Chi sono le “vere donne”?

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Chi sono le “vere donne”?

Chi sono le “vere donne”?

La festa della donna è quel giorno in cui il web dà il peggio di sé e nei social esplode una misoginia senza pari. Sicuramente non vi saranno nuovi gli originalissimi stati “auguri alle vere donne, non a quelle che oggi vanno a vedere gli spogliarelli” oppure “auguri alle Donne che meritano rispetto, non alle donne”.

Questa distinzione tra donne di serie A e donne di serie B è mandata avanti con perseveranza anche e soprattutto dalle stesse donne, a dimostrazione del fatto che il maschilismo è un fenomeno culturale che investe indubbiamente entrambi i sessi.

Parlando del maschilismo al femminile, possiamo dividere le donne misogine in due grandi tipologie.

Alla prima categoria appartengono le donne che possiamo definire “le nostalgiche affezionate al patriarcato”: sono quelle che buttano nel cesso tutti gli obbiettivi raggiunti dalle battaglie femministe in nome del tradizionale valore della sottomissione al marito. Sognano una vita semplice in cui trascorrere le giornate occupandosi dei bambini, della casa e della cucina, in attesa del ritorno dell’uomo dal lavoro.

Il problema sta nel fatto che ritengono indegne, sporche, stupide, frivole, egoiste a) tutte le donne che non condividono questo sogno e vogliono avere la libertà di scegliere una vita che le faccia sentire appagate in altri modi; b) tutte le donne in qualche misura sessualmente emancipate; c) tutte le donne che coltivano altri interessi al di fuori dei pannolini e delle pentole.

Un’ultima caratteristica per riconoscere le affezionate è la mania di associare la bellezza e la cura del corpo all’egoismo, alla frivolezza, alla stupidità. Se hai un bel corpo e ne vai fiera (o decidi addirittura di mostrarlo in giro) sei sicuramente una persona orribile.

Secondo le nostre amiche nostalgiche, le vere donne sono principesse delicate che devono essere prima di tutto mogli e madri, poi devono mantenere una certa eleganza e compostezza tipica della femminilità di un tempo, devono arrossire ai complimenti, devono dosare le parole e dare poca confidenza, devono esibire un abbigliamento poco appariscente e un trucco moderato, devono essere maghe in cucina, non possono assolutamente scegliere di mostrare il proprio corpo a chi pare loro né decidere di avere una vita sessuale che non corrisponda ai loro standard della brava donna di casa, (altrimenti sono solo “troie”).

Della seconda tipologia di misogine fanno parte le donne di una nuova idea del maschilismo al femminile: le chiameremo affettuosamente le uome. A differenza delle nostalgiche, sono ben consapevoli di essere nate in un’epoca in cui è socialmente accettato che le donne assumano degli atteggiamenti e svolgano una serie di attività che prima erano prerogativa degli uomini. Per dimostrare quanto si sentono libere ed emancipate amano insistere sulla loro libertà di bere birra, ruttare e scoreggiare. Queste sarebbero, secondo le uome, le grandi conquiste del femminismo, e di queste cose fanno motivo di vanto.

Tuttavia la caratteristica fondamentale per saper riconoscere le uome è un’altra: la misoginia espressa dal binomio da loro inventato per cui ci sarebbero donne alpha e donne beta. (Da qui in poi ogni riferimento a cose, persone o pagine Facebook è assolutamente fatto apposta).

L’alpha woman è la donna che può essere accettata dalle altre sedicenti alpha perché bestemmia, beve boccali di birra a ogni ora, rutta, scoreggia, non è mai imbarazzata o insicura, dice parolacce e, per citare impropriamente Seneca, “mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni”.

Tutte le donne che non corrispondono a questo ideale (tristissima imitazione del maschio alpha) non sono altro che donne beta, che non meritano rispetto. Perché gli stereotipi del femminile (eleganza, interessi frivoli, emotività…) sono da biasimare. Gli stereotipi culturalmente maschili sono da alpha. Il femminile è inferiore, da sfigate, da beta.

Questi due mondi, apparentemente così distanti, oltre al piacere di insultare con creativi epiteti tutte le donne diverse da loro, condividono la passione di abusare delle foto della povera Rita Levi-Montalcini.

L’urgenza di queste donne di distinguersi dalle altre, la necessità di definirsi superiori, rivela l’insicurezza di entrambe le categorie di donne maschiliste, educate in una società che ha insegnato loro che essere donna non va bene se sei donna nel modo che piace a te, cresciute con l’idea che forse è meglio essere donna nel modo che piace agli uomini maschilisti oppure rinunciare del tutto alla femminilità e cercare di avvicinarsi allo standard dell’uomo alpha, se vuoi cercare di essere presa sul serio.

Donne, siate come volete, siate quelle che arrossiscono ai complimenti o quelle indifferenti, indossate quello che vi pare e, se vi piace andare a vedere gli spogliarelli, sentitevi libere di non aspettare l’8 marzo solo per sentirvi meno giudicate: lo sarete comunque, ma quanto vale questo giudizio?

Auguri a tutte le donne: alle donne femminili, ai maschiacci, alle disoccupate, alle mamme, alle lavoratrici, alle mamme lavoratrici, alle donne trans, a chi arrossisce ai complimenti e a chi resta indifferente, a chi oggi sciopera contro la violenza sulle donne o per il gender pay gap, a chi va a vedere gli stripper, alle donne forti, alle donne fragili, alle attiviste, alle sognatrici, a quelle che non vogliono stare in nessuna categoria, a tutte le donne stufe dell’idea che ci sia una “vera donna”.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e si è laureata in Comunicazione a Bologna. Adesso studia Semiotica, lavora e fa tante altre cose. Ad esempio sfila un paio di collant al giorno, mangia mayonese e si impegna per diventare ogni giorno se stessa.

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