Jane Doe, l'autopsia americana dall'accento nordico [ANTEPRIMA]

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Un frame da Autopsy –The autopsy of Jane Doe

Un frame da Autopsy –The autopsy of Jane Doe

“Un horror viscerale che si avvicina ad Alien e al primo Cronenberg. Da vedere, ma non da soli”.

Con questo, Stephen King commenta Autopsy –The autopsy of Jane Doe, del regista norvegese André Øvredal e che uscirà nelle sale italiane l’8 marzo.

La storia di base è estremamente semplice. Padre e figlio, rispettivamente Tommy Tilden (interpretato da Brian Cox che nel 2007 vediamo in Zodiac) e Austin Tilden (Emile Hirchs, Into the wild) sono due medici legali. Lavorano in casa da generazioni, hanno il loro obitorio, le loro celle, il loro forno. E questa volta hanno un corpo che proprio non è intenzionato a rivelare i suoi segreti. Un horror di sicuro nuovo per il suo genere ma altrettanto vecchio nel trattare la paura degli spettatori. Cupo, non adatto al claustrofobico, ti fa stare per 86 minuti con la voglia di aprire la porta e uscire a prendere aria. Ho visto giornalisti in sala cedere a questa tentazione.

Dettagli scientifici nella sceneggiatura di Richard Naing e Ian Goldberg che lasciano quel velo di realtà grazie all’accuratezza dei passaggi e dell’analisi che i Tilden svolgono sul corpo. Sul piano medico, nulla sembra esser lasciato al caso. Nemmeno le espressioni della Jane Doe (nome generico per indicare i corpi femminili non identificati) interpretata da Olwen Kelly (Darkness on the Edge of Town, 2014). Di film con i morti ne ho visti parecchi, ma a lei bisogna dare un premio per la bravura, la capacità, la tenacia con le quali interpreta il cadavere. Quando vedrete il film vi renderete conto della difficoltà che ha l’attore che per 86 minuti deve restare lì, su quell’acciaio freddo, facendosi toccare, indossando protesi fatte su misura.

Poi però, ecco. Il film puoi guardarlo benissimo da solo sgranocchiando qualcosa o rispondendo a qualche mail. Perché se sei uno spettatore esigente, che guarda il dettaglio, che è lì alla ricerca di quell’impronta che ti svelerà il finale dopo pochi minuti, allora puoi sicuramente fare più cose in contemporanea. Accanto a me un critico cinematografico – che per ovvie ragioni ne sa più di me – preso ed entusiasta durante la prima parte. E poi c’ero io, che guardavo annoiata lo schermo e che mi stupivo scena dopo scena di come non fossero ovvie, a lui, certe cose.

E poi, tornata a casa, mi si è aperto un mondo. Ho troppe informazioni sul paranormale, sull’Inquisizione, su Salem, su obitori e autopsie. E sembra tutto così scontato e semplice. Un continuo avanti e indietro tra cliché e tentativi di riportare il tutto verso un horror innovativo. Tentativo fallito, almeno secondo me.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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