Eutanasia mancata, ovvero le leggi che ci impediscono di morire

0
Eutanasia mancata: in Italia non è possibile affrontare un piano regolatore del diritto alla salute nonostante siano presenti articoli che la tutelano.

Eutanasia mancata: in Italia non è possibile affrontare un piano regolatore del diritto alla salute nonostante siano presenti articoli che la tutelano.

Ogni volta che trascorro del tempo con una persona che sta morendo trovo in effetti una persona che vive. Morire è il processo che inizia pochi minuti prima della morte, quando il cervello viene privato dell’ossigeno; tutto il resto è viverePatch Adams (Tom Shadyac, 1998)

Ricordo ancora di quando andai al cinema con un fidanzatino, facevo le elementari. Mi sembrò un film noioso e poco rassicurante. Ho paura dei clown e odio gli ospedali. Però è innegabile come questa citazione sia veritiera. Non si tratta di istanti ma di momenti, di un processo lungo una vita.

Un processo composto da fasi sul piano scientifico, quelle che impariamo alle elementari schematizzate in tutti i modi possibili: nasci, cresci, ti riproduci, muori. Come se per altro la riproduzione fosse scontata, ma a parte questo.

Il punto è che per quanto si voglia insistere sulla conoscenza del cerchio della vita, nessuno – o quasi – è disposto ad accettare ma soprattutto a parlare della morte. Fa paura? Possibile. E forse proprio perché ci rifiutiamo di osservala, di parlarne e di ascoltarla. Perché la morte è un processo sì, ma è un processo che avviene per gli esseri viventi. E così come ci chiediamo quanto sia giusto che il nostro cane dopo 17 anni, 3 dei quali passati a strisciare con le disfunzioni renali et simili, continui a soffrire, dovremmo chiedercelo anche per mamma, papà, l’estraneo dall’altra parte del mondo, noi stessi.

Io non voglio morire soffrendo. Non voglio accanimenti terapeutici che magari regalano più dolore che gioia. Non voglio che qualcuno debba asciugarmi la saliva dagli angoli della bocca o che mi debba cambiare il pannolone. È romantico se volete, familiare. Ma la dignità umana, di fronte questo, collassa. Muore prima ancora di noi. Finirò per farmi dei nemici del pensiero, immagino. Ma la vita, se è vero che è un dono e che va vissuta al meglio, tenendosela stretta, non andrebbe forse conclusa con il sorriso sulle labbra piuttosto che sofferente, in un letto magari di ospedale, incapaci di intendere?

La vita viene concessa per egoismo (o altruismo, a seconda dei punti di vista). Siamo costretti da altri a pedalare mentre ci ripetono “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala” come fosse quasi un desiderio del singolo. Come se un giorno, un insieme di cellule o un vapore, un’immagine, apparisse davanti a noi – manco fosse l’Annunciazione – dicendo “Ciao, puoi cortesemente mettermi al mondo?”.

E allora si nasce quando e come vogliono gli altri. Non si può morire però con le stesse identiche regole.

Eutanasia mancata: a ognuno il suo

Bisogna far chiarezza con dati alla mano, con enciclopedie e con libri di diritto per non essere sopraffatti dall’ignoranza.

Secondo quanto riportato da La Stampa il 20 dicembre 2016[1] – il giorno in cui 10 anni prima si spense Piergiorgio Welby, dopo aver lottato per il diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico – il 77% degli italiani è ancora in attesa di una legge sull’eutanasia.

I casi sono tutti diversi, ognuno possiede qualche virgola, qualche comma, qualche punto che lo rende unico. E allora prima di proseguire mettiamo ordine in questo calderone all’italiana che tanto ci piace ma poco ci è utile.

Partiamo da quella tanto citata Costituzione Italiana. Come si legge in un documento del Senato, fruibile da chiunque “L’Assemblea Costituente, che approvò la Costituzione entrata in vigore il 1º gennaio 1948, era stata eletta il 2 giugno 1946”[2]. Vi propongo di partire da qui, perché quando poi sentiremo il bisogno di rifarci passionalmente alla Costituzione, dovremo essere anche in grado di contestualizzare articolo e comma, cosa a quanto pare complessa per molti.

Parliamo di un articolo, il secondo articolo della Costituzione, che dice “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Nonostante ci sia l’articolo e la vita rientri fra i diritti inviolabili dell’uomo, se ne perdono le tracce in questa grande raccolta di ideali successiva alla Carta ottriata albertina. Non è che se la sono dimenticata, è che è difficile inscrivere la vita nell’ambito legislativo: non è un bene materiale, non è solo la tua ma anche quella degli altri, non può essere soggetta al peso della bilancia perché più fattori, inevitabilmente, finirebbero per scontrarsi. E al prevalere dell’uno soccomberebbe l’altro. Ma è pur vero che senza riconoscere la vita (che in questo caso probabilmente viene data per scontata), nessun articolo avrebbe senso. Sembra una sciocchezza, ma la scelta di eliminare la pena di morte (che se attuata, vedrebbe decadere quei buoni principi) aggiunge valore alla vita, al suo concetto forse vago nella Costituzione, ma anche in tutti gli altri tomi e manuali (vedi art. 5 Codice Civile “gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”).

Solo che poi, ecco, leggi questo articolo 5 e pensi: quindi non solo libero di scegliere in merito al mio corpo?

Eutanasia mancata: l’articolo bipolare

Proseguendo, la Costituzione ci regala un articolo grazie al quale, forse un giorno, i nostri diritti saranno presi in considerazione e tutelati. L’art. 32 dice “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Il problema, nel 1946, non si poneva nemmeno. La tutela della salute dell’individuo e dell’individuo stesso era tenuta in considerazione solo sul piano fisico. Non si faceva menzione a nessun piano psico-fisico, a nessun possibile desiderio dell’individuo. Si parlava comunemente di un corpo che andava tutelato. Un soggetto decisamente più semplice da trattare.

Poi qualcuno si è accorto che un corpo ha anche una componente psichica, che non è solo un numero reduce da qualche deportazione. E lì sono iniziati i problemi.

In teoria, facendo riferimento all’Art.32 Cost. 2° comma (riportato sopra) dovremmo esser liberi di scegliere quale trattamento sanitario perseguire e soprattutto se perseguirlo o meno. E siamo davanti all’ingresso di tutta quella serie di quesiti etici che non possono avvalersi di una sola risposta.

Però sul piano pratico, poi, non sempre è così.

Il problema che riscontriamo sul piano pratico sta nel far proseguire questo percorso di non-cura che decidiamo di scegliere. Perché il medico si ferma lì, non somministra cure di alcun genere, ma nemmeno pone fine alle sofferenze. Quindi, ricapitolando: o ti sottoponi a cure che comunque non portano alla guarigione ma solo al prolungamento dell’agonia, o rinunci avvalendoti di un tuo diritto ma soffri comunque. Perché in Italia, se vuoi tutelare la tua vita, la tua salute e la tua dignità con una morte che si presenti sotto forma di sonnolenza, e che ti lasci un sorriso magari mentre ripensi alla vita prima di addormentarti per sempre, non puoi farlo.

In Italia, facciamo ancora finta di essere liberi.

Tutta teoria e niente pratica

Abbiamo la garanzia alla salute, ma nessuna legge che regolamenti questo aspetto. E così, se scegli di non avvalerti dell’accanimento terapeutico, e quindi in un futuro di non avere alcun respiratore, stai solo consumando carta e inchiostro. Perché tanto, siccome lo stai scrivendo ora, nessuno può sapere cosa proverai durante un arresto cardiaco e quindi il medico, per non sbagliare, prima ti fa riprendere i battiti, e poi magari ti attacca al respiratore. Perché il medico, se non lo fa, viene magari processato per omicidio quando invece la sua intenzione era solo quella di far valere le volontà del paziente che non avrebbero in alcun modo danneggiato la collettività.

Ma se tra articoli e commi si insiste sul rispetto assoluto del malato in quanto persona, perché poi non viene messo in pratica? Quando Michelangelo produsse i suoi “non finiti”, ovvero le sculture lasciate a metà, con quel marmo non lavorato e plasmato del tutto, non fece torto e non provocò danni a nessuno. E invece in questo caso, il danno credo lo si faccia e pure grosso.

Fino a che il paziente è in grado di avvalersi del consenso informato, ovvero di quella volontà con la quale il soggetto interessato affida al medico il volere di proseguire le cure, che sia sottoponendosi a operazioni o tramite la semplice e meno invasiva assunzione di analgesici, allora va tutto bene. Ma quando il paziente non è in grado di esprimere la sua volontà? Non c’è famiglia, parenti e santi che tengano. Il medico ha il dovere di decidere cosa sia meglio per il paziente, pur tenendo conto delle precedenti volontà del malato. Il problema però è che deve tenerne solo conto, non attuarle. E torniamo al punto dove vi dico che oggi, in Italia, sprecate carta e inchiostro nel mettere per iscritto le vostre volontà, perché tanto non interessano a nessuno.

Purtroppo – o per fortuna – l’argomento è talmente vasto che ho pensato di suddividerlo. In questa prima parte ho scelto di mostrarvi, per quanto mi è possibile, la vera natura della mancanza dell’eutanasia e del suicidio assistito in Italia. E se sono in grado di nuotare fra leggi, parole, casi e documenti, è anche grazie alla Dott.ssa Elisabetta Benedetti che per questo tema sarà il mio Virgilio. Abbiamo sfatato il mito secondo il quale è la Chiesa a non voler concedere il diritto alla morte?

Penso proprio di sì.


Fonti:
1. Eutanasia, a dieci anni dalla morte di Welby il 77% degli italiani chiede ancora una legge su La Stampa
2. Costituzione della Repubblica Italiana dal sito ufficiale del Senato

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi