Chiara Galiazzo, il talento non basta

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Dettaglio della copertina di Nessun posto è casa mia, ultimo album di Chiara

Dettaglio della copertina di Nessun posto è casa mia, ultimo album di Chiara

Il talento non basta, ne sono convinto. Il talento non basta a fare un artista. Una voce intonata fa un cantante, ma non un artista. Perché il talento non è una scelta, è una scelta prendersene cura. Il talento è un’occasione da cogliere, persino da rispettare, ma è una decisione del caso. Non si impara, ma si addomestica; non s’improvvisa, ma si coltiva. È un’attitudine, non riguarda il carattere di chi lo possiede. Perché il carattere serve a vestire un talento, a renderlo personale e impareggiabile. Ma il talento, da solo, è come un corpo sinuoso e prestante: la natura gli è stata benevola; ma poi, perché sia affascinante, perché non resti un involucro sfatto dal tempo che passa, serve che (di)mostri personalità, propensione al bello, al buongusto. Serve un’anima.

Un’anima, sì. Questo termine è il più bistrattato che ci sia, perché significa tutto e niente, ognuno lo usa come gli pare, o soltanto come può. Ma l’anima è come l’artisticità di un cantante, non si vede, ma si percepisce; si confonde, s’insinua, si svende; ma, quando esiste, è la prima (e forse l’unica) regola che un artista osserva. Non a caso, ho usato il termine “artista” e non più “cantante”. Un bel corpo, in definitiva, dura il tempo di uno sguardo; una mente, ad ogni sguardo, guadagna tempo, colleziona frammenti di futuro per resistere ed esistere al di là del tempo presente. Quindi l’arte è una prerogativa tutta umana, è genio e intuizione, è fantasia e osservazione. L’arte è predisposizione e scelta. È un’inclinazione ed è consapevolezza. L’arte si serve di un talento per esprimersi. Il talento, da solo, non basta. L’arte, da sola, nemmeno. Ma può concedersi il lusso di riconoscerne altra, di farsi portavoce di altri ritagli d’arte, di altre espressioni di talento e genio. Il talento, da solo, invece, non sa riconoscerla. Sa emularla, sa imitarla goffamente, sa persino idolatrarla. Ma non sa fare di più. Non può fare di più.

Tutto questo preambolo mi è servito per dire che siamo circondati da ottimi talenti, ma da pochi, pochissimi artisti. Chi ha talento è talentuoso, non è un artista. E, forse sbrigativamente, mi sento di dare la colpa ai talent, in cui un acuto vale più di una personalità distinta e determinata. Ma un acuto dura il tempo di un’esecuzione; a una personalità, a volte, non basta una carriera intera per esprimersi. I talent hanno certamente ridimensionato le nostre aspettative, ci hanno resi facili all’applauso, alla standing ovation, al grido al miracolo quando un cantante tocca note intoccabili.

Questo non significa che dai talent non siano passati degli artisti; significa, piuttosto, che, a conti fatti, il nostro panorama musicale s’è arricchito di belle voci (qualcuna non propriamente originale), ma di poca arte. Sono passati degli artisti, sì. Sono passati inosservati. Qualcuno ce l’ha fatta, ma, alla propria arte, ha preferito un compromesso. Qualcuno, più temerario, è rimasto in disparte a fare il proprio, consapevole che i fasti dei riflettori sarebbero rimasti un ricordo, una carezza che somiglia a uno schiaffo, perché gli schiamazzi di un talent durano il tempo di una telecamera accesa. Poi diventano silenzio, distrazione, disattenzione. Poi diventano frustrazione, ma questa è un’altra (triste) storia. I talent danno (tanto e in fretta) e tolgono (tutto e subito).

Un talento è importante, ma non necessario. Ammetto che una frase così possa risultare impopolare, persino infelice. Ma Jovanotti, il proprio talento, se l’è inventato, non s’è affermato grazie alla propria voce e, di certo, non resterà memorabile per lo stesso motivo. Ha colto al balzo l’occasione che gli è stata concessa; poi, il resto, l’ha fatto il suo genio (che nel tempo si è affievolito). Adesso, invece, siamo circondati da talenti, ma solo da quelli; da voci da far impallidire il cielo, da cantanti da piano bar che riempiono gli stadi, da piano bar svuotati dei loro talenti migliori. Sì, perché adesso occupano gli scaffali dei (pochi) negozi di dischi rimasti.

Eppure, a me, un’occasione piace darla a tutti. Perché l’arte sa essere sottile, a volte è soltanto timida, ha bisogno di qualcuno che le spieghi come spiccare il volo. L’ho imparato a fatica, perché prima pensavo che l’arte si vedesse sempre (e soltanto) al primo colpo d’occhio. Diciamo pure che Niccolò Fabi (per la schiera dei cantautori) e Mia Martini (per quella delle interpreti) mi hanno abituato male, la loro arte è talmente evidente e prepotente da non aver bisogno di secondi sguardi riparatori. Ma ho imparato. Ho imparato a rispettare la musica, tutta. Così ho comprato Nessun posto è casa mia, il nuovo album di Chiara di X Factor. E sottolineo “di X Factor” provocatoriamente.


Chiara ha un talento, è un talento, ma non è un’artista. È una cantante, è intonata, persino intensa. Ma resta una buona esecutrice.


Chiara è brava e il suo disco è un buon prodotto. Ma ho una serie di “ma” che so riassumere soltanto così: Chiara ha un talento, è un talento, ma non è un’artista. È una cantante, è intonata, persino intensa. Ma resta una buona esecutrice, che certamente emoziona il pubblico che la segue. Ma io credo che nemmeno l’emozione basti a fare, di un cantante, un artista. Sarebbe sbrigativo e riduttivo. L’arte è una cosa seria, non è per tutti, non appartiene a tutti nemmeno la capacità di riconoscerla. E il sistema discografico attuale ci sta certamente aiutando a disabituarci all’arte, a raccoglierne briciole qua e là e a convincerci che basti, che di più non si possa pretendere, che guardare al passato sia poco produttivo, che sia vincolante. Ma nel nostro passato ci sono artiste che il gusto non l’hanno mai assecondato, l’hanno creato, piuttosto; le mode non le hanno seguite, le hanno dettate; le canzoni non le hanno eseguite, le hanno ispirate; non le hanno interpretate, le hanno vissute.

Io guardo al passato perché credo che il nostro presente possa coglierne lo splendore e farne un monito, un esempio da capire, non da imitare. Ma non così, non a queste condizioni. Non finché il talento continuerà a essere confuso con l’arte e un’esecutrice con un’interprete. Per interpretare occorrono personalità artistica, carattere, stile, gusto, presenza scenica. E poi fascino, carisma, intensità. Per eseguire, invece, basta essere intonati. Per fare un disco, serve qualcosa da dire, non basta una voce che canti. Sforzarsi di essere qualcosa non significa esattamente esserlo. Significa costruirsi una storia che stia bene addosso. Ma non basta somigliare a se stessi, bisogna essere consapevolmente e coerentemente se stessi. Non basta nemmeno improvvisarsi. L’arte, innanzitutto, è sincerità. È coscienza di sé. Non è una maschera, non è nemmeno un tentativo, non è di certo un’occasione da cogliere al volo perché ti sei scoperto inaspettatamente famoso, dopo aver partecipato a un talent show. L’arte è una necessità, è l’espressione del genio che abita un uomo, ma è soprattutto l’espressione di un uomo che asseconda il (proprio) genio.

Non è snobismo, il mio. Ma quando Chiara afferma “Non sapevo cosa fossi, sono scesa a compromessi perché c’era da prendere un treno che temevo non sarebbe più passato”, capisco che è soltanto una (brava) cantante, scelta – non a caso – da un sistema discografico preciso, quello che privilegia e vende l’umiltà di una ragazza acqua, sapone e goffaggine, poi abbandonata in disparte a cercare (o a costruirsi) un’artisticità che non le appartiene, un’identità che le somiglia soltanto, un posto in cui non sentirsi fuori posto.

Nessun posto è casa mia è il titolo del brano che ha presentato al Festival di Sanremo, è il titolo del suo nuovo album ed è la sintesi della sua carriera. Nessun posto le appartiene perché la sua musica, per prima, sembra non appartenerle affatto. Chiara non riesce a rendere giustizia ai brani che canta. E non perché non sia brava, intonata o precisa. Ma soltanto perché è una buona esecutrice, ma non un’artista. È quello che ho capito dopo aver ascoltato il suo nuovo lavoro, per il quale si sono scomodate le penne raffinate di Pacifico e Marco Guazzone, quelle squisitamente pop di Daniele Magro ed Edwyn Roberts. Ci sono poi Niccolò e Carlo Verrienti, Virginio Simonelli e la stessa Chiara. E la produzione e gli arrangiamenti sono di Mauro Pagani. Ma non basta.

Nessun posto è casa mia è un corpo sinuoso e prestante, ma gli manca un’anima, una storia, un vissuto. È un bel disco, ben scritto, ben suonato e ben cantato. Manca tutto il resto. E tutto il resto è un’artista che lo interpreti.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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