Ermal Meta, «I sogni sono disubbidienti»

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Ermal Meta in una foto di Luis Condrò

Ermal Meta in una foto di Luis Condrò

A ogni ascolto di Vietato morire, il brano con cui Ermal Meta ha partecipato al Festival di Sanremo, la stessa domanda ostinata mi si è seduta accanto, come un vicino di posto invadente che, sul treno, s’accovaccia al tuo appoggiabraccio. Ci ho pensato anche durante il tragitto per andare all’incontro di presentazione del suo disco, Vietato morire, uscito durante i giorni della kermesse sanremese. Mi sono detto: “Se ci daranno la possibilità di rivolergli una domanda, glielo chiederò. Alzerò la mano e, sfrontato, dirò Sì, io ne ho una”.

Sono arrivato e mi sono messo in fila; era una fila lunga, inattesa, ma certamente gratificante. Per lui, innanzitutto. E per quelli, come me, che ci avevano creduto sin dall’inizio. Sin da prima che un posto sul podio lo consacrasse un vincitore. Perché un podio fa un vincitore, ma non un vincente. Ed Ermal, di fatto, un vincente lo è. Perché, con lui, trionfa una penna delicata e sensibile, in questi tempi sterili d’arte sincera, in questi tempi di canzonette “usa e getta”, di prodotti confezionati e scartati all’occorrenza, consumati con impellenza per far posto al prossimo. In questi tempi veloci, in cui la gavetta è diventata demodé, il palcoscenico è stato dissacrato e la musica s’è ridotta, suo malgrado, a karaoke.

Ermal, con il suo talento puro, è una speranza concreta a cui aggrapparsi, una mano tesa verso chi, dalla musica, pretende ancora che conservi il bello, senza idealizzarlo; la verità, senza gridarla; l’intensità, senza fingerla. L’arte di Ermal, e quest’anno ne ho avuto la conferma, sa essere potente, senza mai essere pretenziosa. Sa raccontare un dolore infame, senza farne una medaglia da esibire. Vietato morire parla di violenza, ma non è una canzone a tematica sociale. Perché non si esprime con violenza. E, quando un cantautore riesce a far sì che il proprio vissuto attraversi il complicato e bistrattato filtro dell’arte, quel cantautore è un artista. Caso contrario, sarebbe soltanto un uomo che scrive.

Quando Vietato morire finisce, non lascia alcun amaro in bocca, non lascia scie di rabbia o d’impotenza, nemmeno un accenno di frustrazione. Quando finisce, vien da pensare “Quest’artista dev’essersi risolto a fatica, perché niente ci attraversa senza lasciarci un segno, ma s’è risolto”. Viene voglia di stringergli la mano e dirgli “Ho stima di te”. Viene voglia di rimetterla da capo e di cantarla a squarciagola, perché ognuno si ricordi di disobbedire. E, a proposito di disubbidienza, veniamo alla mia domanda. Quella che avrei voluto rivolergli. Dico “avrei voluto” perché poi, di alzare la mano, non ho avuto il coraggio. Avrei voluto chiedergli “Cos’è per te la disubbidienza? Cosa significa disobbedire?”. Ma sono rimasto in silenzio e ho assistito all’incontro, seduto in un angolo della sala.

Ermal è entrato, accompagnato dalla sua chitarra e da un sorriso spaesato, forse soltanto timido, di certo riconoscente. Ha salutato il suo pubblico, s’è seduto e, con un accenno di chitarra, ha introdotto A parte te, uno dei pezzi contenuti nel suo precedente album, Umano. Poi è stata la volta di Amara terra mia, cover del celebre brano di Domenico Modugno, già eseguita da Ermal durante il Festival di Sanremo. Un’esibizione essenziale, intima e intensa, che ha commosso il pubblico, che s’è lasciato andare a un applauso lungo e travolgente. L’ultima canzone eseguita da Ermal è stata proprio Vietato morire e, qui, la sua voce ha incontrato quella dei suoi estimatori, fino a diventare una soltanto. E, da un iniziale sussurro impacciato, s’è alzato un coro fiero che, insieme a lui, ha detto a gran voce “ricorda di disobbedire”.

Mi è sembrato subito evidente che tutti avessimo capito l’importanza di quella frase e che tutti volessimo sentirci dire, da lui, che significato avesse. Quanto fosse importante. E quanto fosse stato importante averla pensata, detta, scritta, cantata e conservata, per farne un monito o soltanto un punto di non ritorno. Perché la disubbidienza, suppongo, non si può disimparare. “È stata mia madre a insegnarmi a disobbedire”, ha detto. E, quando ha iniziato a parlare, nessuno s’è concesso più il lusso di distrarsi. Ermal ha conservato la sua chitarra, ha incrociato le gambe e si è raccontato. Ha parlato a noi, con noi, di noi. Ha parlato d’arte, quindi di vita, di sogni e d’aspettative, di sé, senza mai farsi protagonista del suo racconto, ma soltanto spettatore di un sogno andato a buon fine. “Non voglio insegnarvi niente”, ci ha detto, “Non sono nessuno. Però voglio dirvi quello che penso: stanno cercando in tutti i modi di farci sostituire i sogni con le fantasie. Non permettetelo mai. Le fantasie non ci fanno sudare, i sogni sì. Le fantasie possiamo sceglierle, i sogni no. Le fantasie sono addomesticabili, i sogni sono disubbidienti”.

Un applauso prepotente ha interrotto le sue parole consapevoli e sincere, nient’affatto arroganti, ma gentili. Ecco come s’è rivolto a noi: con gentilezza, con garbo e con profondo rispetto. Quando le nostre mani si sono fermate, ha ripreso a parlare. “Le cose belle non sono a galla”, ci ha detto, “Le cose belle hanno bisogno di essere cercate, sono sul fondo, soltanto le esche restano in superficie. Non fermatevi alla superficie, non abboccate, ché il rischio è quello di diventare target. Target significa bersaglio, non diventate mai quello che vogliono voi siate. Imparate a disubbidire”. E poi, senza che sia servito che io o qualcun altro glielo chiedessimo, l’ha detto: “Disobbedire vuol dire scegliere, scegliere vuol dire conoscere, conoscere vuol dire porsi sempre un dubbio. Non siamo quello che qualcuno ci impone, siamo le nostre scelte, disobbedire è la nostra prima scelta”.

Ho sorriso a quella risposta, che è arrivata senza la mia domanda. Ho sorriso e ho applaudito perché, nelle sue parole, ho ritrovato la parte migliore di me, quella che conservo e difendo affinché quest’epoca, avara di opportunità, non mi tolga anche i sogni. E nemmeno il merito di essere un sognatore. Di fronte a un uomo e a un artista come Ermal, ci si sente meno soli. Io mi sono sentito meno solo. Perché sognare sembra sia solo un ripiego, nessuno se ne ricorda quasi più. Un’alternativa, una scorciatoia, un privilegio senza uscita. Invece lui ha detto “I sogni ci muovono e noi dobbiamo muoverli”. E io gli credo. Ci credo.

Ho avuto la possibilità di stringergli la mano, quel giorno, e di fargli i miei complimenti. Gli ho detto “Sei un numero uno”. E chi mi conosce sa che non lo dico a chiunque. Un numero uno può concedersi il lusso d’arrivare terzo, decimo o persino ultimo. Può concedersi il lusso di guardarsi intorno, mentre corre per vincere. Perché un numero uno, come dicevo prima, è un vincente. E un vincente non ha bisogno di medaglie al petto, di attestati di riconoscimento, di trofei da esibire. Essere vincente è una condizione che spetta a chi è fedele a se stesso e ai propri sogni coraggiosi. Ed Ermal lo è.

“Grazie per averci creduto”, ci ha detto, prima di salutarci. “Grazie a te, per averci creduto per primo”, avrei voluto dirgli. Ma non mancherà l’occasione per farlo. Intanto mi annoto qualche altra domanda, a cui sono certo saprà rispondermi senza che io gli dica niente. Ne ho già in mente una: “Quanta fatica costa far diventare arte il proprio dolore?”. Ma, ancora una volta, mi ha risposto prima che io potessi domandarglielo. E la risposta è in Vietato morire, un disco che è una carezza su un manto di dolore guarito. Una carezza che tutti i disobbedienti sapranno concedersi.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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