Diodato e la nicchia dei sensibili

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Diodato in una foto di Simone Cecchetti

Diodato in una foto di Simone Cecchetti

Dopo aver ascoltato per la prima volta Cosa siamo diventati, il nuovo album di Diodato, ho pensato subito che fosse un disco senza tempo. Non appartiene al nostro presente incerto, non si veste della nostalgia del passato, non rivendica pretese dal futuro. Non appartiene a nessun tempo, scavalca qualsiasi tendenza, sposta i labili confini del bello, prima che diventi inflazionato e che venga tradotto in forme accessibili. Cosa siamo diventati è un album di pura bellezza, dove “pura” sta per “ancestrale”. E non credo sia un caso che si apra con Uomo fragile, un grido istintivo che spalanca la vita al primitivo bisogno d’amore che ogni essere umano impara a chiedere. O a chiedersi. A pretendere, o soltanto a sperare.

Uomo fragile è una preghiera laica che un uomo rivolge a se stesso, un intimo groviglio di domande, che si risolve nella fatica che costa essere sinceri con se stessi. “Uomo fragile, ti ripeti che nel perdono c’è gratitudine o è più la paura di tornare, in fondo, a una vecchia e buia solitudine”, così recita il testo del brano. Non poteva che aprirsi così, dicevo, questo nuovo lavoro di Diodato, fatto di suoni sporchi, di corde e di tasti, di rock spudorato e delicata (e mai pretenziosa) affermazione di sé. Dell’uomo, prima che dell’artista. Perché questo disco svela l’uomo, attraverso l’artista. È vita che si fa arte. È Diodato, in ogni strofa, in ogni nota, in ogni pausa e attesa. E la sincerità, che ha un prezzo da pagare, non è mai un prezzo da pagare. Perché costa fatica, ma è un privilegio che i sensibili sanno riconoscere. E Cosa siamo diventati è un disco per gente sensibile.

Sensibile al vero, al bello, quello spudorato e autentico, alla malinconia e al suo contrario. È un album intimo, il manifesto di un’anima consapevole, che canta “Avrei voluto (…) riportare tutto a quando la vita aveva il nostro odore, ma guarda cosa siamo diventati”. E Diodato è diventato esattamente quello che è sempre stato, un artista che sa rispettare il proprio talento e le proprie sofferte consapevolezze.

Il viaggio di Cosa siamo diventati è iniziato con l’intensa Mi si scioglie la bocca. E, a questo brano, nessuna parola potrebbe rendere giustizia. È una carezza e uno schiaffo, un soffio di vento e una bufera indomabile. È un pianto di commozione e il conforto alla malinconia a cui quel pianto ci affida. E non a caso uso il verbo “affidare” e non “condannare”. Non è una condanna, la nostalgia che Mi si scioglie la bocca suscita. È una carezza, l’ho detto, un balsamo, un rimedio, un respiro d’aria buona. È un brano potente, ma non prepotente. È un sussurro, ma sembra un grido. E nell’inciso, quando Diodato canta “L’ho dato al vento, il mio tormento per te”, il cuore s’allarga e s’assottiglia nello stesso istante.

Cosa siamo diventati contiene dodici canzoni, dodici spiragli di luce e di ombre di ritorno, come contraccolpi. Ogni brano è un taglio e la sua cicatrice, un risultato e la sua risultante, una storia e il suo finale. Vorrei poter raccontare ogni testo di questo disco, dirne ogni sfumatura, ogni traccia che lascia. Ma nessuna parola, nemmeno quella più ponderata, potrebbe restituire, a questo disco, la sua viscerale bellezza. Persino scegliere un brano soltanto risulta complicato. Perché, tutti insieme, sono i pezzi di un racconto che si compone, perfetto e prezioso, allo scadere dell’ultima nota, dell’ultimo sussurro, dell’ultimo silenzio. Ma faccio un passo indietro e, a fatica, scelgo un brano su tutti, perché spieghi, più di me e meglio di me, perché valga la pena lasciarsi andare alla concreta occasione di bellezza che è Cosa siamo diventati.

Ecco le parole di Per la prima volta, la penultima traccia del disco.


Alberi senza terra
Reduci senza guerra
Fucili carichi tenuti sottochiave
Diplomi incorniciati appesi alle pareti
A dare un tono assieme ai tappeti

Ciò che pian piano hai perduto
Perché hai lasciato invecchiare
Quei due bambini che giocavano al sole
Perché la vita è una e andava altrove
Ad inseguire un inutile dolore
Per cui non sei abbastanza
Non sarai mai abbastanza
Non siamo mai abbastanza
Non siamo mai abbastanza

Ma un giorno io mi libererò
E via dai vostri ricatti e i vostri inganni
Io sarò libero per la prima volta
Sarò libero per la prima volta

E le passioni per cui avresti dovuto lottare
E invece hai regalato ai rimorsi
Agli occhi lucidi di genitori ansiosi
Per cui hai scelto poi lavori decorosi
Figli di tutti i compromessi
Degli interessi di docili assassini
E che hai difeso manco fossero i tuoi
Per non sentire più quel senso di mancanza
Per cui non sei abbastanza
Non sarai mai abbastanza
Non siamo mai abbastanza

Ma un giorno io mi libererò
E via dai vostri ricatti e i vostri imbrogli
Io sarò libero per la prima volta
Sarò libero per la prima volta
Il giorno in cui mi libererò
E via da questi ricatti e questi inganni
Io sarò libero per la prima volta
Sarò libero per la prima volta
Per la prima volta
Per la prima volta
Per la prima volta


Io, da sempre, sostengo che un artista, perché sia tale, debba avere un talento che sappia maneggiare un’arte, per consegnare al pubblico il proprio genio. Diodato è un artista, senza che serva aggiungere altro. No, non serve che l’accompagni un attributo che lo qualifichi, che ne dichiari la grandezza o gli intenti. Cosa siamo diventati è il suo aggettivo migliore. Diodato è una speranza concreta per la nostra musica, lo è di certo per il nostro cantautorato. E lo è per la nicchia dei sensibili, i superstiti di quest’Italia in regressione, che s’accalca per celebrare una scimmia.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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