime (ma non facciamo anticipazioni). Ribadiamo così, a modo nostro, quanto libera possa essere l’interpretazione di un testo poetico, categoria in cui le canzoni rientrano a pieno titolo per definizione, e quanto valide siano tutte le possibili letture.

Il testo ha senso?

Lucia
Premettendo che il concetto di senso è estremamente soggettivo e per questo fumoso, più che “ha un senso” direi che se ne può trovare uno. A fatica, però, questo è sicuro, cercando di ricomporre i pezzi di un mosaico di citazioni che spesso fungono più da semplici ammiccamenti da piacione radiofonico che da reali tentativi di creare un contenuto. Perché do per scontato che sia palese che la rima tra “panta rei” e Singing in the rain, per prendere l’esempio più palese, sia stata piazzata nella canzone prima di tutto in quanto mera assonanza e solo in un secondo momento come tassello della riflessione sul nostro modo di vivere (se si può definire “riflessione” la critica al quotidiano, che è ormai più quotidiana del quotidiano stesso). Il senso, comunque, a parer mio va ricercato non solo nel contenuto ma anche nella forma. Questa questione, però, la tocchiamo dopo.
Milena
La canzone parla dell’omologazione culturale sotto l’occidentalismo e della conseguente perdita dell’identità. Ho letto che per molti le citazioni sarebbero un po’ “a caso”. In realtà, pur essendo apparentemente insensate, le citazioni hanno ragion d’essere proprio perché banali, per mostrare che l’omologata cultura occidentale cita sempre le stesse cose senza sapere dare valore a niente, per cui anche l'”intellettuale” si perde in quella standardizzazione culturale che lo rende assolutamente banale e inconsistente.

Il testo vuole farci notare quanto tutte le cose che citiamo sentendoci intellettuali siano estremamente ripetitive e banali, perché siamo nati e cresciuti in una società che ci ha plasmato decidendo per noi cos’è la cultura, studiando tutti le stesse cose (citazioni di Shakespeare, Eraclito e Marx), amando tutti gli stessi film (Singing in the rain), comprando le stesse marche (Chanel), aspiriamo tutti a essere lo stesso tipo di persona (dover essere; AAA cercasi, umanità virtuale, sex appeal), che emerge per “15 minuti di celebrità” (per dirla alla Warhol) e poi viene dimenticata («per tutti un’ora d’aria… di gloria»). L’omologazione inoltre ci fornisce le risposte a tutte le nostre domande, perché le nostre domande sono sempre le stesse, vivendo in un contesto assolutamente standardizzato che rende simili noi e i nostri pensieri («Risposte facili, dilemmi inutili», nonché tutti i riferimenti luogocomunisti al web). Persino adesso che si guarda all’Oriente per cercare nuovi spunti e nuove mode, per prendere una boccata d’aria fresca fuori dall’occidentalismo, si guarda tutti nello stesso modo, si guardano le stesse cose, banalizzando ogni cultura. Quindi tutti i riferimenti all’Oriente non sono altro che una provocazione rivolta a tutti gli occidentali che si avvicinano alla cultura orientale e involontariamente la occidentalizzano. Guardiamo alla spiritualità e la riduciamo a un prodotto confezionato come solo noi sappiamo fare. L’occidentale vorrebbe fuggire dal suo mondo materialista ma non ci riesce e ne rimane soffocato; è in trappola, ostaggio del consumismo che crea dei bisogni che non abbiamo («Nella tua gabbia 2 x 3 mettiti comodo»). Distrutta sia la cultura occidentale sia il tentativo di una fuga nella spiritualità, resta solo il rifiuto post-moderno della canzone nei confronti della banalissima inconsistenza dell’occidente moderno.

Aldilà dei riferimenti alla cultura pop, la citazione più famosa è La scimmia nuda, contenuta nel ritornello, che riprende il titolo di un saggio etologico. Su questo punto, vi propongo la riflessione della pagina Facebook divulgativa B-4-Biology: “E la scimmia, quella scimmia già tanto schernita dalla massa, non è altro che la scimmia di Morris, zoologo inglese famoso per avere studiato a lungo i primati e aver racchiuso tutto in questo bellissimo libro pubblicato nel 1967, proponendo uno sconvolgente e al tempo stesso rigorosamente scientifico studio sull’Uomo. Ma lo ha studiato in quanto scimmia, e cioè come l’unico, tra le quasi 200 specie di scimmie, ad essere sprovvisto di peli. Nudo, appunto. […] quest’anno non ha vinto solo una bella canzone, ha vinto un messaggio intelligente, diretto, vero! E prima di giudicare, qualsiasi cosa, fate quantomeno uno sforzo e cercate di capirla. Perché sennò l’unica differenza tra noi e i nostri meravigliosi cugini sarà davvero, soltanto, l’assenza di pelo”.

L’ultima riflessione da fare riguarda l’anonimato degli uomini che non sono più individui ma «selfisti anonimi» o, ancora peggio, «corpi asettici». Uomini combattuti tra l’essere e il dover essere, uomini che rinunciano all’intelligenza in favore di una meno faticosa accettazione dello standard culturale occidentale che ci protegge dalle domande più pericolose, perché potrebbero addirittura farci pensare!

Allora critica la società ma non propone soluzioni o alternative?

Lucia
Il punto è: abbiamo bisogno di alternative? Il tono più critico che riflessivo di Occidentali’s karma è evidente, si unisce al coro di chi vede nell’omologazione, nella banalizzazione e non per ultimo nel web (per poi in realtà essere vittima di tutte queste cose, nessuna esclusa) una causa di regressione. La condizione della nostra società negli aspetti proposti da Gabbani, e non in quelli che invece richiederebbero un impegno reale per il loro superamento, non necessita di essere messa in discussione: del potere di Internet, del fenomeno della riappropriazione culturale e dei tanti – troppi – altri aspetti toccati dal brano possiamo solo prendere atto, accettandoli come fasi naturali dell’evoluzione tecnica e socioculturale. Nulla di più, nulla di meno.

Non ci sono giudizi e dita da puntare; non sul fatto che “Facciamo yoga ma guai se non abbiamo l’outfit giusto”[1] almeno, una questione di dubbia rilevanza. Non lo faceva Morris ne La scimmia nuda, che Gabbani stesso cita come sua principale ispirazione, strumentalizzandone i contenuti, e non lo fa nemmeno un altro brano che a Morris e al suo atteggiamento riflessivo rende più giustizia. Mi riferisco a Protobodhisattva de I Cani, che affronta esattamente lo stesso argomento di Occidentali’s karma ma facendo uso di un’irriverenza certamente meno banale e rimanendo, pur nell’analoga sintesi, più fedele agli input del libro, riflettendo sulla nostra origine, comune a quella di tutte le altre specie, e sulla quella normativizzazione di ogni tipo di abitudine (sessualità compresa) che ha finito per renderci «un animale strano».

Se Gabbani propone soluzioni? No, non lo fa. Questo perché non parla di reali problemi da risolvere.

Milena
L’intento della canzone non è quello di criticare il presente ma ironizzare su di esso. Non propone alternative ma risponde con il ballo. Per la scimmia nuda il ballo non è né accettazione serena dello status quo né consolazione, piuttosto una via di mezzo tra le due: una sdrammatizzazione. Quindi, con irriverente leggerezza, la scimmia nuda “ride, balla, cazzeggia sulle macerie e ci fa sentire meno soli, ci dà fiducia come una barzelletta in mezzo alla tristezza”, come ha postato qualche giorno fa lo scrittore Alessandro D’Avenia[2]. Sotto questo aspetto Occidentali’s Karma mi ricorda un po’ Alors on danse di Stromae: fa un elenco di tutte le preoccupazioni quotidiane, canta la merda del nostro mondo… per poi dirti che “adesso abbiamo bisogno di dimenticare tutti i problemi, e allora balliamo!”.
Questo non vuol dire che la canzone vada bene solo per essere ballata. Il ballo è semplicemente la risposta che la canzone dà a se stessa in un contesto molto più ampio, di cui ho già trattato sopra.

Ho letto anche un’interpretazione diversa dalla mia che secondo me merita davvero considerazione: per il docente di Lettere Michele Giordano, la soluzione andrebbe ricercata nel verso “la scimmia si rialza”[3]. Secondo il professore, il brano crede in una rinascita, come se gli uomini, nel corso della storia, fossero destinati ad affrontare ciclicamente la loro pars destruens per poi risorgere e mettere in atto la pars construens della storia umana. Non so se questo riferimento alla filosofia nietzschiana fosse voluto, ma sicuramente, se lo prendiamo per buono, possiamo estrarre dal testo un messaggio molto più positivo di quello che avessi previsto.

È banale?

Lucia
Quello di Occidentali’s karma è un testo banale travestito da baluardo dell’originalità e dell’anticonformismo, anzi peggio: vuole passare per un brano colto, ammiccando anche a chi riesce a cogliere le citazioni (chiunque abbia finito le scuole medie?) quando invece non fa altro che ridurre a slogan, versi lapidari, la cultura da cui attinge a piene mani. “Essere o non essere” ibridato con il “dover essere” di Kant, “panta rei” che fa rima con Singing in the rain e soprattutto la già citata La scimmia nuda di Morris che improvvisamente registra un aumento delle vendite. Grazie a Gabbani. Peccato che anche questo sia stato ridotto a un buffo tormentone: della riflessione fatta nel libro sullo statuto dell’uomo, che cerca di nascondere la sua condizione di primate dietro l’imposizione sociale di modelli di comportamento, rimane ben poco, piegata alla leggi del tormentone e alla necessità di esprimere un finto nichilismo che ormai va tanto di moda. Perché l’evoluzione inciampa, come canta Gabbani, ormai siamo tutti omologati e pensiamo solo a scattare selfie e a deturpare culture che ci sono estranee alla ricerca di un esotismo fine a se stesso. Se spendessimo tutte le energie che impieghiamo nel fare queste osservazione sui fantomatici “altri” o l’informe “massa” per lavorare su noi stessi, saremmo in un mondo migliore.

Ovviamente, poi, non poteva mancare la critica al web, che ormai è ovunque. Internet come male assoluto, lo strumento che ricoglionisce “laggente“. Se proprio dobbiamo sorbirci questi sermoni, meglio un brano molto più onesto (ché almeno non ha pretese) come Vorrei ma non posto di Fedez e J-Ax, che con molti meno paroloni e senza voler scomodare Morris & Co. sfrutta gli stessi tormentoni e temi per far ballare gli italiani che affollano le spiagge soleggiate. «E come faranno i figli a prenderci sul serio / con le prove che negli anni abbiamo lasciato su Facebook», «abbiamo speso un patri-monio / Impazziti per la moda, Armani-comio / L’iPhone ha preso il posto di una parte del corpo / E infatti si fa gara a chi ce l’ha più grosso». A ben vedere, non suona molto diversamente da «Nella tua gabbia 2 x 3 mettiti comodo / Intellettuali nei caffè / Internettologi / Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi», «Piovono gocce di Chanel / Su corpi asettici […] Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri»: stessi riferimenti all’uso smodato di Internet e alla costruzione di un’apparenza accettabile e rispettabile in cui gioca un ruolo rilevante la moda (Armani da una parte, Chanel dall’altra).

Questo a dimostrazione che Gabbani, nei contenuti, non ha proposto granché di nuovo, ma ha soltanto cercato un modo diverso per proporre un tema terribilmente già sentito. La formula trovata non ha però grandi meriti, se non la capacità di gonfiare l’ego di chi riesce a cogliere i “coltissimi riferimenti” e permettergli così di giudicare come ignoranti quelli per cui invece questa è soltanto la “canzone della scimmia”. Ecco, non ne sentivamo il bisogno.

Milena
È vero, non dice niente di nuovo. Ma non si avvicina nemmeno lontanamente alla banalità della tipica canzone sanremese in cui “amore” rima con “cuore” e “te” rima con “me”. Vogliamo veramente parlare di banalità per criticare proprio questa vincitrice di Sanremo? Sì, in parte la canzone di Gabbani è banale. Eppure il fatto che abbia vinto a Sanremo, su un palco la cui canzone-tipo lascia solo messaggi d’amore, per me, è una gran cosa!

La musica è troppo commerciale?

Lucia
Senza dubbio, sì. È una canzone orecchiabile, catchy, ti entra in testa e finisce che tutti prima o poi – con più o meno senso di colpa – si trovano a cantarla almeno una volta e dopo anche un solo ascolto. Il discorso però è un altro: se la canzone ha il senso che ha (o pretende di avere), se si propone di riflettere sulla società di oggi, perché farlo con un motivetto radiofonico e un balletto che troverà sicuramente la sua fortuna nei villaggi vacanze quest’estate?

Occidentali’s karma gioca con l’idea di tormentone tanto nel testo quanto nell’arrangiamento, peccando proprio per questo di incoerenza: se le parole vogliono infatti fare ironia sui cliché e muovere a loro modo una critica, la musica invece li asseconda totalmente, cerca di coinvolgere con suoni sostanzialmente semplici. Per quanto non esista una definizione di “troppo commerciale” (qual è il limite? Non credo esista), è certo che la facilità della musica faccia venir meno i – supposti – fini della canzone e spinga l’ascoltatore al semplice trasporto più che a una reale riflessione, facendogli cantare su un motivetto ben calcolato qualche slogan ormai inflazionato su web e webeti e altri meno banali ma comunque di facile presa come “la scimmia nuda balla”.

È più probabile che Occidentali’s karma debba la sua fortuna commerciale agli ascoltatori distratti piuttosto che a quelli che sono andati alla ricerca della “citazione nascosta”.

Milena
Non si tratta di un ricercatissimo festival indie per le sei persone appassionate ma del festival della canzone italiana. Le canzoni di Sanremo devono essere di facile ascolto, il più commerciali possibili, perché il loro obbiettivo è proprio quello di finire in radio e vendere. Sono sicurissima di sentire tutta l’estate Occidentali’s Karma sulla spiaggia, nei villaggi turistici, nei bar, cantata dai ragazzini in fondo all’autobus… e sono sicura che tutti la sapranno ballare e ne impareranno il testo, perché è questo l’obbiettivo delle canzoni di Sanremo ed è questo che succede ogni singolo anno.

Quindi Gabbani è un genio?

Lucia
Il fatto che si parli di Gabbani come un genio è indicativo del basso livello culturale che siamo abituati a vederci proposto dalla musica mainstream: arriva a Sanremo un brano che accenna a qualche riferimento colto (preferisco usare questo termine piuttosto che parlare di citazioni, che dovrebbero essere di contenuti e non di tormentoni) e subito gridiamo al genio. Quanto è triste che ci basti così poco, un po’ di retorica e una critica sociale superficiale.

Il genio è un individuo straordinario che realizza opere straordinarie; assodata la banalità di Occidentali’s karma, parlare di genio è una gran bella esagerazione.

Milena
No, Gabbani non è un genio, è un artista ironico che sa mettersi in gioco. Definirlo un genio svuoterebbe di senso il termine “genialità”. La canzone ci fa divertire e propone una “profonda leggerezza”, ma non ha un messaggio particolarmente originale, per quanto apprezzabile. Infatti la canzone è stata paragonata a Magic shop di Battiato, che descrive lo stesso identico “vizio occidentale” di materializzare e mercificare la spiritualità. La marcia in più di Gabbani, che ne ha determinato il successo, è il tormentone, il balletto e (forse) la nuova speranza.

Fonti:
1. Sanremo 2017, Francesco Gabbani si ispira a Desmond Morris e William Shakespeare per la sua "Occidentali's Karma" su The Huffington Post
2. Post di Alessandro D'Avenia sulla sua pagina Facebook
3. La scimmia si rialza su L'Imprevisto

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