Cinque ragioni per cui avremmo potuto fare a meno di Passengers

0
Chris Pratt e Jennifer Lawrence in Passengers (Morten Tyldum, 2016)

Chris Pratt e Jennifer Lawrence in Passengers (Morten Tyldum, 2016)

Provando in precedenza a recensire questo film mi sono resa conto di essermi ridotta a scrivere un elenco di cose che mi hanno fatto storcere il naso, alzare gli occhi al cielo o controllare l’orologio impazientemente sperando lo strazio finisse il più presto possibile. Sì, Passengers di Morten Tyldum ( The Imitation Game) ha messo a dura prova la mia pazienza. E non era un’impresa semplice, considerando che sono un’entusiasta per i film ambientati nello spazio e che non ho esitato a trascinare i miei amici al cinema a guardarlo appena uscito. Purtroppo lo sci-fi/thriller/drama/romance/action/fantasy che ha incassato $97,391,585.00 non è minimamente all’altezza delle aspettative, raggiungendo un punteggio di appena 31% su Rotten Tomatoes. Perché? Perché non c’è una cosa e dico una sola che funzioni in questo film (e non mi riferisco solo alla navicella che cade a pezzi). Non la trama, non gli attori, non i dialoghi, non il finale.

La prevedibile storia d’amore (contiene spoiler)

La nave Avalon ospita 5000 passeggeri ibernati in viaggio verso Homestead II, una Terra 2.0 lontana 120 anni da abitare e popolare. A causa di un guasto tecnico Jim, uno dei passeggeri (Chris Pratt), si sveglia novant’anni prima, e perde ben presto ogni speranza di riparare l’astronave e quindi sopravvivere al viaggio galattico. Preso da un tedio insopportabile e dopo un anno passato a godersi i comfort della nave stellare, Chris decide di svegliare una sua compagna ancora dormiente, interpretata da Jennifer Lawewnce, e che molto casualmente si chiama Aurora. Vorrebbero farci credere che se ne “innamori” guardando i suoi videodiari per la sua simpatia e ilarità, ma diciamocelo, dopo un anno di opprimente solitudine e nessuna prospettiva di arrivare vivi a destinazione, una come Jennifer la sveglierebbero pure i ciechi; e, dopo averle inizialmente mentito sulle ragioni del suo improvviso risveglio, dettate in realtà dal suo egoismo (e come potremmo biasimarlo? Poraccio…), Aurora si innamora di lui a sua volta e tra i due comincia una prevedibile storia d’amore piena di cliché ed effusioni, proprio come l’aveva immaginata Jim.

Vi immaginate fosse cosi facile nella vita reale? Basterebbe guardare un paio di video su YouTube e leggere la bio di Instagram per capire a colpo d’occhio dietro chi si nasconda l’anima gemella. Sarebbe stato molto più divertente se, una volta sveglia, Aurora non avesse provato alcun interesse per Jim, o meglio ancora se lui si fosse reso conto di non esserne attratto affatto. Li sì che si sarebbe creato un film interessante e originale.

Gli insignificanti protagonisti + Arthur

Jim e Aurora sono una noia. Più stereotipati di così si muore: lui un ingegnere meccanico belloccio e atletico, lei una scrittrice piena di sogni dagli occhi dolci… Sostanzialmente non c’è molto altro da aggiungere. Le loro storie e personalità non vengono mai approfondite sufficientemente, tant’è che nemmeno alla fine del film sappiamo con precisione cosa abbia spinto due aitanti giovani come loro a lasciarsi alle spalle per sempre la loro vita sulla Terra, che non poteva essere poi così tanto male (e nel caso lo fosse stata, non lo sapremo mai) e i loro affetti, se non un vaghissimo e indefinito senso di avventura.

Non malissimo l’Aurora di Lawrence, sebbene l’interpretazione fosse un po’ sopra le righe a tratti, ma comunque lontana dall’essere definita memorabile; molto più piatta e insignificante quella del collega Pratt, che si riduce a essere un cagnolino bastonato per la maggior parte della storia.

Discorso a parte per lo spassosissimo cyber-barista Arthur (Michael Sheen), che si rivela essere un personaggio molto più simpatico e interessante dei suoi coinquilini, soprattutto cruciale ai fini della trama… e stiamo parlando di un androide.

I dialoghi eccessivamente melensi

Avete presente le vignette “still a better love story than Twilight”? Ecco, io farei la stessa cosa per Passengers.

«Se muori tu muoio anch’io!»
«Mi fai morire!»
«Sei la cosa più bella che io abbia mai visto…»

E potrei continuare a lungo. Ma mi fermo.

Le aspettative deluse

Non è semplice definire cosa sia Passengers e tuttavia non è poi così difficile constatare cosa non sia: uno sci-fi. Più che altro è una storia d’amore ambientata nello spazio e la scienza funge essenzialmente da pittoresca cornice per i due protagonisti: se la storia si fosse svolta su una nave bloccata in mezzo all’Oceano Indiano non avremmo notato alcuna differenza, se non che le passeggiate fluttuanti nello spazio sarebbero state sostituite da nuotate in mezzo ai dugonghi.

Il film è come spaccato in due: la prima parte è incentrata sulla love story, costellata di colazioni abbondanti, pomiciate sui tavoli e cenette romantiche, mentre la seconda vede i due protagonisti che, dopo violenti litigi, mettono da parte i loro rancori per cercare di riparare Avalon, provando a salvare se stessi e il resto dei passeggeri. Una trama, insomma, che non soddisfa né gli amanti di love story più tradizionali, né tanto meno chi si aspettava un film incentrato su un’avventura spaziale degna di questo nome. Ne deriva quindi un insoddisfacente ibrido che accosta generi e soluzioni che non si appartengono.

Attenzione: con ciò non intendo dire che in uno sci-fi non possa anche esserci una storia da amore, anzi! Pochi mesi prima Villeneuve ci ha dimostrato esattamente il contrario con lo splendido Arrival. Passengers, invece, non funziona altrettanto bene e si riduce a un’accozzaglia incoerente. Per citare Critics Consensus, “Passengers dimostra che Chris Pratt e Jennifer Lawrence funzionano insieme, ma neanche la chimica che c’è tra di loro è sufficiente a superare una storia irrimediabilmente difettosa”.

Il finale e Mancuso (spoiler)

Ho conservato il culmine del trash per l’ultimo punto di questa recensione. Cosa c’è di peggio di un uomo che viene resuscitato dalla sua ragazza che schiaccia due bottoni a caso su una macchina miracolosa? Niente. No, nemmeno la resurrezione di Jon Snow grazie all’abracadabra di Melisandre. “Ah, ora capisco a che serviva Gus Mancuso!”.

Chi è costui? Non un pasticciere siciliano, come suggerirebbe il cognome, bensì un tecnico manutentore che si risveglia casualmente a metà film (per poi morire dopo cinque minuti) senza apparente ragione, ma che fa giusto in tempo a far dono ai due ragazzi di un braccialetto magico che consente di accedere a funzioni della nave precluse ai passeggeri ordinari (es. La resurrezione). Che fortunata coincidenza!

Questo finale deludente non è che la punta dell’iceberg per un film complessivamente scarso, che a tratti fa veramente cadere le braccia, di cui il cinema avrebbe potuto tranquillamente fare a meno. Buona (s)fortuna con le due candidature agli Academy!

About author

Federica Montella

Federica Montella

Fef vive in Irlanda, ma ama moltissimo il suo Paese, tanto che ogni volta che ci torna ci lascia un pezzettino di cuore (ma in compenso guadagna 3-4 kg). Ha vissuto nei Paesi Bassi senza saper andare in bicicletta e in Spagna pur odiando il rumore. Ama viaggiare, leggere, scrivere, comprare cd, collezionare plettri, il cocco, la birra e i cani. Studia giornalismo, ma è ancora incerta circa la sua vocazione. Vorrebbe vivere lungo abbastanza da assistere all'invenzione del teletrasporto; sogna di esplorare ogni angolo dell’universo, andare a tutti i concerti dei suoi artisti preferiti, mangiare quantità industriali di pizza senza ingrassare.

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi