La Battaglia di Hacksaw Ridge e la dialettica della violenza

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Andrew Garfield in La battaglia di Hacksaw Ridge

Andrew Garfield in La battaglia di Hacksaw Ridge

Dopo 10 anni di silenzio Mel Gibson è tornato dietro la macchina da presa, questa volta per regalarci un piccolo gioiello di innegabile crudezza e grande capacità espressiva, in grado di veicolare un messaggio fondamentale e pregnante, attraverso però il suo esatto opposto. Candidato a 6 Oscar, tra i quali spiccano anche Miglior film, Miglior regia e Migliore attore protagonista, e vincitore delle statuette per Miglior montaggio e Miglior sonoro ha ricevuto molti riscontri positivi e anche qualche critica negativa.

Il film segue la vicenda, reale e documentata, di Desmond Doss e probabilmente ciò contribuisce a renderlo ancora più coinvolgente e a incrementare l’empatia dello spettatore con il personaggio, portato mirabilmente in vita da Andrew Garfield. La storia si apre in Virginia e, a dispetto di quanto accadrà in seguito, sembra quella di un normalissima famiglia americana. In realtà si evidenzierà da subito un impulso violento che permea la vita di Desmond fin da bambino che, vessato da un padre violento che rigetta sulla sua famiglia i dolori patiti in guerra, in un momento cruciale della sua adolescenza decide di non toccare più alcun arma. Gli anni trascorrono tranquilli e Gibson a questo punto ci catapulta, con un salto temporale, agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Desmond, sempre convinto delle proprie idee e dei propri valori, non riesce a star fermo davanti al suo popolo che soffre, davanti al riecheggiare della richiesta d’aiuto del suo paese. Il suo patriottismo, il suo bruciante desiderio di aiutare e salvare i suoi commilitoni, lo porterà a prendere una decisione osteggiata dal padre, che manifesterà in questo frangente l’apice della sua umanità e della sua interiorità, dilaniata dall’esperienza della Grande Guerra.

Desmond, però, non è un soldato come gli altri: cristiano, avventista, obiettore di coscienza, rifiuterà categoricamente di imbracciare qualsiasi tipo di arma, la sua è una guerra combattuta con la forza d’animo, con il coraggio dettato dalla sua generosità gratuita, dal suo desiderio di non vedere migliaia di vite recise sul campo di battaglia.

Dopo una serie di provvedimenti presi nei suoi confronti sarà finalmente in grado di giungere sul campo, lottando con onore nella battaglia di Okinawa e riuscendo a trarre in salvo molti dei suoi compagni.

La violenza contro la violenza de La battaglia di Hacksaw Ridge

Mel Gibson ci ha sempre abituato a scene di violenza esplicite e dirette. In Hacksaw Ridge tale violenza percorre, come un brivido pronto a esplodere da un momento all’altro, tutta la pellicola. Avvolto e permeato dal dolore, il film è finalizzato a veicolare un messaggio: quello della sostanziale inutilità della guerra. Ciò viene fatto, magistralmente, proiettando, sullo sfondo di un iperrealismo dalla crudezza lacerante e quindi esatto opposto di ciò che si vuole dimostrare, una figura piccola, minuscola rispetto alla grandezza della vicenda in cui si muove, ma nella sua “grazia divina” mastodontica, eroica.

La forza e la potenza delle scene che descrivono le battaglie è tale da farti sentire come presente sul campo, anche tu lì a strisciare tra brandelli di corpi che volano e topi alla costante ricerca di interiora da rosicchiare, immagine probabilmente ripugnante ma perfettamente calzante alla situazione, metafora forse di una guerra che non lascia scampo e divora tutto ciò che incontra sulla propria strada. Eppure, su questo mondo triviale, abbruttito dalla violenza, si staglia questa piccola e innocente figura, quest’uomo che con la sua forza di volontà decide di combattere con la sola forza che ha: la potenza dell’amore verso il prossimo. Deriso dai suoi compagni e osteggiato dai suoi superiori, tra i quali figura un simpatico Vince Vaughn, il cui personaggio evidenzia una chiara devozione al sergente maggiore di Full Metal Jacket, riuscirà a compiere il suo piccolo miracolo. Rinunciando a scendere per giorni interi, proteggendosi come può, Desmond trae in salvo tantissimi soldati, anche giapponesi, manifestando in ciò il suo totale disinteresse alla guerra in quanto tale e la sua volontà, unica e sola, di salvare quanti più uomini è possibile. Un unico mantra si ripete all’infinito, un unico pensiero: “Fammene trovare ancora uno”, ed è così che riuscirà a portarsi avanti, arrancando a tentoni tra i resti in putrefazione di quello scempio.

Andrew Garfield rivela una grande capacità interpretativa, riuscendo a portare in scena la grande tempra di quest’uomo, rimasto nella storia e scarsamente ricordato. Riesce a delineare perfettamente il suo dilemma interiore adolescenziale e il raggiungimento della risoluzione finale di non ricorrere più alla violenza, rispondente al suo desiderio di espiazione di una colpa sentita fortemente. E con forza ancora maggiore riesce a portare in scena il rigore morale e la fermezza di rispettare il proprio ordine di valori, introducendo però anche le, pur necessarie, incertezze e i tremori dinanzi a ciò che i suoi occhi hanno dovuto subire. Con la sua bibbia e le sue preghiere finisce per diventare un faro, una luce, che illumina il percorso dei suoi compagni, che induce anche loro a credere in sé stessi e alla possibilità di salvarsi.

Alla fine, e qui farò una considerazione sulla chiusura del film, Gibson decide di interrompere la narrazione mostrando Desmond che, ferito in maniera non grave, viene trasportato giù dalla cima sospeso su questa branda tra cielo e terra. Un’immagine forse funzionale a rappresentare l’intero senso del film, di contrasto tra due ideologie totalmente opposte che, nella persona di Desmond, finiscono per unificarsi: senso di appartenenza, dovere civile e rifiuto delle armi e della violenza, a vantaggio, probabilmente, del ripudio nei confronti della guerra.

In conclusione mi sento di consigliare vivamente La battaglia di Hacksaw Ridge, La scelta di utilizzare la violenza per veicolare un messaggio contro la violenza stessa, contro il continuo lottare dell’individuo contro un altro individuo, è stata sicuramente di grande impatto e di grande potenza scenica.

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Marianna L. di Lucia

Marianna L. di Lucia

20, lettrice accanita, amante del cinema, aspirante giornalista, studentessa di lettere, innamorata delle parole.

2 comments

  1. Ilaria Arghenini
    Ilaria Arghenini 27 febbraio, 2017 at 18:25 Rispondi

    Bellissimo articolo, rendi perfettamente i motivi per cui il film è stato realizzato bene, sia cosa ti ha colpito della storia e come e stata valorizzata. Lo andrò a vedere 😉

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