Il compasso dell'empatia

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Empatia

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Ho sempre pensato che provare empatia, mettersi nei panni altrui, fosse l’atteggiamento migliore per provare a comprendersi l’uno con l’altro. Ma è davvero così? Innanzitutto l’empatia è di parte: si basa su un pregiudizio. Ci sta più a cuore un gatto maltrattato rispetto a un pollo. Non per qualche profonda ragione morale, ma più semplicemente perché alcune cose sono più adorabili di altre. Un gatto peloso lo è, rispetto a un pollo spennacchiato.

L’empatia ci rende affini e interessati al dolore e alle preoccupazioni degli individui che sono vicini. Numerosi studi hanno dimostrato come l’essere umano resti indifferente alle grandi statistiche, ad esempio di persone decedute. Leggiamo la notizia, ci preoccupiamo un paio di minuti, ma poi andiamo avanti come prima. I numeri non ci affliggono perché rappresentano persone indistinte e distanti. Al contrario, siamo più empatici nei confronti della singola persona sconosciuta, sopratutto nel momento in cui acquisiamo informazioni personali a riguardo.

Pensiamo a una persona particolarmente empatica e che ha la capacità, naturale e spontanea, di immedesimarsi nelle situazioni e nelle preoccupazioni di tutti i suoi amici. Continuerà a rimuginare su questi senza trovare una soluzione. Rispecchiare i sentimenti altrui e, quindi, provare il loro dolore, a lungo andare, può risultare logorante. Non è forse meglio provare un sentimento un po’ più distante? Una gentilezza alimentata dal desiderio di motivare e aiutare un amico in difficoltà e spingerlo, quindi, all’azione? Non è forse questa la compassione, desiderare di aiutare qualcuno? La differenza tra empatia e compassione risiede tutta in questo piccolo particolare. Mentre la prima non è altro che il puro e incondizionato riflesso del sentimento di un’altra persona, la seconda implica un’azione: l’aiutare chi ne ha bisogno.

Non sto affermando che bisogna smettere di cercare di comprendere i sentimenti delle persone, di non provare o tantomeno non mostrare più gioia o sofferenza, felicità o apprensione per le sorti altrui, sarebbe ridicolo se fosse così. Ma abbiamo bisogno di vedere nell’altra persona l’opposto delle nostre paure, non il suo specchio. Non è forse meglio che la persona amata ci aiuti a calmarci quando siamo in ansia? Che asciughi le nostre lacrime con una risata?

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Valentina Zanin

Valentina Zanin

Accanita lettrice, tifosa della pallavolo, perennemente in viaggio, telefilm dipendente, appassionata di filosofia.

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